Difesa dell'allegria

Mario Benedetti

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Curatore: Francesco Luti
Editore: Polistampa
Anno edizione: 2000
In commercio dal: 9 luglio 2007
Pagine: 184 p., Brossura
  • EAN: 9788883041709
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    Massimo

    20/10/2006 13:06:26

    "...tuttavia nel mio amore ci sono altre cose/per esempio i sogni con cui muovo la terra/la povera lotta che combattei e combattemmo/i buoni odii quelli che nobilitano/il costante dialogo con la mia gente/ la domanda pungente che mi fecero/ le veraci risposte che non detti..." E' la globalizzazione della cultura, quella sì, che si fà attendere. Così assumiamo solo adesso,dunque con scandaloso ritardo, Mario Benedetti tra gli autori cui dobbiamo stima, affetto, ammirazione. E di cui vorremmo leggere ancora,e ancora.

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    Francesco

    18/04/2006 12:45:59

    Beh, che dire, un ennesimo capolavoro del più grande poeta e scrittore di racconti brevi odierno. Emozionante, succoso, ironico, pungente! Nella traduzione, purtroppo, si perde qualcosa, come quasi in tutte le opere...

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    Ortega Manuel

    26/01/2001 11:04:27

    E' l'unico libro in italia del più importante poeta latinoamericano vivente. Sono felice, io sono di panama, che Francesco Luti lo abbia tradotto e portato in Italia, Benedetti è un grande. Grazie



Benedetti, Mario, Difesa dell'allegria, Polistampa, 2000
Benedetti, Mario, Lettere dal tempo, Le Lettere, 2000
recensioni di Barile, L. L'Indice del 2000, n. 11

