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Günter Grass

Traduttore: C. Groff
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2002
Formato: Tascabile
Pagine: 654 p.
  • EAN: 9788806164034


"Adesso capirai, bambina mia, perché il tuo nonno desidera soltanto andarsene, qui tutto ha di nuovo l'odore brandeburghese misto di pino e di caserma. Per farla breve: voglio semplicemente 'volatilizzarmi', come dicono i berlinesi, ma non appena mi riuscirà di riemergere in letizia da qualche parte, e il più lontano possibile dallo scambio di colpi tedesco-tedesco, ti invierò numerosi e significativi segnali lampeggianti..."

Protagonista è un vecchio: nato nel 1919, vissuto lungo tutto il secolo, testimone di una Germania tragica nelle sue diverse vicende storiche. Ma il tempo può anche essere vinto: se il protagonista de Il tamburo di latta tentava di fermarlo e il suo rifiuto di crescere, di farsi adulto, era il rifiuto di una contemporaneità condannata, questo vecchio, nell'identificazione con un romanziere vissuto esattamente un secolo prima, Theodor Fontane, rappresenta il rifiuto della storia tout court. La Germania gioca e ha giocato un ruolo centrale nell'Europa di questo secolo, nella sua odiosa grandezza e nel suo travaglio di Paese sconfitto e dilaniato: oggi, riunificata, forse offre un'immagine più sbiadita, una stanchezza culturale che non ha la forza di ricostruire la propria fisionomia. E così solo in una progressiva identificazione con un intellettuale del passato, con l'attaccamento alla citazione e alla cultura dei libri, scostandosi almeno un po' dalla cronaca, si può pensare ad una rinascita, ad una nuova forma di giovinezza. Sarà la giovane nipote francese a dare un po' di freschezza a questa "lunga storia" della malinconia e del rifugio, dell'abbandono e della vecchiaia.

Anche questo romanzo, come per altro tutte le opere di Grass, può essere definito una "superba macchina narrativa", una "cattedrale gotica" (come Renato Barilli lo ha recentemente definito), la cui complessa architettura ha come necessario supporto tanti elementi decorativi, apparentemente accessori, in realtà sostanziali alla vita dell'intera costruzione. Così trovano giustificazione e senso quell'innumerevole quantità di rimandi e citazioni che forse rendono il testo apparentemente troppo letterario, vera finzione, ma proprio in questo testimonianza di una stanchezza del presente, una malinconia, una sfiducia nelle "magnifiche arti e progressive" che Günter Grass in più di un'occasione ha testimoniato direttamente.

Lo scherzoso nomignolo Fonty, giocosamente attribuito al vecchio fattorino Theo Wuttke, a causa del suo amore sconfinato e alla sua progressiva identificazione con il romanziere Theodor Fontane, sottolinea la malinconia di fine secolo che pervade il romanzo, l'americanizzazione del nome pu˜ essere il simbolo della perdita d'identità di una nazione che, riunificandosi, è riuscita a cancellare tanta parte di sé. Ma anche Fonty, come tutti i grandi personaggi letterari, ha la sua "Ombra Perenne", Hoftaller, eternamente disponibile ad adeguarsi con entusiasmo a nuovi regimi e a nuovi padroni: due facce, due aspetti di questa stanca umanità di fine millennio che ne ha forse viste troppe, troppo ha sofferto per sapersi inventare, altrimenti che nella rievocazione o nella fuga, un futuro che abbia un senso.

Solo l'architettura complessa del romanzo, solo il narrare dà ordine a un mondo fatto di piccole questioni quotidiane e di grandi tragedie collettive che si intrecciano in modo inestricabile e ci farebbero smarrire se lo scrittore non ci indicasse un superiore ordine intellettuale a cui fare riferimento.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

