Traduttore: L. Sgarioto
Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Anno edizione: 2015
Pagine: 217 p.
  • EAN: 9788845929922
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Descrizione

Ci sono libri che hanno la prodigiosa, temibile capacità di dare, semplicemente, corpo agli incubi. "Epepe" è uno di questi.

Inutile, dopo averlo letto, tentare di scacciarlo dalla mente: vi resterà annidato, che lo vogliate o no. Immaginate di finire, per un beffardo disguido, in una labirintica città di cui ignorate nome e posizione geografica, dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa. Immaginate di ritrovarvi senza documenti, senza denaro e punti di riferimento. Immaginate che gli abitanti di questa sterminata metropoli parlino una lingua impenetrabile, con un alfabeto vagamente simile alle rune gotiche e ai caratteri cuneiformi dei Sumeri - e immaginate che nessuno comprenda né la vostra né le lingue più diffuse. Se anche riuscite a immaginare tutto questo, non avrete che una pallida idea dell'angoscia e della rabbiosa frustrazione di Budai, il protagonista di "Epepe". Perché Budai, eminente linguista specializzato in ricerche etimologiche, ha familiarità con decine di idiomi diversi, doti logiche affinate da anni di lavoro scientifico e una caparbietà senza uguali. Eppure, il solo essere umano disposto a confortarlo, benché non lo capisca, pare sia la bionda ragazza che manovra l'ascensore di un hotel: una ragazza che si chiama Epepe, ma forse anche - chi può dirlo? - Bebe o Tetete.

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  • User Icon

    Udo

    30/01/2017 17:42:19

    Da una parte c'è l'idea, la storia, l'intuizione. Dall'altra c'è il suo svolgimento, il suo intreccio, la sua voce. Questa libro parte con un'idea - se non originalissima - quantomeno azzeccata: un uomo qualunque si ritrova in un posto qualunque ed entrambi risultano 'impossibili' l'uno per l'altro. Potete metterci un po' di tutto: incomunicabilità, estraneità, allegoria, giallo, persino fantascienza, ognuno è effettivamente libero di leggere questo romanzo al livello che preferisce. Ciò che però non funziona è che nessuno di questi livelli trova una sua compiutezza: l'incomunicabilità resta tale fino alla fine, l'estraneità è semplicemente smorzata, il giallo è presto annacquato e la fantascienza scompare. Tutto questo in pagine e pagine nelle quali il protagonista non fa che porsi domande (che non avranno risposta) e l'autore compilare elenchi di qualunque genere, e nessuno dei due arriva allo scopo ultimo, vale a dire rendersi davvero interessante. Ogni episodio è fine a se stesso, denso di descrizioni e (quasi) nient'altro. La lettura procede aspettandosi uno scarto o una svolta che non arrivano mai. E tutta la storia si attorciglia su se stessa senza spiegazioni o allusioni, senza mordente, esattamente senza speranza come la videnda di Budai.

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    silvia

    01/06/2016 15:18:45

    L'argomento trattato nel romanzo è quantomai attuale, anche se nel 1970, quando è stato scritto, doveva sembrare fantascienza. "Epepe" dà voce all'incubo dell'incomunicabilità, al timore di trovarsi sperduti in una sterminata città sconosciuta, tra una cieca folla onnipresente, moltitudine senza volto descritta ossessivamente da un'infinita varietà di aggettivi. Il protagonista è un uomo abituato a usare la logica, tenta coraggiosamente di analizzare la struttura di una lingua indecifrabile scomponendola nei suoi elementi costitutivi; dapprima si oppone alle circostanze, poi si lascia trascinare, nell'ansia di condividere qualcosa che lo accomuni agli altri, di appartenere alla massa sfrenata. Salvo un lieve sbilanciamento nel ritornello retorico delle pagine finali, si tratta di un libro notevole, inquietante e al contempo divertente. Scorrevole, quasi fumettistico, "Epepe" ci riconcilia con l'ansia di trovarsi in mezzo a un groviglio insensato di persone. L'edizione è ottima, fuori luogo la terza di copertina che lascia intravedere inesistenti scenari pruriginosi.

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    LEON

    19/10/2015 00:12:35

    È un classico marchio Adelphi!! Da leggere e da vivere...Per me straordinario! Lo consiglio vivamente.

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    paolo g

    11/07/2015 18:12:15

    Un filo di suspence che non approda a nulla. Un buco nell'acqua.

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    Cristiano Cant

    01/07/2015 12:54:04

    Smarrirsi in un dizionario umano impervio fino alla più buia disperazione. Nessuna logica semantica a supporto, si è atterrati forse su una zolla marziana. Dunque invocare Champollion, Ventris, Grotefend, tutte le strutture a portata di memoria e gli schemi lessicali solidi nel proprio bagaglio, tentare le assonanze, i vocii, scavare le radici più antiche, i segni più remotamente arcaici, e comprendere in fondo ad ogni sforzo che si è precipitati in una botola sorda a qualunque intesa umana, il colmo della più autentica intelligibilità...Nulla!!!...Nemmeno un seme di vicinanza nei contatti con questa metropoli nuova all'occhio e alle cartine, nessuno che sappia tradurre nel suo verbo le mille e più rincorse dottissime dell'uomo giunto dal paese della cultura millenaria, quella nota, studiata, diffusa. Storia di un'impotenza e di uno smacco alla ragione, storia di un incubo che non smette di lievitare nel seno delle pagine, e che anzi prende sempre più amaramente la china di una realtà di tragedia, di gelo e incapacità maledettamente tangibili, dove nemmeno lo spiraglio e il sorridente respiro di una donna riescono a iniettare sollievo nella folle nube che assedia il protagonista. Meraviglioso l'episodio della scala mobile, è la vetta più tristemente perfetta del libro, lo sfiorarsi di vocali comuni nella ressa pazzesca che scandisce la trama. Code e code e code di gente a radere di insensatezza e stupore questo sommo labirinto di estraneità che è la vita, fino alle pagine in cui gli istinti più bassi, gli spari e le miserie della più viva socialità sfondano ogni immaginazione aprendo un teatro di sangue che è la voce del possibile nell'imbuto dell'onirico. Budai è soltanto lo specchio estremo di una comprensione umana sempre eternamente sfuggente, di un universo morale claudicante, di un ignoto che in realtà è la nostra traccia costante.

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