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Anno edizione: 2015
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Parte molto bene, devo dire, con un bel carico di tensione. Mette quasi ansia... anzi, senza quasi. Quindi, per proseguire serenamente e con gusto nella lettura, è d'uopo attuare un certo distacco emotivo. Allora, mollata l'empatia, si può dunque procedere, assaporando la narrazione senza farsi risucchiare dal vortice distopico e lasciarsi incupire dalla situazione e dalle paturnie del protagonista. Karinthy è abile ed efficace nel descrivere quello che potrebbe essere uno degli incubi peggiori di ciascun umano che si coricasse dopo una lauta cena; uno di quelli che prende alla gola e mozza il fiato, da cui svegliarsi al più presto, o assolutamente da prevenire con un potente digestivo. È stata un'esperienza di lettura singolare e incalzante con buoni spunti di originalità, ben scritta e accattivante. Mi ha sorpresa, incuriosita e tenuta sulle corde fino alla fine, perciò: grazie del consiglio caro Carrère!
Epepe è uno di quei libri che ti lasciano addosso una sensazione strana: irritazione, fascino, disagio e ammirazione convivono continuamente durante la lettura. Non è un romanzo facile, né particolarmente “accogliente”. A tratti si trascina quasi per inerzia, e sinceramente credo abbia almeno un centinaio di pagine di troppo. Però sarebbe ingiusto liquidarlo come un brutto libro, perché l’idea alla base è straordinaria. La trama è semplice e potentissima: Budai, un linguista che conosce moltissime lingue, prende per errore un aereo sbagliato e si ritrova in una gigantesca città sconosciuta dove nessuno parla una lingua comprensibile. Nessuno. E proprio lui, esperto di comunicazione, diventa improvvisamente incapace di comunicare. Il romanzo funziona soprattutto nell’atmosfera: file interminabili, masse umane soffocanti, caos urbano, anonimato, alienazione. Sembra una puntata de Ai confini della realtà scritta da Kafka sotto anfetamine. Il senso di smarrimento del protagonista diventa quasi fisico anche per il lettore. Il problema è che Budai, andando avanti, commette errori talmente illogici da generare rabbia. Possibile che un linguista non pensi di cercare libri illustrati, fumetti o testi per bambini per decifrare almeno le basi della lingua? A volte sembra quasi regredire invece di adattarsi. Però bisogna considerare una cosa fondamentale: il romanzo uscì originariamente a puntate settimanali. E allora molte lentezze diventano più comprensibili, proprio come accade nelle serie TV moderne con episodi “di transizione”. Il cuore del libro resta attualissimo. L’incomunicabilità, la sovrappopolazione, l’indifferenza collettiva, l’egoismo sociale: temi impressionanti se si pensa che il romanzo è del 1969. In questo senso Karinthy è stato quasi profetico. Libro imperfetto, frustrante e a tratti sfiancante… ma anche terribilmente intelligente. Da leggere con pazienza. E magari con un thermos di caffè accanto.
Epepe è uno di quei libri che ti lasciano addosso una sensazione strana: irritazione, fascino, disagio e ammirazione convivono continuamente durante la lettura. Non è un romanzo facile, né particolarmente “accogliente”. A tratti si trascina quasi per inerzia, e sinceramente credo abbia almeno un centinaio di pagine di troppo. Però sarebbe ingiusto liquidarlo come un brutto libro, perché l’idea alla base è straordinaria. La trama è semplice e potentissima: Budai, un linguista che conosce moltissime lingue, prende per errore un aereo sbagliato e si ritrova in una gigantesca città sconosciuta dove nessuno parla una lingua comprensibile. Nessuno. E proprio lui, esperto di comunicazione, diventa improvvisamente incapace di comunicare. Il romanzo funziona soprattutto nell’atmosfera: file interminabili, masse umane soffocanti, caos urbano, anonimato, alienazione. Sembra una puntata de Ai confini della realtà scritta da Kafka sotto anfetamine. Il senso di smarrimento del protagonista diventa quasi fisico anche per il lettore. Il problema è che Budai, andando avanti, commette errori talmente illogici da generare rabbia. Possibile che un linguista non pensi di cercare libri illustrati, fumetti o testi per bambini per decifrare almeno le basi della lingua? A volte sembra quasi regredire invece di adattarsi. Però bisogna considerare una cosa fondamentale: il romanzo uscì originariamente a puntate settimanali. E allora molte lentezze diventano più comprensibili, proprio come accade nelle serie TV moderne con episodi “di transizione”. Il cuore del libro resta attualissimo. L’incomunicabilità, la sovrappopolazione, l’indifferenza collettiva, l’egoismo sociale: temi impressionanti se si pensa che il romanzo è del 1969. In questo senso Karinthy è stato quasi profetico. Libro imperfetto, frustrante e a tratti sfiancante… ma anche terribilmente intelligente. Da leggere con pazienza. E magari con un thermos di caffè accanto.
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