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Andrea Zanzotto

Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1999
Pagine:

43 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Classici, poesia, teatro e critica - Poesia - Raccolte di poesia di singoli poeti

  • EAN: 9788804469384

recensioni di Luzzi, G. L'Indice del 2000, n. 02

"Scivolavi come lava o braci diffondendoti, favella, / e fondendo te stessa nel tutto / inguaribile del mondo": sono versi che compaiono in uno degli Inediti del libro, sorprese sulle quali molti di noi si sono precipitati come primo contatto. Vi è esaltato il risalto della "mater-materia" nel suo incontro linguistico sulla via che porta, duplicemente, alla "febbrile, travolgente ebbrezza per l'esistere" della quale Zanzotto scrive nell'Autoritratto del 1977, e alla attitudine dissimulata per la lauda ("lodare il mondo 'in quanto esiste'") che ha radici esplicite in un altro saggio dello stesso anno. In questo atteggiamento di disponibilità diremmo vocazionale a inglobare le cose del mondo, o meglio a lasciarsene invadere in sede letteralmente primaria, cioè prima che intervenga la mediazione critica del giudizio di valore, risiede una delle caratteristiche più potenti della scrittura di Zanzotto. È da qui che si aprono ai lettori le ragioni di tutta una serie di sintomatologie formali che paiono riorganizzare, tirandolo fuori dall'indistinto, il flusso di quella felicità da autocoscienza del percepire che ha nel "piacere del principio" (altra felice formulazione zanzottiana) il proprio momento chiave.
Penso, tra le altre cose, a quel dimorare attorno all'oggetto che si può interpretare come un continuo rinvio dell'inevitabile distacco dall'esperienza d'eros che l'oggetto del mondo rappresenta. Zanzotto non "chiude", ma al contrario tende a introdurre nel discorso pause moratorie e zone dilatorie, vissute nella coscienza di una situazione del possibile che, proprio come tale, porta in sé la inguaribile nostalgia connessa all'esperienza che viene definita della "traccia": frutto dell'impari conflitto tra esecuzione del testo e memoria. Esistono forme stilistiche precise che rinviano a questa forte energia conservativa che si dirige sull'effetto di godimento della realtà percepita. Pensiamo all'uso, davvero tipico e frequente, della congiunzione avversativa "eppure" - da un inedito: "eppur cosi terribilmente lontano (...) eppure stento confinato" - che funziona anche come dilatazione delle possibilità interne all'ossimoro e che agisce revocando il negativo in positivo e viceversa, secondo una dialettica della non-perentorietà il cui senso sta anche nel negare la negazione e nel tenere aperte le forme graduali di avvicinamento a una planimetria a tutto campo del reale al di fuori di una prospettiva naturalistica (magari entro un percorso dall'indistinto al circoscritto che può ricordare i pittori americani del Colorfield). L'uso dell'avversativa non è poi del tutto privo di connessioni con la forma retorica dell'adyïnaton, attraverso la quale viene rimarcato con enfasi un fatto impossibile e viene pertanto attivata una forma di nostalgia per la perdita consumata sul campo delle possibilità.
È possibile leggere in senso autodenotativo queste categorie dell'indugio come antidoti alla rinuncia ricorrendo a un'altra sua folgorante definizione di poetica: "le 'impossibilità di esistere' della poesia sono infinite" (Poesia?, 1976); la nostalgia per la rinuncia deriverebbe dal fatto che una poesia realizzata sta a significare infinite altre poesie non realizzate. D'altra parte il naturale e l'innaturale si incontrano in prossimità di quest'ultimo nelle Carità romane: la florida giovane donna allatta il vecchio per nutrirlo, riaprendo così una sorta di sentiero edenico dal quale può tornare a transitare la non-esclusione.



