Notizie dall'interno - Paul Auster - copertina

Notizie dall'interno

Paul Auster

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Traduttore: M. Pareschi
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 26 novembre 2013
Pagine: 228 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806216030
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Con questo libro Paul Auster ha scritto un «Atlante illustrato delle felicità prime». Notizie dall’interno è un’autobiografia di tutti, universale anche quando (soprattutto quando) è dolorosamente intima.

«In principio tutto era vivo. Anche i piú piccoli oggetti erano dotati di un cuore pulsante, e perfino le nuvole avevano un nome». Ricorda quel tempo all’inizio del tempo: quando tutto risplendeva nella luce della prima volta. Quando eri bambino. Il momento aurorale in cui vennero tracciati i confini tra il «mondo fuori», quello delle cose, degli altri esseri umani, delle esperienze – la luna, i cartoni animati, il baseball, la mamma – e quello interiore, della coscienza, dei pensieri, delle delusioni, della felicità. E adesso che sei entrato «nell’inverno della vita» ripensa a quei confini, disegnali in una mappa che possa aiutare il lettore, quello anziano come il piú giovane, a orientarsi. Notizie dall’interno è proprio questo: il racconto dell’infanzia di Paul Auster, la storia di questo piccolo «apprendista d’uomo» nell’America degli anni Cinquanta e di come quelle esperienze, quegli incontri, hanno plasmato il mondo interiore del futuro autore della Trilogia di New York. Ma se la formazione della coscienza è la posta in gioco di ogni vita – perché è lí che vivono il dolore, l’amore, la felicità – per lo scrittore l’indagine di quel territorio è ciò che dà senso al proprio lavoro. Per questo Auster non si limita all’infanzia ma nelle quattro parti che compongono Notizie dall’interno affronta altri momenti decisivi in cui la vita (nei suoi modi a volte sfuggenti, altre volte traumaticamente sfacciati) ci plasma. Nel caso di Paul Auster può essere il ritrovamento di un carteggio intimo e sofferto con la prima moglie, rivivere i difficili anni di apprendistato a Parigi o anche la visione di un banale film di fantascienza. Ma tutto, lettere, trame di film, racconti fulminanti, compongono un’unica storia che, nel momento in cui ci permette di affacciarci sul mondo privato di un artista, ha la potenza di un reportage dal mondo interiore di ognuno di noi.
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    Antonio

    11/03/2019 23:00:39

    Sono convinto, straconvinto, che il modo migliore per approcciare Auster sia innanzitutto tramite i suoi scritti autobiografici, e forse questo più di tutti permette di farci conoscere una delle personalità letterarie più importanti della letteratura americana contemporanea. Se Diario d’inverno rappresenta il bilancio finale di un uomo più che adulto, entrato nell’ultima fase dell’esistenza – il suo inverno, appunto -, Notizie dall’interno può essere considerato il suo speculare. Scritto interamente con la tecnica del “tu narrativo”, quindi in seconda persona, come a rimarcare quella ormai distanza che il tempo ha creato tra chi scrive e chi viene ripescato nella memoria, che pur essendo la stessa persona, si è comunque diversi. Un viaggio dentro di sé per comprendere e comprendersi.

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    Antonio

    11/03/2019 18:58:54

    Sono convinto, straconvinto, che il modo migliore per approcciare Auster sia innanzitutto tramite i suoi scritti autobiografici, e forse questo più di tutti permette di farci conoscere una delle personalità letterarie più importanti della letteratura americana contemporanea. Se Diario d'inverno rappresenta il bilancio finale di un uomo più che adulto, entrato nell'ultima fase dell'esistenza - il suo inverno, appunto -, Notizie dall'interno può essere considerato il suo speculare. Scritto interamente con la tecnica del "tu narrativo", quindi in seconda persona, come a rimarcare quella ormai distanza che il tempo ha creato tra chi scrive e chi viene ripescato nella memoria, che pur essendo la stessa persona, si è comunque diversi. Un viaggio dentro di sé per comprendere e comprendersi. Il libro è suddiviso strutturalmente in tre parti. Nella prima, quella che dà il titolo al libro, Auster ripercorre la sua infanzia fino agli albori dell'adolescenza. Ci ritroviamo con un Auster bambino, alle prese con l'America devi anni '50, con le prime prese di coscienza di ciò che lo circonda, dei rapporti con i suoi coetanei, dall'amore per il baseball a quello fragile dei propri genitori, fino alla consapevolezza crescente nel capire cosa significa essere ebreo in quel particolare momento storico. Un Auster che si scandaglia e ci fa immergere nel suo passato con la sua proverbiale scrittura ipnotica. Nella seconda parte - "Due colpi alla testa" - ci ritroviamo con Auster teenager, ma più che ripercorrere gli eventi del proprio vissuto, ci racconta due esperienze cinematografiche che lo hanno sconvolto particolarmente. Una narrazione che si capovolge e ci trasporta nella trama dei due film, facendo vivere le stesse emozioni, inquietudini e stupore che lo stesso autore ha provato a suo tempo, restituendole con altrettanta forza narrativa. Non nascondo che a tratti sembrava davvero di avere davanti agli occhi le scene dei due film.

