Mente, linguaggio e realtà

Hilary Putnam

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Traduttore: R. Cordeschi
Editore: Adelphi
Edizione: 3
Anno edizione: 1987
In commercio dal: 14 settembre 1987
Pagine: 498 p.
  • EAN: 9788845902574
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    n.d.

    18/10/2017 16:11:32

    Un classico da ristudiare e tenere sempre presente.


recensione di Voltolini, D., L'Indice 1988, n. 8

Vorrei presentare il libro di questo filosofo statunitense - uno dei più importanti ed influenti filosofi contemporanei - sottolineandone innanzitutto la straordinaria ricchezza di temi, ed in secondo luogo soffermandomi, un poco più a lungo di quanto si è soliti fare nei confronti dei libri di filosofia, sulle peculiarità stilistiche ed argomentative del suo autore.
"Mente, linguaggio e realtà" è il secondo dei tre volumi in cui si dividono i "Philosophical Papers" di Putnam. Il primo, "Mathematics, Matter and Method", anch'esso del '75, è in traduzione presso la stessa Adelphi. Il terzo, più recente (1983), ha per titolo "Realism and Reason*. Con pochissime trascurabili eccezioni, ognuno dei ventidue capitoli del libro contiene ancora, nonostante siano passati tanti anni per la teoria e troppo pochi per la storia, una intatta validità filosofica. Questa considerazione vale credo, soprattutto per i brani dedicati alla filosofia della scienza e alla filosofia del linguaggio, mentre il problema mente-corpo ha recentemente subìto tali e tante visitazioni e riformulazioni da rendere un poco invecchiati i presupposti da cui Putnam partiva nel discuterlo.
Le tesi di Putnam sulla scienza e sul linguaggio, per quanto saldamente interdipendenti, sono interessanti per motivi diversi. Egli stesso ha mutato opinione più di una volta, negli anni, sul tipo di posizione da ritenersi più razionale nei confronti della ricerca scientifica. La prima filosofia di Putnam, in effetti, si basa su una forte adesione all'intuizione realistica che una ed una soltanto è e può essere la descrizione corretta del mondo. Tale descrizione, che è la scienza a fornire (in generale nelle discussioni novecentesche sull'argomento si fa riferimento alla fisica come paradigma di scienza matura) potrà bensì essere parziale ed anche rivedibile per molti suoi aspetti, tuttavia non potrà semplicemente giustapporsi a teorie antagoniste diverse senza che sia possibile decidere per la migliore, proprio perché disponiamo di un criterio per stabilire cosa è corretto e cosa non lo è e questo criterio fa un uso essenziale di nozioni come "corrispondenza con la realtà". Ma proprio questa intuizione che ho riassunto in modo molto contratto, sarà da Putnam stesso rifiutata e sostituita negli anni con formulazioni diverse via via più raffinate e articolate: egli si riferirà a tale intuizione chiamandola "realismo metafisico" e cercherà innanzitutto di salvarne alcuni aspetti con la proposta di un "realismo interno" molto vicino alla filosofia pragmatista.
Il libro di cui stiamo parlando documenta la prima fase di questo travagliato iter: le considerazioni che condussero Putnam a una tale revisione filosofica sono da lui stesso esposte, ad esempio in "Verità e etica" (Il Saggiatore, Milano 1982, ed. orig. 1978), un libro che il lettore italiano già conosce e che ora potrà situare con maggiore perspicuità, sullo sfondo di "Mente, linguaggio e realtà", all'interno del complesso sviluppo filosofico dell'autore. Il realismo metafisico, dirà Putnam, ha per conseguenza una concezione radicalmente non epistemica della verità. Su questa concezione poggiano numerosi insuccessi del programma semantico che ha inteso specificare la relazione di riferimento tra i termini del nostro linguaggio e gli elementi della realtà sulla base delle condizioni di verità degli enunciati. Qui ci troviamo di fronte ad uno dei problemi centrali della filosofia del linguaggio, la difficoltà teorica di organizzare in modo compatto e coerente le nozioni di verità, significato e riferimento, soprattutto senza svuotare quest'ultima di ogni contenuto. Su questo punto - un punto importante che segnala, in termini humiani la crisi di un intero programma di ricerca e che apre la strada a paradigmi scientifici alternativi, come quello cognitivista - si veda, sempre di Putnam, "Ragione, verità e storia" (Il Saggiatore, Milano 1985, ed. orig. 1981), in particolare il secondo capitolo e la relativa "Appendice".
