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PLATONOV, ANDREJ, Il mondo è bello e feroce

PLATONOV, ANDREJ, Il mare della giovinezza

PLATONOV, ANDREJ, Da un villaggio in memoria del futuro
recensione di Di Sora, D., L'Indice 1990, n. 7

Ci sono opere, nella letteratura russa, che sono come i fiumi carsici: scompaiono, sembrano estinti per sempre, e invece continuano ad esistere e a condurre una vita tutta sotterranea fino a quando non trovano il terreno favorevole per uscire di nuovo allo scoperto. Infiniti esempi si potrebbero addurre, e non solo del recente passato. "Cevengur", di Andrej Platonov, è una di queste opere.
All'inizio del 1928 lo scrittore, già noto per alcune raccolte di racconti, propone brani del suo romanzo a diversi giornali: nei numeri 4 e 6 di "Krasnaja Nov'" di quell'anno, vengono pubblicati "Origine di un maestro artigiano" e "L'erede del pescatore". Su "Novij Mir" dello stesso '28 appare un racconto dal titolo "Avventura", l'incontro di Sasa Dvanov con gli anarchici. Il romanzo però non vide mai la luce, anche se l'autore non lasciò nulla di intentato per ottenere il permesso. Gor'kij stesso, a cui si era rivolto per aiuto, ne giudicò impossibile la pubblicazione: "Nonostante la grande tenerezza con cui dipinge gli uomini, lei li colorisce tuttavia ironicamente, essi appaiono ai lettori non tanto come dei rivoluzionari ma come dei 'bislacchi', o 'seminfermi di mente'. Non dico che lo abbia fatto intenzionalmente, ma questa è l'impressione del lettore". Scomparve quindi "Cevengur" e nemmeno il disgelo chrusceviano, che pure recuperò molti racconti di Platonov, e fra gli altri la novella "Dzan* (1964), ebbe la forza di riconsegnare al suo pubblico naturale questo straordinario romanzo. Occorreranno sessant'anni e un secondo disgelo, che ben altri blocchi di ghiaccio ha smosso rispetto al primo, perché il ciclo si compia. Anche la parte italiana della storia ha le sue stranezze: tradotto e pubblicato da Mondadori nel 1972, col titolo "Il villaggio della nuova vita", non appena uscito in occidente (Imka Press, Paris 1973), ma passato praticamente sotto silenzio, viene ora riproposto da Theoria nella stessa traduzione di Maria Olsufieva, con un titolo diverso: "Da un villaggio in memoria del futuro". Altre case editrici sono state d'altronde attratte dalla riscoperta di Platonov avvenuta in Unione Sovietica, come e/o, con "Il mare della giovinezza", proprio la novella che ha dato il via a questa riscoperta e Sellerio con i racconti "Il mondo e bello e feroce".
Andrej Platonovic' Klimentov, questo il vero nome dello scrittore nasce nei dintorni di Voronez nei 1899, in una famiglia operaia. Il padre, meccanico nelle ferrovie, gli trasmette evidentemente l'amore per le macchine, per le stazioni e i depositi che ritroviamo in tantissimi dei suoi racconti, l'amore per ogni singola parte meccanica del treno, ma soprattutto per le locomotive, vive e altere "come signorinette". E alla tecnica anche lui si dedica, dopo aver militato nell'Armate Rossa. Nel '24 è ingegnere specializzato nell'utilizzazione dell'elettricità in agricoltura, ma intanto comincia a scrivere. Il suo primo libro di versi esce nel '22 e la sua prima raccolta di racconti, "Le chiuse di Epifan*, nel '27. È di questo periodo la sua appartenenza al gruppo Pereval (il valico), raccolto attorno alla rivista "Krasnaja Nov'" e al critico Voronskij, che sosteneva la tesi di Trockij secondo la quale non esisteva e non poteva esistere arte proletaria in Russia, almeno finché non si fossero create le condizioni materiali adeguate. Nella seconda metà degli anni venti è ancora possibile una qualche autonomia, sia pure con difficoltà: Valentin Kataev può pubblicare "I dissipatori", Bulgakov ha la sua 'pièce', "L'appartameuto di Zojka", rappresentata, anche se con pesanti attacchi e Zamjatin può raccogliere in volume i suoi "Racconti empi". Sono anni ancora vivi, ma si sta già definendo il futuro assetto letterario del paese. Entro pochissimo tempo, quando comincerà l'industrializzazione a tappe forzate e la collettivizzazione dell'agricoltura, la pressione sugli scrittori da parte del partito si farà insostenibile: Voronskij sarà arrestato come partigiano di Trockij, Zamjatin sarà costretto ad emigrare, Bulgakov non potrà praticamente più pubblicare nulla.
