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Con una prosa essenziale e di scavo, capace di dare materia ai silenzi, Marina Zucchelli illumina la storia delle balie nel Novecento, fenomeno fondativo e quasi dimenticato della nostra storia. Il risultato è un romanzo d'esordio potente, che ci interroga su cosa significhi, ieri e oggi, essere famiglia.
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Senza timore di eccedere: uno dei romanzi più belli che io abbia letto. Spero sinceramente possa farsi spazio tra i vari premi letterari italiani. E' una storia a due voci, che intreccia la vita di Ada e Olimpia. E' anche la storia di più bambini: i quattro della prima, balia assunta per il bambino della seconda. Sullo sfondo, l'Italia prima e durante il fascismo e a cavallo della seconda guerra mondiale, la civile Bologna di Olimpia e la rurale Ciociaria di Ada (col suo dialetto) che si alternano tra i capitoli. Tra le storie delle due donne, si sviluppa parallelamente la vicenda di un altro bambino, abbandonato al brefotrofio di Roma e che cresce in varie famiglie. Questo romanzo racconta vari modi di essere famiglia e vari modi di essere figlio. Non ultimo, racconta un pezzo della vita di tante donne che furono, il fenomeno storico e sociale del baliatico mercenario, in cui noi altre, centrate nel contemporaneo, possiamo piombare per unire pezzi della nostra storia femminile che non conosciamo o ci siamo perse. Un romanzo commovente in molti capitoli. Nelle note dell'autrice, Marina Zucchelli racconta di aver dato vita a questo romanzo partendo da un documentario sul baliatico in Italia per rai3. Dunque molti pezzi delle storie sono reali e riferiti a persone realmente esistite.
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