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Georges Canguilhem

Traduttore: M. Porro
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1998
Pagine: 283 p.
  • EAN: 9788806148645

recensione di Vineis, P., L'Indice 1998, n. 6

Nella "archeologia dei saperi" Canguilhem occupa certamente un posto privilegiato. Allievo di Alain (a sua volta maestro di Simone Weil) e formatosi nell'ambiente hegeliano francese, Canguilhem fu successore del grande epistemologo Gaston Bachelard alla Sorbona. Il suo allievo più celebre, Michel Foucault, ne fu grandemente influenzato, anche se le sue ricerche finirono per divergere sensibilmente da quelle del maestro.
"Il normale e il patologico" è un libro avvincente e ancora estremamente interessante - a distanza di 55 anni dalla stesura. -, soprattutto per l'originalità con cui affronta il tema dei rapporti tra "norma" e "patologia". Refutando con numerosi esempi la tesi di Virchow e Claude Bernard secondo cui vi è una sostanziale continuità tra normale e patologico (tesi positivistica, in base alla quale le differenze sono essenzialmente di quantità e non di qualità), Canguilhem insiste invece sull'esperienza esistenziale della malattia e dunque sulla cesura sostanziale che vi è tra salute e malattia dal punto di vista soggettivo. Pur ammettendo una continuità nei valori assunti da specifici parametri biologici, Canguilhem fa notare come la malattia consista nella perdita dell'autonomia dall'ambiente che è invece caratteristica primaria del vivente: "La salute è un margine di tolleranza nei confronti delle infedeltà dell'ambiente". La sua analisi della confusione tra media statistica - a livello di popolazioni - e "norma" biologica è dettagliata e convincente: "La frontiera tra il normale e il patologico è imprecisa per individui diversi considerati simultaneamente, ma è estremamente precisa per un solo e medesimo individuo considerato successivamente". Questa semplice affermazione è in realtà di grande utilità per affrontare l'eterno dilemma della medicina, stretta tra la produzione di conoscenze "medie" desunte dallo studio quantitativo di popolazioni e la necessità di prendere decisioni sul singolo individuo, dunque tra "scienza biomedica" e "arte del guarire".
In effetti, una certa impostazione dialettica hegeliana finisce per essere efficace in un campo - come quello biomedico - in cui l'ambiguità e la contraddizione sono abituali, a partire dalla incerta definizione della medicina come disciplina al contempo scientifica e umana. Per esempio, è vero che la fisiologia potrebbe essere concepita come una scienza pura e quantitativa, senza riferimento alla "norma" e al "patologico" (e come tale potrebbe essere insegnata nelle facoltà di scienze, anziché in quelle di medicina), ma è altrettanto vero che gran parte delle domande che si pone la fisiologia e gran parte delle sue conoscenze derivano dai problemi dell'uomo malato. Se secondo Foucault "solo alla morte la malattia e la vita dicono la loro verità" (volendo con questo indicare che la conoscenza del vivente è in gran parte originata dalla studio del cadavere), secondo Canguilhem "tali risultati quantitativamente differenti [relativi al tasso di calcio nel sangue] non avrebbero alcuna qualità, alcun valore in un laboratorio, se questo laboratorio non avesse alcun rapporto con un ospedale o una clinica, in cui questi risultati assumeranno o meno valore di uremia, assumeranno o meno valore di tetano". Insomma, è la clinica, e dunque il bisogno dell'uomo sofferente, a fornire stimoli alle conosceze fisiologiche, e non l'opposto.