Se Paul Auster parla di sé


Nella vita di ognuno di noi, se si è abbastanza curiosi da non volersi fermare alla monodimensionalità, c’è un momento in cui si va alla ricerca di nuovi genitori: figure importanti che, pur non sostituendo per nulla la tua famiglia reale, vengono scelte come guide per quello che rappresentano, per quello che fanno e raccontano. Si tratta di affinità elettive, per lo più intuitive, unidirezionali e non alla pari: loro insegnano, tu impari. Loro hanno già fatto, tu devi ancora fare.

Ed è così che, quando ho deciso di diventare grande, sono finita ad avere tre nuovi padri: Bruce Springsteen, per l’etica del duro lavoro e della vita rude ma piena d’amore, per l’idea che finché la terra rimarrà dov’è e le tue palle pure allora non sarà ancora il tempo di arrendersi; Sam Shepard, per la sua ricerca della frontiera interiore e l’idea che la comunicazione con l’altro prende le forme di quello che vuoi tu e mai il contrario, anche quando si tratta della natura indomita o di una canna un po’ potente con cui, inevitabilmente, devi prima lottare; infine Paul Auster, per la sua immensa comprensione dell’umano e per la sua definizione urbana, dentro il mondo, dentro e insieme alla gente.

A loro tre io rivolgo alcune domande, ogni giorno. Non le elenco, ma sono le solite, sono le stesse che rivolgete anche voi ai vostri padri immaginari (Dio, il soffitto, le lacrime, i sospiri, la psicosi e poi quelli che vi siete scelti per sentirvi meno soli).

In queste domande, neanche a dirlo, si ripete come uno scampanellio di sottofondo la parola io, ovvero quel nodo esistenziale in cui convogliano il concetto di me stesso, quello di mondo e quello di difficile.

Il libro di Paul Auster, Notizie dallinterno, è un racconto che parla proprio dell’io e che raccoglie lo sguardo di un grande scrittore – vorrei dire enorme scrittore – che ha deciso, per ora, di interrompere la sua normale rotta verso l’avanti, il futuro, e di volgersi indietro, di guardare a quel tempo della vita umana in cui la scoperta deve ancora diventare coscienza, la formazione consapevolezza, le curiosità personalità. Quel tempo della vita umana che talvolta viene inghiottito dai buchi della memoria e dagli angoli morti di uno sguardo, appunto, che tendiamo a tenere sempre fisso su quello che deve ancora venire senza accorgerci che laggiù, la maggior parte delle volte, la visione è piuttosto informe.

Il libro è diviso in tre parti, molto diverse una dall’altra per tono, stile, forma e sostanza. La prima è composta da quei frammenti della fanciullezza che sono entrati, per bellezza o disillusione, per forza o per dolore, nell’album delle prime esperienze di Paul Auster bambino. Ognuno di questi frammenti potrebbe avere un titolo a sé, una parola che compendia l’esperienza vissuta: noia (soffre di crisi di apatia che lo portano lontano dalla realtà), solidarietà (all’età di otto anni gli capita di fare ancora pipì a letto ma un ragazzo più grande si occupa di mantenere intatta la sua dignità), crudeltà (si prepara così bene per le lezioni di inglese, si prepara così bene per far bella figura in classe dimostrando a tutti che la sua più grande passione è la lettura, si prepara così bene che il professore non gli crede e lo umilia), e così via. Non manca neanche il frammento sulla sua prima esperienza da narratore, un piacere che è bene che sia lui e solo lui a raccontare, perché cosa ne può sapere un altro del momento in cui tu hai iniziato davvero a sentirti te stesso?