Dal 1931 anche Platonov, per una sua raccolta di bozzetti intitolata "Vprok" ("A buon pro"), sarà accusato di essere un agente dei "kulaki", e gli sarà permesso di apparire sulla stampa quasi solo come critico letterario, con articoli su Puskin, Capek, Hemingway. Ci vorrà la guerra, e la nomina a corrispondente dal fronte del giornale "Stella rossa", a far cadere il divieto, che d'altronde nel suo caso non era mai stato totale. A guerra finita però lo zdanovismo gli infligge l'ultimo attacco, questa volta definitivo, nella persona del critico Ermilov, che ritiene calunnioso e diffamatorio il racconto "Il ritorno". Ancora una volta, evidentemente, il lento e quasi svogliato rientro a casa del reduce, la fermata da Masa, la dolente figura di Ljubov Vasil'evna, la moglie, impacciata e nello stesso tempo orgogliosa, che confessa di aver avuto bisogno di tenerezza, mentre lui era al fronte, e Petja, il bimbo invecchiato, l'infanzia defraudata di tutto, anche del sogno, sono figure che non corrispondono all'immagine di eroismo determinato che lo stalinismo vuole dare di sé.. Come vent'anni prima gli strampalati eroi risoluti a costruire il comunismo a Cevengur, "chiusa nell'immensa steppa lunare", non servivano alla costruzione del mito della rivoluzione.
Ma non sono certo i personaggi la cosa principale nelle opere di Platonov, pur così singolari e bizzarri da risultare indimenticabili. Stremati dalla fatica di vivere e nello stesso tempo indifferenti alla vita e alla morte. Struggenti nella loro fragilità e nella loro caparbietà. Il tutto, racconti, romanzo, novelle, si può leggere come un'opera unica, uno stupendo 'feuilleton' senza inizio né fine, tenuto insieme dallo spazio, dallo sfondo in cui, alla Bruegel, si muovono queste figure. D'altronde il nome del villaggio in memoria del futuro, di quella Cevengur il cui nome "sembrava un brusio di richiamo", ci viene offerto quasi a metà del romanzo, ed è immediatamente chiaro che è una coordinata mitica, che attrae tutti i destini, un miraggio magari in fondo a un lago, come la leggendaria città di Kitez dei vecchi credenti. E in fondo al lago va a curiosare il padre di Sasa Dvanov per vedere com'è la morte: "la morte per lui era un'altra provincia situata sotto il cielo come sul fondo di una fresca acqua, che lo attirava". Gli eroi di Platonov sono sempre protesi alla ricerca, sempre in movimento, verso la verità e il senso della vita. Percorrono enormi distanze, si spostano lungo assi bizzarri e cervellotici, vagano più che andare, attratti dalle lontananze, a piedi, con ogni possibile mezzo di trasporto, eredi degli antichi pellegrini. E assieme a loro si muove tutto il creato, freme, si agita, in un brulichio instancabile e vitale, e spossante, ogni filo d'erba, ogni foglia, ogni animale. Questa incessante vitalità e la pietà dell'autore che li osserva, li fa simili all'uomo e il mondo, compresi gli astri, la terra, l'acqua, compone un tutto unico con caratteristiche antropomorfiche.