Capitolo primo

Dai picchi muraioli

Noi dell'archivio lo chiamavamo Fonty; no, molti di coloro nei quali si imbatteva dicevano: "Allora, Fonty, di nuovo posta da Friedlaender? E come sta la figliola? Dappertutto si parla delle nozze di Mete, non solo al Prenzlberg. Cosa c'è di vero, Fonty?"
Persino la sua Ombra Perenne esclamava: "Ma no, Fonty! È stato anni prima dei moti rivoluzionari, quando Lei, alla luce delle candele, ha offerto ai suoi compagni del Tunnel qualcosa di scozzese, una ballata..."
D'accordo: suona un po' stupido, come Honni o Gorbi, ma Fonty deve restare Fonty. Persino il suo desiderio dell'ypsilon finale dobbiamo vidimarlo con un timbro ugonotto.
Stando ai documenti, si chiamava Theo Wuttke, ma essendo nato a Neuruppin, e per di più nel penultimo giorno dell'anno 1919, c'era materiale a sufficienza per rispecchiare il tormento di un'esistenza fallita che solo tardi era giunta alla fama, ma alla quale poi si era eretto un monumento che noi, con le parole di Fonty, chiamavamo "il bronzo seduto".
Senza curarsi di morte ed epitaffio, stimolato invece dal monumento a figura intera davanti al quale, da bambino, aveva sostato spesso da solo e a volte tenuto per mano dal padre, il giovane Wuttke – sia da studente liceale, sia nell'uniforme azzurra dell'aviazione – si studiò un'illustre "seconda vita" talmente plausibile che il Wuttke attempato, cui l'appellativo "Fonty" era rimasto appiccicato a iniziare dai suoi viaggi di conferenze per il Kulturbund, si trovò a disporre di una massa di citazioni variamente spendibili; e tutte così calzanti, che in questo o quel gruppo di conversatori poteva presentarsi come se ne fosse l'autore.
Parlava della "mia sufficientemente nota 'Ballata della Pera'", della "mia Grete Minde e il suo incendio", e tornava sempre a Effi come alla sua "figlia dell'aria". Dubslav von Stechlin e la biondocenere Lene Nimptsch, Mathilde dal viso di cammeo e Stine, venuta su troppo pallida, insieme alla vedova Pittelkow, Briest nella sua debolezza, Schach, come si rese ridicolo, il guardiaboschi Opitz e la malaticcia Cécile, erano tutti alle sue dipendenze. Senza ammiccamenti, bensì nella certezza di dolori vissuti, si lamentava con noi della sua corvée come farmacista al tempo della rivoluzione quarantottesca, poi della situazione incresciosa in qualità di segretario dell'Accademia prussiana delle Arti – "Sono sempre spaventosamente fiacco e giù di nervi" -, per riferire allo stesso modo di quella crisi che lo aveva quasi portato in manicomio. L'uomo era ciò che diceva, e chi lo chiamava Fonty gli credeva sulla parola, mentre chiacchierava e rivestiva di aneddoti pungenti la grandezza e il declino della nobiltà brandeburghese.
Così ci ha accorciato cupi pomeriggi. Appena seduto nella poltrona dei visitatori, attaccava a parlare. Del resto conosceva tutto: era persino in grado di elencare gli errori dei suoi biografi, che quand'era di buonumore definiva "i miei benemeriti cancellatori di tracce". E quando sembrò avere la certezza di essere assurto per noi a modello, esclamò: "Sarebbe ridicolo ritrarmi come 'serenamente al di sopra delle parti!'"
Spesso era più bravo di noi, i suoi "solerti schiavi delle note in calce". L'epistolario che conservavamo, ad esempio lo scambio di lettere con la figlia, era capace di sgranarlo con una tale sicurezza nelle citazioni che per lui dev'essere stato un piacere proseguire questa corrispondenza in un imperituro estro epistolare; subito dopo l'apertura del Muro di Berlino scrisse appunto a Martha Wuttke, che a causa di un esaurimento nervoso si trovava per cura a Thale am Harz, una lettera à la Mete: "... Naturalmente mamma si è fatta spuntare le lacrime, mentre a me questi avvenimenti che vogliono a tutti i costi essere grandi dicono davvero poco. Mi attirano di più i particolari inconsueti, ad esempio quei ragazzi, tra i quali stranieri dall'aria esotica, che nel ruolo di cosiddetti abbattimuro o picchi muraioli praticano la demolizione indubbiamente degna di plauso di questa chilometrica conquista, in parte come iconoclastia, in parte come commercio al minuto; si fanno sotto all'opera d'arte pantedesca con martello e scalpello, in modo che ciascuno – e la clientela non manca – si ritrovi col suo souvenir..."

E con ciò è chiaro in quale passato facciamo rivivere Theo Wuttke, che tutti chiamavano Fonty. Lo stesso vale per la sua Ombra Perenne. Ludwig Hoftaller, la cui vita anteriore arrivò sul mercato librario occidentale nel 1986 sotto il titolo Tallhover, entrò in attività all'inizio degli anni Quaranta del secolo scorso, senza peraltro cessare l'esercizio della professione là dove il suo biografo aveva messo la parola fine, bensì continuando a trarre vantaggi, a partire da metà anni Cinquanta del nostro secolo, dalla sua memoria fin troppo dilatata, presumibilmente a causa dei molti casi in sospeso, dei quali faceva parte il caso Fonty.
Così fu Hoftaller che vendette le patacche orientali alla stazione del Giardino Zoologico per poter invitare il suo Oggetto, grazie alla valuta occidentale, a festeggiare il settantesimo compleanno: "Non ci si può passare sopra così. Bisogna innaffiarlo".
"Sarebbe come volermi tributare il penultimo onore".
Fonty richiamò alla memoria del suo vecchio camerata una situazione che si era determinata in seguito all'invito della "Vossische Zeitung". Era arrivata a casa una lettera del capo redattore Stephany. Ma già cent'anni prima lui aveva reagito svogliatamente, a volta di corriere: "Chiunque può arrivare ai settanta, se ha uno stomaco passabile".

Recensioni dei clienti

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    G.L.

    17/02/2005 08.48.05

    Cesellare materiale narrativo, storico e politico con maestria polifonica da "Immortale" è un'arte che pertiene ad una ristretta cerchia d'Artigiani. Sottoporci all'atto della noesi, nel ripercorrere tappe e trapassi che hanno segnato il nostro presente, è qualcosa in grado di tralignare i rovelli critici e le diatribe ottuse di chi ustola invidioso. L'opera d'arte, in questo fortunato caso, connette la salda architettura dell'imponenza- mai ridondante- all'incastro contrappuntistico della "citatio" fontaniana. Una metaforica "prossemica", quella di Grass? Ce lo confermerebbe la "petite dolce amara", cui il ruolo di "legame" culturale spetta di diritto, e la cui figura di naiade europea riassume la potenza di questa monumentale fiaba.

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