Per quanto riguarda il realismo interno, non metafisico, non è il caso, qui ed ora, di esporre le caratteristiche della posizione più recente di Putnam sull'argomento, una posizione che tenterà di recuperare, in una cornice tendenzialmente pragmatista - come ho detto - e collettiva alcune importanti rivisitazioni kantiane, allargando contemporaneamente il campo d'indagine oltre la fisica e la matematica verso altre, più umanistiche, aree di interesse. Si tratta di un'evoluzione che ha portato Putnam vicino alle posizioni di Nelson Goodman e di Richard Rorty. Sono comunque tre filosofie profondamente diverse e proprio per questo i loro punti di contatto costituiscono un argomento degno di essere indagato con estrema attenzione, come sintomo di un profondo ripensamento filosofico che spesso, con un po' di superficialità, pensiamo essere appannaggio dei soli filosofi continentali.
È invece il caso di considerare un po' più in dettaglio i contributi dati da Putnam alla filosofia del linguaggio. Abbiamo visto come tre temi cruciali in questo campo siano quelli relativi a nozioni come "verità", "significato" e "riferimento". Essi sono strutturalmente legati alle considerazioni circa la scienza, poiché molte argomentazioni che riguardano da vicino l'attività scientifica riguardano altrettanto da vicino il nostro linguaggio e, quindi, la teoria semantica che il filosofo del linguaggio è impegnato a costruire. Per un verso, poiché valutare o riconoscere come valida una teoria scientifica significa ritenere veri i suoi enunciati e poiché la verità di un enunciato è materia centrale della semantica filosofica, il successo ed il consolidamento di una teoria scientifica possono aiutarci ad illuminare, in concreto, il nesso tra linguaggio, verità e realtà. Per un altro verso, tuttavia, poiché la verità di un enunciato e il significato dei suoi elementi sono concetti interrelati e poiché su questa interrelazione riposa la possibilità che un'attività scientifica abbia successo, una matura teoria semantica può permetterci di comprendere, razionalmente, il legame tra scienza verità e realtà. È ancora all'interno di questa cornice tradizionale di vicinanza privilegiata tra epistemologia e filosofia del linguaggio che si collocano i saggi di "Mente, linguaggio e realtà", una cornice in cui Putnam opera da riformatore ideando una gran quantità di miglioramenti, a volte decisivi, spesso drastici e sempre interessanti.
Decisivo, ad esempio, è stato il suo contributo alla semantica dei nomi comuni di specie naturale (come "tigre", "limone" o "acqua", ad esempio). Nella visione semantica (modellistica) tradizionale, le cui basi sono comunemente individuate nelle teorie di Gottlob Frege e Bertrand Russell, il significato di un nome di specie naturale poteva essere analizzato fornendone un sinonimo, composto di descrizioni definite: ad esempio, le espressioni "limone" e "l'agrume dalla scorza spessa e gialla dalla cui polpa si estrae un liquido di sapore aspro..." erano da considerarsi sinonime, cioè aventi lo stesso significato, e identificanti, nel mondo, la stessa estensione materiale, cioè aventi lo stesso riferimento. Dunque, l'enunciato "il limone è l'agrume dalla scorza spessa e gialla dalla cui polpa si estrae un liquido di sapore aspro... " andrebbe considerato ovviamente vero, di più: vero analiticamente.
Putnam sostituisce a questa idea un'immagine assai più articolata del funzionamento del nostro linguaggio. L'uso che facciamo delle nostre parole è messo in relazione; in quanto comportamento sociale, con altri comportamenti sociali: esiste una divisione del lavoro - anche di quello linguistico - per cui di fatto saranno il chimico, il biologo, il genetista, il botanico e non il grammatico, a stabilire se un campione di materia è o non è un limone, a stabilire, cioè, il riferimento del termine "limone" Ma il riferimento è una parte importante del significato. Dunque una parte importante del significato è stabilita a posteriori e questo non è affatto in sintonia con la tesi che "il limone è l'agrume dalla scorza..." sia un enunciato analitico. Questa immagine cancella l'idea che delle specie naturali possa essere data una definizione analitica, sostituendola con quella di un fitto gioco di relazioni tra i nostri usi linguistici, la divisione del lavoro all'interno della nostra cultura, lo sviluppo delle nostre scienze e le nostre consuetudini di parlanti.
