Traduttore: L. Sgarioto
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Anno edizione: 2017
Formato: Tascabile
Pagine: 217 p., Brossura
  • EAN: 9788845932250
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Descrizione
Ci sono libri che hanno la prodigiosa, temibile capacità di dare, semplicemente, corpo agli incubi. "Epepe" è uno di questi. Inutile, dopo averlo letto, tentare di scacciarlo dalla mente: vi resterà annidato, che lo vogliate o no. Immaginate di finire, per un beffardo disguido, in una labirintica città di cui ignorate nome e posizione geografica, dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa. Immaginate di ritrovarvi senza documenti, senza denaro e punti di riferimento. Immaginate che gli abitanti di questa sterminata metropoli parlino una lingua impenetrabile, con un alfabeto vagamente simile alle rune gotiche e ai caratteri cuneiformi dei Sumeri - e immaginate che nessuno comprenda né la vostra né le lingue più diffuse. Se anche riuscite a immaginare tutto questo, non avrete che una pallida idea dell'angoscia e della rabbiosa frustrazione di Budai, il protagonista di "Epepe". Perché Budai, eminente linguista specializzato in ricerche etimologiche, ha familiarità con decine di idiomi diversi, doti logiche affinate da anni di lavoro scientifico e una caparbietà senza uguali. Eppure, il solo essere umano disposto a confortarlo, benché non lo capisca, pare sia la bionda ragazza che manovra l'ascensore di un hotel: una ragazza che si chiama Epepe, ma forse anche - chi può dirlo? - Bebe o Tetete.

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Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    Valentina

    01/11/2018 16:10:04

    Atmosfere kafkiane e ottime intuizioni. Stile semplice e abbastanza scorrevole. Purtroppo, dopo la metà del romanzo, la vicenda inizia a trascinarsi. Il finale è del tutto discutibile.

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    sono brunitudo su instagram

    23/09/2018 20:25:06

    Il professor Budai prende un aereo per Helsinki, fa un viaggio tranquillo, dorme. Arriva in una città che capisce non essere la sua destinazione. Puó succedere, forse ha saltato lo scalo, basta chiedere, rivolgersi a qualcuno per prendere un altro volo e... invece no. Nessuno parla la sua lingua. Nessuno lo ascolta. Nessuno ci prova. Nessuno ha tempo per lui. Nessuno è interessato a lui. Budai viene scacciato e schiacciato da una barriera linguistica inattaccabile, si dispera nel tentativo di espugnare la fortezza di indifferenza di questi stranieri enigmatici. Riuscirà a tornare a casa, a stabilire un contatto umano? L'idea è geniale, il suo sviluppo fa riflettere su problematiche attuali come incomunicabilità, solitudine metropolitana, il sentirsi soli insieme. Cosa è necessario per una effettiva comunicazione, un mezzo condiviso o la volontà di condividere un messaggio?

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    Ginevra

    20/09/2018 10:25:57

    Devo dire che ero partita con delle aspettative forse troppo alte nei confronti di questo romanzo. La trama era di una semplicità disarmante, ma in ciò stava a mio parere il suo più grande fascino: un linguista si trova in una città sconosciuta senza riuscire a comprendere la lingua di nessuno dei suoi abitanti. Mi aspettavo la risoluzione di un enigma, invece ho trovato molta angoscia, la ripetizione di una sola situazione, quella iniziale, in molteplici forme sempre diverse ma invero sempre uguali e un finale che non soddisfa. Inoltre la scrittura di Karinthy non mi ha colpito particolarmente. Un bel diversivo ma nulla di più.

