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Anno edizione: 2025
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Libro presentato da Silvio Perrella nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2026.
Vanessa, Siddiq e Martin, sotto la guida della dottoressa Hollis, prendono parte all’ambizioso esperimento psicoterapeutico della camera a Luce Inversa. Da principio come idee, poi come corpi e voci, raccontano le violenze subite durante l’infanzia: Vanessa abusata dal compagno della madre, Siddiq dal prete dell’istituto e Martin dal nonno paterno. Mentre raggiungono la casa sulle nuvole, le loro coscienze, affiorando, si confondono e si contaminano, offrendo un nuovo strumento per rielaborare il dolore e dando origine a un racconto a tre voci, lucido e onirico insieme. Consapevoli del potere della manipolazione, Vanessa tenta la strada del distacco e Siddiq si affida al perdono. Martin, invece, è invaso dalla rabbia e la sua guerra interiore sfocia nella vendetta. Ora, un treno li aspetta: è l’inizio e la fine del vagabondare, in cerca di una possibile luce, di una casa in cui non sia manomessa qualunque forma di amore.
Proposto da Silvio Perrella al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione: «Leggere La luce inversa (Wojtek) di Mota significa fare l’esperienza del dolore; di un dolore del corpo che nell’essere defraudato della sua naturale felicità infrange anche la mente, il ricordo, i tempi dell’esistere. I corpi per Mota sono luoghi e fanno rima sdrucciola con un luogo fantasmatico nel quale “si è sdraiato il buio”, formando “una gelatina oceanica”. Vanessa, Siddiq e Martin – ecco i nomi che danzano in alternanza di apparizioni pensieri e sentimenti nel racconto – traggono “origine e sostentamento da un trauma”. I loro corpi defraudati chiedono di essere curati; e il medicamento al quale si sottopongono deriva da una luce che sa riavvolgere il tempo, risalendolo verso la sua scaturigine, perché “ogni cosa intorno a noi ha un assoluto bisogno di perdonarsi e di essere perdonata”. Anche la lingua che Mota si è forgiato per dare respiro al suo libro è “inversa” come la luce curativa, cioè insieme franta e cruda, amniotica e veggente, capace di essere chirurgica senza scorticare il sentimento della condivisione.»
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