Le tesi di Putnam, che con quelle di Saul Kripke produssero una svolta negli studi semantici, hanno fornito materiale importante per la rappresentazione del significato in certi settori dell'intelligenza artificiale, come la teoria dei 'frames' di Marvin Minsky. Vorrei, però, spostare l'attenzione su aspetti meno specialistici dell'opera di Putnam, perché "Mente, linguaggio e realtà" è il documento di una più generale presa di posizione filosofica antiverificazionista nei confronti della metafisica empirista in generale, non solo nella filosofia del linguaggio, e come tale è in grado di interessare un pubblico più numeroso dei soli semantici o addirittura dei soli filosofi.
Può darsi che in Italia questo libro abbia meno successo di quanto merita e per gli stessi motivi lamentati da Marco Santambrogio a proposito delle "Spiegazioni filosofiche" di Robert Nozick ("L'Indice" n. 3, marzo '88). Tuttavia sia quello di Nozick, sia questo di Putnam sono libri che, anche dal punto di vista stilistico, ci permettono di essere un poco più fiduciosi rispetto al loro destino presso il nostro pubblico. Sono almeno tre gli aspetti che secondo me possono rendere piacevole, stimolante e utile la lettura di "Mente, linguaggio e realtà". Innanzitutto la scrittura di Putnam è ricca e movimentata, consapevole nel mescolare all'argomentazione rapidi incisi, slogan e digressioni decongestionanti. In secondo luogo, tale piacevolezza retorica consente al filosofo di situare le proprie discussioni, sempre, in stretta relazione con temi più complessi e generali, e di farlo soprattutto con estrema naturalezza. C'è un pregiudizio sulla capziosità quasi morbosa delle argomentazioni analitiche della filosofia anglosassone: questa traduzione non può che contribuire, quantomeno, a ridimensionarlo.
Il tratto più importante riguarda però i numerosi "esperimenti mentali" che Putnam costruisce nei punti cruciali delle argomentazioni. La ricerca filosofica, come sappiamo, ha poche possibilità di appoggiarsi a esperimenti, ma un esperimento mentale è anch'esso un esperimento, anche se di tipo particolare. Consiste nella costruzione di una situazione fittizia, ad esempio una porzione di un mondo inventato di cui si postulano le caratteristiche, al cui interno vengono sottoposte a dure prove di coerenza intuizioni, tesi e verità che riteniamo ovvie, condivise e salde. Spesso l'esperimento ci mostra come contingente ciò che ritenevamo necessario, come frutto dell'abitudine ciò che ci sembrava indubitabile. Così le pagine di Putnam accolgono frammenti di altri mondi, di pianeti in tutto simili al nostro dove però un liquido in tutto simile alla nostra acqua ha una struttura molecolare diversa, oppure di gatti - i nostri gatti - che scopriamo essere robot prodotti da una tecnologia aliena, o, ancora, di strane sindromi che affliggono gli scapoli e solo loro.
La situazione fittizia in cui vengono condotti gli esperimenti del filosofo non produce, come sembrerebbe, uno straniamento meramente psicologico, poiché in essa si allestiscono rigorosi test di coerenza, e la coerenza è un concetto della logica. Perché è utile assistere, come lettori, a questo tipo di esperimenti? Perché sono uno strumento di lavoro del filosofo, fanno parte del suo mestiere, e c'è sempre molto da apprendere su un prodotto osservando come lo si produce. Gli esperimenti possono fallire, o essere approntati male: quelli di Putnam sono ideati quasi sempre assai bene, e di ottimi se ne trovano nella filosofia contemporanea, ad esempio il mondo antipodiano immaginato da Rorty in "La filosofia e lo specchio della natura".
Alla radice di questo stile filosofico sta l'opera di Ludwig Wittgenstein, la cui presenza in pressoché tutti gli sviluppi più significativi della filosofia contemporanea è tanto più visibile quanto più si guarda anche agli strumenti che egli seppe fornire al lavoro dei filosofi. Infatti, non solo la tecnologia progredisce in funzione dei propri utensili.
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