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    Pinella

    20/09/2018 08:53:30

    Giudizio un po' contrastato su questo romanzo che ho acquistato a prezzo pieno e che mi sono sentita in dovere di finire. Infatti, la prima parte molto descrittiva è noiosa e poco convincente. La seconda un po' più animata. Del tutto salvo la parte che riguarda il tentativo del protagonista, esperto linguista, di interpretare l'idioma degli abitanti di questa città sconosciuta, che ho paragonato a quella di una comunità di insetti. -formicaio?-. Inoltre le tematiche spesso implicite sull'organizzazione politica di tipo totalitario, chiusa e militare, nella quale le ribellioni sono sedate e non producono nessun cambiamento, ma solo un'alternanza del potere, sono a mio avviso il contenuto più importante. Questi messaggi sono forti, considerato anche la nazionalità e la biografia dell'autore; non è invece convincente l'impianto narrativo, in certi momenti forzato e non efficace.

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    Maryl

    19/09/2018 19:51:57

    Idea geniale, inizio lento ma interessante poi andiamo incontro ad un susseguirsi di vicende diverse ma sempre uguali. Il lettore non saprà mai dove Budai è capitato, non saprà mai chi è Epepe (e gli altri tremila modi in cui è chiamata), non capirà mai la lingua parlata e resterà solo con la speranza che forse Budai troverà il mare... bah! Potevo farne sicuramente a meno...

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    a97

    19/09/2018 09:26:32

    bellissimo. rimani col fiato sospeso dall'inizio alla fine del libro e completamente coinvolto dalla narrazione.

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    agnese

    18/09/2018 13:43:56

    Appena terminata la lettura ho provato un senso di incompletezza, il finale mi sembrava affrettato e non adatto allo svolgimento della trama, eppure a mente lucida non posso non approvare questo libro. È la testimonianza di una delle più grandi paure dell'essere umano, la solitudine, qui portata all'esasperazione attraverso l'impossibilità di comunicare. In un crescendo di ansia l'autore ti spinge a cercare una soluzione per salvare il povero Budai e se alla fine sembrerà troppo facile è perché, come per l'inizio, tutto si può stravolgere in un attimo.

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    ChiaraElisa

    14/06/2018 06:44:59

    Adelphi Immaginate di finire, per un beffardo disguido, in una labirintica città di cui ignorate nome e posizione geografica, dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa. Immaginate di ritrovarvi senza documenti, senza denaro e punti di riferimento. Immaginate che gli abitanti di questa sterminata metropoli parlino una lingua impenetrabile, con un alfabeto vagamente simile alle rune gotiche. Se anche riuscite a immaginare tutto questo, non avrete che una pallida idea dell'angoscia e della rabbiosa frustrazione di Budai, il protagonista di Epepe. Perché Budai, eminente linguista, ha familiarità con decine di idiomi, doti logiche e una caparbietà senza uguali. Eppure, il solo essere umano disposto a confortarlo, benché non lo capisca, pare sia la ragazza che manovra l'ascensore di un hotel: una ragazza che si chiama Epepe, ma forse anche – chi può dirlo? – Bebe o Tetete. Non facile.

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    Dario A.

    22/03/2018 00:37:37

    Una scrittura asciutta e lucida per descrivere un incubo senza fine. Meritevole.

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    Kim W.

    19/03/2018 21:17:34

    Un'idea brillante totalmente sprecata. Pagine e pagine inconcludenti e, via via, sempre più irritanti.

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    Udo

    30/01/2017 17:42:19

    Da una parte c'è l'idea, la storia, l'intuizione. Dall'altra c'è il suo svolgimento, il suo intreccio, la sua voce. Questa libro parte con un'idea - se non originalissima - quantomeno azzeccata: un uomo qualunque si ritrova in un posto qualunque ed entrambi risultano 'impossibili' l'uno per l'altro. Potete metterci un po' di tutto: incomunicabilità, estraneità, allegoria, giallo, persino fantascienza, ognuno è effettivamente libero di leggere questo romanzo al livello che preferisce. Ciò che però non funziona è che nessuno di questi livelli trova una sua compiutezza: l'incomunicabilità resta tale fino alla fine, l'estraneità è semplicemente smorzata, il giallo è presto annacquato e la fantascienza scompare. Tutto questo in pagine e pagine nelle quali il protagonista non fa che porsi domande (che non avranno risposta) e l'autore compilare elenchi di qualunque genere, e nessuno dei due arriva allo scopo ultimo, vale a dire rendersi davvero interessante. Ogni episodio è fine a se stesso, denso di descrizioni e (quasi) nient'altro. La lettura procede aspettandosi uno scarto o una svolta che non arrivano mai. E tutta la storia si attorciglia su se stessa senza spiegazioni o allusioni, senza mordente, esattamente senza speranza come la videnda di Budai.

