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Azorín

Curatore: R. Londero
Editore: Liguori
Collana: Barataria
Anno edizione: 2006
Pagine: 368 p. , Brossura
  • EAN: 9788820737979
"Che cos'è Azorín? – si chiedeva Benjamín Jarnés – Un romanziere? Un saggista? Un poeta nel senso stretto di artefice di versi? Un drammaturgo? Com'è difficile rispondere!". Nella sua domanda Jarnés condensa sia la vicenda letteraria che la storia della ricezione critica di un artista della scrittura poliedrica e programmaticamente sfuggente alle definizioni, di sicuro uno dei fondatori della modernità letteraria spagnola.
La traduzione italiana di La isla sin aurora è una preziosa occasione per il lettore non specialista di confrontarsi con una prosa tra le più eleganti del Novecento, non a caso molto apprezzata da poeti come Juan Ramón Jiménez Gerardo Diego, e più recentemente Jaime Gil de Biedma, Pere Gimferrer. Il libro è stato sapientemente tradotto e puntualmente annotato e commentato da Renata Londero, studiosa di Azorín e profonda conoscitrice del suo mondo. Prima di dar conto di questo singolare romanzo che la brava curatrice definisce, a ragione, una sorta di testamento spirituale e letterario, la summa della poetica azoriniana, vale la pena di ripercorrere rapidamente i tratti salienti della biografia letteraria di José Martínez Ruiz (nato a Monóvar nel 1873 e morto a Madrid nel 1967), che nel 1904 rubò a un suo personaggio romanzesco lo pseudonimo con cui da allora in avanti avrebbe firmato la sua opera. Rapido e sonoro, Azorín riecheggia il nome de plume di un intellettuale da lui molto ammirato, quel Clarín che tra i primi aveva riconosciuto e incoraggiato il suo talento e compare come maestro e guida nel romanzo La voluntad (1902).
Il nome di Azorín è indissolubilmente legato a quel gruppo di intellettuali che si presentarono prepotentemente sulla scena letteraria spagnola all'inizio del Novecento, Unamuno, Baroja, Maeztu, Valle Inclán, accomunati da una profonda insofferenza verso l'immobilismo della nazione spagnola all'indomani di quel Trattato di Parigi che, ratificando la perdita di Cuba e delle Filippine, mise fine al passato imperiale. La Spagna si scopriva di colpo povera, attardata, appartata rispetto all'Europa. Proprio da Azorín quel gruppo di talenti eterogenei e irriducibili a una misura comune ricevette il nome – abbastanza controverso, per la verità – di "Generazione del 98". Critici e insofferenti verso l'Ottocento borghese, si affacciavano sulla soglia del nuovo secolo carichi di inquietudini, senz'altra certezza che non fosse la coraggiosa ricerca intellettuale del nuovo. Molti di loro sognavano l'azione, sedotti com'erano dalle idee anarchiche, ma quel giovanile desiderio di cambiamento, seguendo traiettorie e percorsi individuali, si incanalò, per forza di cose, nella letteratura, e lì lasciò un segno profondo. Fu, in definitiva, una generazione di intellettuali che nella e dalla letteratura ripensarono il loro tempo e la loro cultura.
La formazione di Azorín non è molto diversa da quella dei suoi compagni di strada: proveniente da un'agiata borghesia provinciale, viene educato dagli Scolopi e dopo aver intrapreso gli studi giuridici li interrompe per approdare a Madrid e al giornalismo. Dopo alcuni anni di combattivo attivismo politico, di dichiarate simpatie anarchiche e speranze rigenerazioniste, Azorín individua nella letteratura il territorio d'azione, si sposta su posizioni via via più conservatrici, scegliendo infine, durante il franchismo, una posizione defilata e una totale dedizione alla scrittura.
La trilogia romanzesca inaugurata da La voluntad (cui seguirono Antonio Azorín e Las confesiones de un pequeño filósofo) mostra come dalle ceneri del ribelle radicale José Martínez Ruiz prende forma lo scettico e moderato Azorín che afferma: "L'immagine è tutto. La realtà non importa, quel che importa è il nostro sogno" e che trova nell'armonia della letteratura l'ideale di saggezza cui aspirava. La sua cifra stilistica è un raccontare che dissolve tutti gli elementi della mimesi realista e frantuma il cursus ipotattico del periodare ottocentesco in una prosa agile e nervosa. Affinando negli anni questo strumento, rendendolo via via più duttile e sensibile ai cromatismi e alla fluidità melodica, Azorín si insedia in uno spazio distante dalle urgenze e dagli affanni della storia e del quotidiano in cui scrivere è ri-scrivere e ri-scriversi, di saggio in romanzo, in una sorta di continuo autoritratto.
Forse possiamo rispondere alla domanda di Jarnés dicendo che Azorín è stato un letterato nel senso pieno del termine e al di là di ogni catalogazione di genere. Un letterato che ha praticato il giornalismo (modesto giornalista, si autodefiniva con una punta di civetteria), il romanzo, il dramma, il saggio, il genere fra tutti a lui più congeniale perché disponibile più degli altri a farsi memoria intellettuale e divagazione colta.
L'isola senza aurora, pubblicato nel 1944, ci trasporta in una dimensione sospesa tra il fantastico e il fiabesco sulle tracce di tre artisti: un poeta, un romanziere, un drammaturgo, che intraprendono un viaggio verso un'isola sperduta del Pacifico. Una volta sull'isola scopriranno che in quel paradiso non c'è l'aurora e quindi manca ogni dimensione progettuale, la speranza, "l'avvenire e il divenire". Ripartiranno non senza aver appreso le regole della saggezza, che sono la consapevolezza dei propri limiti, l'uso equilibrato delle proprie forze e la tolleranza. E ciò avviene attraverso l'incontro con saggi animali parlanti e figure mitiche e mitologiche, rivisitate con un'ironia tutta modernista.
Il viaggio coincide dunque con l'avventura della creazione, che non è e non si vuole avulsa dalla realtà né disdegna l'umile artigianato della forma, la paziente disciplina quotidiana. L'articolato e utile commento della curatrice restituisce alla diafana vicenda narrataci dallo scrittore tutta la fitta trama soggiacente di rimandi inter e intratestuali.
Questo viaggio aperto, senza conclusione e senza ritorno, si traduce così per il lettore in un viaggio a ritroso nell'opera di Azorín e nella sua ricca biblioteca che, con gusto modernista allinea classici e raros, incrocia e sovrappone generi, rivisita i miti fondanti della letteratura occidentale, dandone una lettura inedita e personale. In questa prospettiva Edipo, accompagnato da Antigone, ammonisce i viaggiatori sui pericoli della curiosità, Faust, immerso nei suoi studi e in attesa della fine, si presenta come un doppio dell'autore, giacché la sua vicenda gli ha insegnato il privilegio e l'inevitabile separatezza della sua condizione intellettuale. Prometeo, infine, si trova al centro di un buffo processo perché è il ladro che ha rubato l'aurora.
Nel proporci la letteratura come esperienza, nel gusto ironico della citazione, nella pratica del frammento e del non finito, L'isola senza aurora rivela tutta la sua sorprendente vitalità postmoderna, vicino com'è a quella parte della letteratura contemporanea radicalmente consapevole della sua natura fittizia e iperletteraria.
  Maria Rosaria Alfani