Paul Auster narratore si rivolge al Paul Auster bambino dandogli – appunto –  del tu, e non si capisce se sia sempre per affettuosa complicità o, piuttosto, per analitica distanza, quel distacco dell’adulto che è in grado di elaborare una riflessione dentro o alla fine di ognuna di queste prime esperienze, nonostante siano state vissute da un ragazzino lontano nei lontani anni Cinquanta. Non così, però, nella seconda parte del libro, dove Auster accompagna il lettore nel ricordo della visione di due film, guardati rispettivamente a 10 e 14 anni, e rivive il suo apprendistato ermeneutico come fosse ancora davanti allo stesso schermo. Immobile, filosoficamente catturato, emotivamente scioccato.

Nella terza parte, infine, a ricevere il tu di Paul Auster è la sua prima moglie Lydia, a cui lo scrittore indirizzò delle lettere mentre girava tra New York, Parigi e il Maine nel decennio dei suoi vent’anni, quando i due erano ancora fidanzati, delle lettere che oggi – ritrovate fortuitamente e inserite in questo libro – costituiscono il racconto di come il suo io, da disperato e disorientato ragazzo senza centro, sia diventato prima la scatenata versione di se stesso elettrificato dalla rivolta del Sessantotto e poi, una volta che la metamorfosi intellettuale si è completata, lo scrittore come noi oggi lo conosciamo.

Alcune persone, esperte o meno esperte, affezionate o meno affezionate, stanno criticando questo spostamento di Auster dalla narrazione pura e dura verso il ricordo, la scrittura del sé, l’autobiografia non richiesta. Altre persone, in altri emisferi spesso meno alti, criticano in generale il riferimento all’io quando c’è da mettersi a scrivere una storia, il fatto che tanto dei fatti tuoi al lettore che gliene frega. Spesso queste persone sono quelle che con la creazione artistica non hanno mai avuto a che fare e che neanche sanno, neanche possono immaginare cosa succede nel mondo interiore di un individuo quando si mette a creare.

Paul Auster riesce a fare una cosa, da narratore, che io ho incontrato in pochissimi altri maestri della letteratura: riesce a entrare nel profondo dell’umano senza strappi, senza shock, senza imbastire grandi tavolate con tovaglie di merletto e oliere scintillanti pronte ad andare in mille pezzi al minimo tremore. Semplicemente lui fa così, lui è i suoi personaggi e, in misura ancora maggiore se possibile, è il movimento narrativo che porta impercettibilmente il personaggio dall’essere niente all’essere tutto. Riesce a fare una cosa difficilissima, che io un giorno vorrei imparare a fare, fosse anche una frase soltanto. L’ultima e per sempre. E per me.

E allora è per questo motivo che sono stata contenta di leggere come lui è arrivato a fare questo, di conoscere i segreti della sua anima bambina, di vedere in che modo e con quale scelta di parole ha deciso di esplorare i momenti della sua formazione, di sapere cosa lo ha colpito e cosa no, cosa lo ha scioccato e cosa invece lo ha fatto ridere. Allo stesso modo, sarà sempre per questo motivo che la scrittura del sé, nelle varie forme in cui si presenta, mi aiuterà ad allentare almeno un po’ quel nodo esistenziale dell’io che a volte è davvero troppo stretto per stare a leggere di altro che non sia vita vera.

Recensione di Marta Ciccolari Micaldi

  • Paul Auster Cover

    Scrittore, sceneggiatore e regista statunitense. Dopo aver studiato alla Columbia University, nel 1970 si recò a Parigi dove lavorò come traduttore fino al ritorno a New York nel 1974. Esordì come scrittore con poesie, racconti e articoli pubblicati sulla “New York Review of Books” e sulla “Harper’s Saturday Review”. La sua opera più famosa, subito accolta favorevolmente dalla critica, è la Trilogia di New York (Città di vetro, 1985; Spettri, 1986; La stanza chiusa, 1987), che volge in parodia il genere della detective story. Seguirono i romanzi Il paese delle ultime cose (1988), Il palazzo della luna (1989), La musica del caso (1991, dal quale Philip Haas trasse un film nel 1993), Leviatano (1992), Mr. Vertigo (1994)... Approfondisci
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