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    silvia

    01/06/2016 15:18:45

    L'argomento trattato nel romanzo è quantomai attuale, anche se nel 1970, quando è stato scritto, doveva sembrare fantascienza. "Epepe" dà voce all'incubo dell'incomunicabilità, al timore di trovarsi sperduti in una sterminata città sconosciuta, tra una cieca folla onnipresente, moltitudine senza volto descritta ossessivamente da un'infinita varietà di aggettivi. Il protagonista è un uomo abituato a usare la logica, tenta coraggiosamente di analizzare la struttura di una lingua indecifrabile scomponendola nei suoi elementi costitutivi; dapprima si oppone alle circostanze, poi si lascia trascinare, nell'ansia di condividere qualcosa che lo accomuni agli altri, di appartenere alla massa sfrenata. Salvo un lieve sbilanciamento nel ritornello retorico delle pagine finali, si tratta di un libro notevole, inquietante e al contempo divertente. Scorrevole, quasi fumettistico, "Epepe" ci riconcilia con l'ansia di trovarsi in mezzo a un groviglio insensato di persone. L'edizione è ottima, fuori luogo la terza di copertina che lascia intravedere inesistenti scenari pruriginosi.

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    LEON

    19/10/2015 00:12:35

    È un classico marchio Adelphi!! Da leggere e da vivere...Per me straordinario! Lo consiglio vivamente.

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    paolo g

    11/07/2015 18:12:15

    Un filo di suspence che non approda a nulla. Un buco nell'acqua.

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    Cristiano Cant

    01/07/2015 12:54:04

    Smarrirsi in un dizionario umano impervio fino alla più buia disperazione. Nessuna logica semantica a supporto, si è atterrati forse su una zolla marziana. Dunque invocare Champollion, Ventris, Grotefend, tutte le strutture a portata di memoria e gli schemi lessicali solidi nel proprio bagaglio, tentare le assonanze, i vocii, scavare le radici più antiche, i segni più remotamente arcaici, e comprendere in fondo ad ogni sforzo che si è precipitati in una botola sorda a qualunque intesa umana, il colmo della più autentica intelligibilità...Nulla!!!...Nemmeno un seme di vicinanza nei contatti con questa metropoli nuova all'occhio e alle cartine, nessuno che sappia tradurre nel suo verbo le mille e più rincorse dottissime dell'uomo giunto dal paese della cultura millenaria, quella nota, studiata, diffusa. Storia di un'impotenza e di uno smacco alla ragione, storia di un incubo che non smette di lievitare nel seno delle pagine, e che anzi prende sempre più amaramente la china di una realtà di tragedia, di gelo e incapacità maledettamente tangibili, dove nemmeno lo spiraglio e il sorridente respiro di una donna riescono a iniettare sollievo nella folle nube che assedia il protagonista. Meraviglioso l'episodio della scala mobile, è la vetta più tristemente perfetta del libro, lo sfiorarsi di vocali comuni nella ressa pazzesca che scandisce la trama. Code e code e code di gente a radere di insensatezza e stupore questo sommo labirinto di estraneità che è la vita, fino alle pagine in cui gli istinti più bassi, gli spari e le miserie della più viva socialità sfondano ogni immaginazione aprendo un teatro di sangue che è la voce del possibile nell'imbuto dell'onirico. Budai è soltanto lo specchio estremo di una comprensione umana sempre eternamente sfuggente, di un universo morale claudicante, di un ignoto che in realtà è la nostra traccia costante.

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