Escono insieme due libri dello scrittore uruguayano Mario Benedetti: un'antologia di poesie, Difesa dell'allegria, curata da Francesco Luti, e un libro di racconti, Lettere dal tempo, curato da Martha Canfield e tradotto da Emanuela Jossa. Benedetti non è noto da noi come merita, forse per una sorta di saturazione succeduta a un periodo di grandi entusiasmi per i sudamericani.
L'America Latina di Benedetti non ha niente di magico o folklorico: è l'America Latina dei poveri, della gente comune con le sue storie d'amore e con la sua musica, ed è l'America Latina delle dittature, della tortura e dei desaparecidos. La sua scrittura trascorre liberamente dalla poesia alla prosa, sempre restando uguale a se stessa e toccando con assoluta immediatezza i grandi temi della vita degli uomini, e cioè l'impegno civile e se necessario politico, e l'amore - gli amori fugaci e gli amori lunghi di una vita. In poesia o in prosa, Benedetti parla di torturati e di torturatori, di amore, di esilio, di nostalgia, e, soprattutto, del Tempo e del suo passare.
Di esilio, Benedetti ne sa qualcosa: fra il 1973 e il 1985 è, esule, a Buenos Aires, Parigi, Cuba, in Messico e a Madrid. Dodici anni, prima di riabbracciare la moglie Luz, cui è dedicato un poemetto in difesa dell'amore lungo, l'amore che dura (ma Benedetti è plurale, e difende anche l'amore breve). Nato a Montevideo nel 1920 da genitori italiani, il suo primo romanzo di successo è La tregua, 1960 (Feltrinelli, 1984), centoventi edizioni, adattato per cinema, teatro, radio e televisione. Lavora a Parigi (come Cortázar e Vargas Llosa) per la Ortf, a Cuba alla Casa de Las Américas e nei campi di canna da zucchero. Intanto pubblica molti libri di poesie (alcune delle quali musicate con successo), e ancora romanzi, racconti, teatro.
Nelle poesie (premio Reina Sofia 1999), Benedetti parla da un tavolo di caffè, o da una piazza assolata di uno sperduto paese sudamericano, o dalla stanza di un modesto ufficio di copisteria, dietro la sua macchina da scrivere, dove il tempo che scorre è segnato dalla ripetizione anaforica dell'ora. Questa ripetizione ha il segno "meno" rispetto al segno "più" delle celebri Cinque della sera di García Lorca: è una ripetizione ridotta alla ripetitività impiegatizia. Come il Cortázar delle poesie, Benedetti usa spesso la metonimia (la parte per il tutto), anche erotica: "Potresti avvicinarti a sorpresa / e dirmi 'Come va?' e resteremmo / io col segno rosso delle tue labbra / tu con l'inchiostro blu della mia penna". Ma la figura caratteristica della sua poesia è la ripetizione anaforica, soprattutto all'inizio e alla fine di ogni strofa, che suggella le poesie come un ritornello popolare.
A questa si accompagna l'ironia, risvolto dell'abbassamento di tono, che se ne infischia delle regole della poesia e che usa spesso il "parlato". Tutto, ad esempio in Intervew (l'infinito, la politica, l'amore), subisce lo stesso trattamento scanzonato, ironico disincantato, e le dichiarazioni più drammatiche sono date per inciso ("ma il futuro è rimasto senza magia"). La ripetizione talvolta produce effetti di retorica rovesciata, come nella poesia Allende, in Viento del exilio (1980-81), con ripetizione e variazione: "per ammazzare l'uomo della pace / per colpire la sua fronte libera da incubi / dovettero convertirsi in incubo... / e ammazzare di più per continuare a ammazzare... e ammazzare e ammazzare di più per continuare a ammazzare...". Il paradosso, anche linguistico, il rovesciamento dei termini l'uno nell'altro, il bisticcio etimologico, che deriva da César Vallejo, vedi i Poemas del hoyporhoy, dell'oggicomeoggi, o la poesia Corazón coraza, giocano tanto al rialzo quanto al ribasso, come nel Padrenostro latinoamericano, che sviluppa in una pacata logica elementare e paradossale ogni frase della preghiera, con esiti toccanti sul "pane quotidiano" o sulla faccenda del debiti e dei debitori.
La capacità di cogliere la Storia e di raccontarla nei particolarissimi destini di una persona o di una coppia è il segno di questa poesia: la poesia di un poeta che, invecchiando, vede la luce e il riconoscimento di sé in una donna nuda e nel buio, titolo e refrain di due poesie più recenti (1985): "Una donna nuda e nel buio / possiede una chiarità che ci dà luce... / una donna nuda e nel buio / genera uno splendore che ci dà fiducia... / una donna nuda e nel buio / genera una luce propria e ci accende...", cui segue un Resoconto sulle carezze, dove, come in una bella poesia molto surrealista di Cortázar, la carezza viene prima della mano: "le carezze cominciano prima / di convertirsi in carezze".
