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"Genius is one percent inspiration, ninety-nine percent perspiration": Thomas Alva Edison, intervista ad "Harper's Monthly", settembre 1932. Un mazzo così, fino a 7000 esperimenti consecutivi, per trovare il filamento giusto. Secondo la psicologia del pensiero creativo, ci vogliono comunque 10 anni d'oneroso apprendistato prima di produrre qualcosa di significativo, e ciò vale autobiograficamente anche per un Mozart. Gli altri sono dei casi d'autismo non conclamato, con ben specifici quanto limitati "isolotti d'abilità". Ma pure quell'1% d'ispirazione è solo l'esito d'un riassetto neurosinaptico che Freud non a torto ha definito LAVORO onirico. Edison intuì la geniale idea d'una luce (e annesso calore) basata sul principio opposto rispetto a quello sin lì conosciuto: dalla luminosità per combustione chimica, ossidazione con l'ossigeno, all'elettromagnetismo fisico, radiazione fotonica, per sottrazione proprio dell'ossigeno, che il bulbo della lampadina tiene separato dal filamento. I fulmini erano stati un inganno plurimillenario: giungendo al suolo incendiavano la vegetazione e così vennero sempre associati al fuoco. Edison contribuì in modo decisivo allo schianto di quest'atavica fissazione cognitiva. Tuttavia il suo parto non ne nasconde il travaglio e le doglie, alla pari d'un qualsiasi concepimento biologico. Fatica, sforzo, esercizio sotto carico, sudore e lacrime. L'euforia del perseguire le maslowiane peak experiences può inibirne la percezione e farci sentire appagati invece che esausti e sfiancati, idem gli automatismi che ci desensibilizzano a un lavoro ripetuto sino a non prestarvi più attenzione. "Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza": Marco 12, 30. Ma non è affatto credibile che quanto esiga il pieno impegno fisico e ideoaffettivo possa avere alcunché da spartire col divino. Anzi. Il lavoro nobiliterebbe l'uomo? Forse allora ci rende addirittura liberi, come recita l'ideologia raccapricciante scritta sul cancello d'Auschwitz.
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