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Cillo nell’introduzione affronta il discorso sul rapporto tra identità sociale e la sua ricaduta nell'identità paesaggistica. L’autore focalizza tre diverse forme di identità: legittimante, resistenziale e progettuale. Ovviamente i paesaggisti apprezzeranno l'attenzione all'identità progettuale, che può guidare ad un'identità del paesaggio più aperta, dove le specificità locali non saranno vissute in chiave difensiva, perché sempre perdenti! Claudia Casatella , nel primo contributo, sostiene l’impossibilità di conservare i paesaggi, anche i più pregevoli, che si vogliono conservare ad ogni costo e sui quali spesso si investono ingenti risorse: e scrive che in fondo si paga la nostalgia, si opera una scissione tra identità ed immagine, c'è il rischio di cadere nella difesa del paesaggio in modo regressivo. Sul cambio di prospettiva si concentra il saggio di Silvia Mantovani, che non aggancia il suo ragionamento ai modelli tradizionali di interpretazione del paesaggio, ma basa il processo di piano tutto sul gioco. Può sembrare un esercizio logico azzardato, ma questo approccio trova un padre nobile in Patrick Geddes. Tessa Matteini aggiunge un’ulteriore riflessione al tema a lei caro che è stato oggetto della sua tesi di dottorato e sul quale ha pubblicato un saggio pregevole. ”I paesaggi storici, intesi come contenitori di memoria per le popolazioni e come palinsesti, le trasformazioni tumultuose o pacifiche, intercorse a breve o a lungo termine.” La ricerca del tempo come quarta dimensione del paesaggio fa di Tessa Matteini fra le studiose di Storia del Paesaggio più attente alle trasformazioni funzionali all’attività progettuale. Il saggio di Barbara Pizzo ha un taglio rigorosamente urbanistico; pur tuttavia gli obbiettivi che l’autrice si pone sono identici a quelli delle altre colleghe, infatti scrive: “il punto di vista che qui si sostiene è se davvero si vogliono raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile, ed un più soddisfacente “ambiente di vita”. (Biagio Guccione)
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