Dunque, Cevengur è il comunismo. "Ah, ragazzi, si sta bene a Cevengur!" A KopÙnkin che lo interroga sulla città, il giapponese non sa nascondere il suo furibondo amore, e spiega: "Cevengur non ammassa i beni, li distrugge [...]. Ci vivono uomini comuni e ottimi, e senza il comò in camera, unicamente gli uni per gli altri [...]. È il socialismo integrale, ogni zolla è patrimonio internazionale [...]. E anche il bestiame sarà lasciato libero fra poco, è quasi umano anche quello: semplicemente la secolare oppressione lo ha fatto rimanere arretrato". Poco dopo anche al lettore, in mezzo alla pianura ammutolita, nella struggente purezza del mattino, appare la piccola città: "Si vedevano uomini aggirarsi attorno all'abitato, tra radure e cespugli, a volte appaiati, a volte da soli, tutti senza fagotti né averi. Dei dieci campanili di Cevengur non uno stava suonando, eppure si sentiva l'irrequietezza della popolazione sotto il placido sole delle pianure arabili; contemporaneamente si muovevano in città anche le case: erano evidentemente trascinate chissà dove da gente invisibile da quel punto. Sotto gli occhi di Aleksej Alekseevic' un piccolo frutteto s'inclinò improvvisamente e s'incamminò in buon ordine: anch'esso veniva trasferito con le radici in un luogo migliore". È stato risolto una volta per tutte il problema del lavoro, dichiarato sopravvivenza dell'ingordigia e della voluttà animale sfruttatrice: è stato mobilitato il sole per farlo lavorare eternamente. E di sabato, si cambia posto a case e frutteti, in un volontario sciupio, assolutamente improduttivo e per questo praticato. Tutti i borghesi sono stati eliminati da Cevengur, e il racconto di come i magri cekisti eseguano il compito, con blanda curiosità e quasi con pietà, e di come il governo sovietico metta a disposizione della borghesia tutto l'infinito cielo attrezzato con stelle e astri allo scopo di organizzarvi l'eterna beatitudine, è uno dei momenti più alti del romanzo, la dolente assurdità dell'avvenimento ci viene trasmessa da scene al rallentatore, in cui ognuno è convinto e quasi sereno per l'ineluttabilità della parte che gli è stata affidata. Nella città svuotata, "silente e spopolata ma terribile", rimangono undici abitanti, più una donna, ad aspettare il proletariato. Che arriva, e sono "gli eccetera", ancora peggio del proletariato, sono nessuno, "tutti diversi, sebbene necessariamente simili, un proletariato integrale". Ricomincia così la vita di Cevengur, ricomincia lo spostamento delle case e dei frutteti, "nella giusta attesa che la felicità definitiva fosse elaborata dal proletariato stesso, non più disturbato da alcuno". Nulla più ostacola il comunismo. Che viene però spazzato via da un reparto di cavalleria cosacca. E Sasa Dvnov va a raggiungere suo padre nello stesso lago che quello aveva percorso nella curiosità della morte.
All'antiutopia di Cevengur, in cui il lavoro ha un senso solo se è inutile, se è un antilavoro, ironico e disperato rovescio del razionalismo costruttivistico, sembra corrispondere la vittoria finale dell'ingegner Vermo ne "Il mare della giovinezza", "la prima trivellazione al mondo della terra effettuata con un arco voltaico, per incenerire il terreno fino a raggiungere l'acqua". Ma in un continuo gioco al rialzo, a chiudere veramente la novella è la domanda di Umriscev, dove l'utopia si mescola alla sconfitta della morte: "I) "Dimmi un po', Mavrus, quando Nikolaj Edvardovic e Nadezda Michajlovna cominceranno a produrre elettricità dalla luce del giorno, allora, Mavrus, non caleranno più tenebre sulla terra?".
Platonov viene spesso avvicinato dagli storici della letteratura alla filosofia di Nikolaj FÙdorov (1828-1903), e al suo rifiuto di riconoscere la realtà della morte, al suo teorizzare una resurrezione corporea, fisica e non solo spirituale, basata sull'idea dell'unità fra uomo e natura ("Si getterà in eterno un ponte fra la natura viva e quella morta", dice Platonov), una sorta di panteismo cosmico, stimolato dalle conquiste tecniche e dal progresso scientifico. Ma forse ha ragione Josif Brodskij, quando definisce questa interpretazione superficiale, e mette piuttosto l'accento sulla parola: "A leggere Platonov si ha il senso della spietata, implacabile assurdità insita nel linguaggio, si scopre che a ogni nuova enunciazione - da chiunque provenga - quell'assurdità si fa più profonda. E che non c'è modo di uscire da quel vicolo cieco se non ripiegando nel linguaggio stesso da cui si è partiti".