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Giovanni Verga

Curatore: R. Verdirame
Collana: La memoria
Anno edizione: 1999
Pagine: 152 p.

32 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Classica (prima del 1945)

  • EAN: 9788838915048

recensioni di Bo, R. L'Indice del 2000, n. 03

"Felis-Mulier. Animale antidiluviano. (...) Ha in comune con i maggiori felini l'irradiazione magnetica della pupilla, l'erettilità delle unghie, il polpastrello vellutato, l'elasticità elegante dei movimenti, la morbidezza dei tessuti e la scabrosità delle papille della lingua". Così un insolito Verga sottolinea i tratti straordinari e crudeli della protagonista di questa prova narrativa giovanile, redatta in Sicilia durante un'epidemia di colera: una donna-felino insieme altera e passionale, capace di travolgere con uno sguardo i cuori maschili, tutta dedita alla mondanità e all'arte della fuga e della dissimulazione, e nel contempo vittima designata dell'infelicità e di una malattia - la tisi - che farà strage di tante eroine letterarie.
Felis-Mulier è il titolo che Rita Verdirame, attenta studiosa dello scrittore siciliano - illuminante e preziosa la sua Nota conclusiva -, attribuisce all'opera nell'occasione della presente riedizione (il manoscritto era già stato pubblicato come Tigre reale I nel 1988 da Le Monnier), e si rifà a un'idea dello stesso Verga, che al tempo della stesura oscillava tra l'evocazione in lingua latina o italiana delle doti di ferinità della protagonista. La storia qui narrata corrisponde dunque alla prima versione di Tigre reale, che vede la luce nel 1875: analogamente alla sua protagonista femminile, il romanzo subisce una lunga serie di peripezie, a partire dal rifiuto di Treves che, avendo pubblicato Eva nel '73, non lo ritiene all'altezza del precedente e teme addirittura che nuoccia alla fama dello scrittore emergente. Verga, pur intuendo nel diniego dell'editore milanese anche ragioni di tipo non strettamente letterario, rimette comunque in discussione il manoscritto, mutandolo profondamente nella sostanza e nella forma fino a renderlo, all'atto della seconda stesura, assolutamente diverso dall'originale.
Si tratta qui in effetti di un Verga assai differente da quello che si è soliti frequentare. La vicenda dello sfortunato e fatale amore di Lida, seducente ed enigmatica baronessa russa, e di Gustavo, fatuo e inconcludente uomo di lusso, può essere considerata come una delle molte messe in scena dell'amour fou, rivisitato in chiave melodrammatica; tutto si svolge in perfetta sintonia con i canoni di un classico feuilleton del tempo. La parte centrale è godibilissima, anche per un lettore contemporaneo, deliziosa e divertente com'è nella sua casalinga e ingenua pirotecnia: vi si narra dell'avventurosa fuga della baronessa da Napoli ad Avellino e del conseguente quanto tenace inseguimento dell'appassionato Gustavo, che interviene a salvare l'amato bene minacciato dagli immancabili briganti. Tra i due, stretti in un pericoloso e incendiario assedio, si consuma una breve e struggente scena di passione che segnerà anche la fine del loro rapporto: non si vedranno più, se non nel momento in cui Gustavo incontra, in una stazione ferroviaria, la bara della sua sfortunata amante. È in questa occasione che il narratore lo abbandona a se stesso, proprio mentre assume un sembiante e una voce che lo trasformano in una sorta di homo lupus dilaniato dal dolore: "allorquando il treno scomparve, Gustavo lanciò un grido terribile, come se il cuore gli fosse scoppiato in petto, e si slanciò a correre dietro la traccia di fumo che il convoglio si lasciava dietro, coi capelli irti e le braccia protese".
Siamo lontanissimi dagli accenti autenticamente tragici del Verga maggiore: ma questo giovane scrittore entusiasta del suo lavoro vale la pena di essere conosciuto, almeno per la durata effimera di un breve sogno.