Anche i racconti di Mario Benedetti filano come sonetti, dritti al loro fine (spesso una pointe): perché Mario Benedetti ha orecchio. I suoi racconti brevi e talvolta brevissimi hanno una misura impeccabile che è al tempo stesso assolutamente e miracolosamente naturale. Il libro è diviso in tre sezioni, aperte da tre poesie eponime: Segnali di fumo (è il poco che resta di un fuoco che è bruciato), Lettere dal tempo (un breve, struggente "adagio" in questa sorta di Sonata in tre tempi), e Le stagioni, primavera estate autunno e inverno come età della vita. È una struttura semplice e leggera, con molte rispondenze interne, come una Sonata appunto, che alterna movimenti più distesi a quelli drammatici, come, nella pista da ballo, ai ritmi impegnativi segue un ballabile.
Troviamo gli stessi elementi delle poesie: il gusto per il "non detto", che chiude con straziato umorismo il week-end del ragazzino con i genitori separati, o che nella bellissima fulminea Valigia per viaggi brevi illumina di colpo, retrospettivamente, di una luce drammatica l'elenco dei poveri oggetti contenuti nella borsa, con l'uso di un solo aggettivo: "vicario", una morte vicaria. Troviamo un Sudamerica di immigrati, periferie del mondo dove si esibiscono ipnotizzatori ciarlatani che fanno parlare i sordomuti. Troviamo le passioni di tutti, il ballo, la musica e il calcio (la storia di un calciatore che canta il tango Cambalache al posto dell'inno nazionale prima della partita in Europa è un capolavoro). Troviamo il marchio che lascia nell'anima il carcere, nel sogno di un carcerato, che sogna di essere carcerato, e trasforma il topo in lucertola e le ragnatele in verdi fronde; e che, una volta in libertà, nella casa della sorella, non più carcerato, continua inesorabilmente a sognare di essere carcerato.
O, reversibilmente, l'incubo dei torturatori: e cioè il riapparire improvviso a molti anni di distanza di uno dei torturati, che nella prima sezione è il bellissimo Il diciannove, il Numero 19, il sopravvissuto, che un bel giorno ricompare nel giardinetto, e, sotto gli occhi atterriti del suo aguzzino di un tempo, incontra nel suo salottino l'incongrua e inconsapevole famigliola: la banalità del male. Lo stesso incubo apre la seconda sezione, eponima, con la lettera di addio della giovane figlia di desaparecidos alla madre adottiva, complice della dittatura militare (mentre nella realtà, osserva Martha Canfield, è accaduto che la ragazza decide di restare con i genitori adottivi). Qui il risentimento è superato dalla pena, e dalla volontà-impossibilità di capire ("Mi piacerebbe che mi raccontassi cosa dicevi al tuo confessore. E soprattutto cosa ti diceva lui"). L'importante è la memoria, ricordare quello che è accaduto, come nel doloroso Segreteria telefonica: un monologo drammatico dove il destinatario non parla, ma condiziona il discorso, come nelle lettere. (Il bel titolo, peraltro ottimamente tradotto, suonava nell'originale Buzón de tiempo, e trova la sua perfetta traduzione nella recente mostra di cartoline di Ceronetti: Dalla Buca del Tempo).
Benedetti non ha paura delle parole, e non deve forzare i toni per dire il rapporto con l'altro nella forma estrema torturatore-torturato: e dice, con lo stesso tono piano, anche la ferocia di certa alta borghesia, la modestia e la malinconia del ceto inferiore, i luoghi urbani come il Caffè Tupí a Montevideo con i suoi aficionados, i pochi oggetti personali lasciati in eredità in un Testamento olografo, alla Villon. Dice le diverse voci che ogni uomo ha nei diversi stadi della vita, fino all'ottantesimo compleanno dell'ultimo racconto, il vecchio solo nella sua biblioteca, che è la sua vera autobiografia (perché intorno a ogni libro vivono i nostri luoghi e tempi e storie): libri di César Vallejo, Horacio Quiroga, La morte di Maeterlinck...
Vorrei chiudere ricordando la folla di giovani assiepata fin da un'ora prima, nel settembre scorso, alla Casa de las Américas a Madrid per la presentazione di questo libro - a conferma di quanto questo scrittore ottantenne sappia emozionare i lettori di ogni età. Mi pare buon auspicio che i traduttori italiani siano ambedue giovani, e che abbiano voluto conoscerlo di persona: a loro va il nostro augurio di continuare a lavorare con passione, imparando a districarsi nel complicato gioco della traduzione, tra senso e suono, tra fedeltà e orecchio.
  • Mario Benedetti Cover

    È stato uno dei massimi narratori e poeti del Novecento. Ha cominciato a guadagnarsi la vita come commerciante, contabile, impiegato, giornalista e traduttore. È stato direttore del Centro di Ricerche Letterarie della “Casa de las Américas” all’Avana, e del Dipartimento di Letteratura Latinoamericana, dell’Università di Montevideo. Dopo il golpe militare del 1973, ha rinunciato all’incarico universitario ed è partito in esilio, durato 12 anni, prima in Argentina, poi in Perù, a Cuba e in Spagna. Nel 1999 ha ricevuto il prestigioso Premio di Poesia Reina Sofìa. Tradotti in Italia: Racconti (Multimedia, 1995), Inventario: poesie 1948-2000 (Le Lettere, 2001), Grazie per il fuoco (La Nuova Frontiera, 2011) e Fondi di... Approfondisci
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