recensioni di Merola, N. L'Indice del 2000, n. 02

Le introduzioni sono tentatrici. Concedono, senza darlo a vedere e senza nemmeno la cauzione di un assaggio, quella anticipata sbirciatina tra le balle della mercanzia che la buona creanza della lettura da sempre interdice. Nel caso dello splendido "Meridiano" che raccoglie e celebra Le poesie e prose scelte di Zanzotto, chi si lascerà allettare da questa scorciatoia non la passerà liscia. Il fuoco di sbarramento predisposto alle soglie del libro da Stefano Agosti, critico intrinseco e quasi portavoce ufficiale del poeta, è infatti micidiale e istruttivo, come il colpo basso che gli restituiamo con una citazione e tante scuse per l'indiscreta "auscultazione di un silenzio del 'non sapere' in quanto silenzio di 'non-si-sa' (senza articolo), che ha assunto perciò valore e morfologia di nome, e precisamente di nome proprio". Se era questo che bisognava capire, deve essere a sua volta spiegato e comunque non si capisce perché bisognasse spiegarlo. Insomma, per dirla con il diretto interessato, ecco "reso incomprensibile questo mio sperato comprendere".
Per fortuna, il lavoro degli altri componenti del picchetto d'onore schierato per l'occasione, da Bandini, che si dissocia "da certi ardui protocolli interpretativi", a Dal Bianco, a Villalta, a Velio Abate, che non ha il nome in ditta ma cura la folta bibliografia, è tutt'altro che scoraggiante. Esso invita ad aprire un libro in cui ci sono tante cose e già così fornisce il suo contributo alla scoperta di uno Zanzotto diverso dallo stereotipo del poeta aristocraticamente illeggibile, nato sotto il segno dell'ermetismo e attratto nell'orbita della neoavanguardia, se non del musico sublime cui manca solo la parola. Per smentirlo, basterebbero le poesie in dialetto, o, a mo' di didascalia, il controcanto minimalista delle prose d'invenzione. Intendiamoci: il poeta è coltissimo, raffinato, cerebrale, e la sua poesia come nessun'altra costituisce la porta stretta attraverso la quale ai giorni nostri si continua ad accedere alle ragioni sfuggenti della modernità. Ma il suo oltranzismo intellettuale non mira a tener lontano dai misteri nessun profanum vulgus, né obbedisce a logiche di schieramento. Piuttosto si limita a sovraesporre alla realtà che lo incalza e a sovraccaricare il medium linguistico, fino a produrne lo schianto (o più verosimilmente il prolasso e la degradazione mimetica a suono, rumore, cosa) e il circostanziato stallo comunicativo. L'evento, relativamente frequente, non è un dato originario, bilancia l'esuberanza analogica dell'associazionismo che, oltre a Freud e Lacan, sollecitano un'eloquenza anacronisticamente rapinosa e un'inventio ricondotta alla sua natura paradigmatica ("di ino etto uzzo ucolo / contro one astro accio") e soprattutto comporta implicazioni, in termini di economia semantica, ben note al poeta e a chiunque segua i casi della poesia. Il "dilatarsi della lingua della poesia" (Bandini) ingloba nel modo più spettacolare ciò che le resiste. Non è un segreto che i più fieri nemici del caos contemporaneo, per esempio Gadda, gli oppongono la sua stessa monstruosa facies, con esiti spesso divertenti.
A raccomandarlo, dopo che le più acute intelligenze della critica gli hanno dedicato le loro migliori energie, si cade nel ridicolo, ma Zanzotto, purché si rinunci al feticcio corrispondente, va preso sul serio, a cominciare proprio dal suo travaglio espressivo. Questa consunta formula non designa però una autenticità diversa dalla coerenza sperimentalista per cui la poesia è un suono in cerca di un senso, il centro si trova fuori del cerchio e l'essenzialità si decanta dal disordine, e vuole sottolineare i rischi che consapevolmente il poeta si assume del travaglio abbracciando le stimmate e il divenire ("il mio infinito esserti sghembo") e scommettendo che il male, quanto se ne può patire, culmini in una lotta con la parola, strenua e di portata conoscitiva. La sua è dunque "poesia totale". La ricca fenomenologia dell'illeggibilità, e prima del non verbale, esibita dal poeta, non gioca a nascondino con il lettore, sfidandolo a scoprire chiavi interpretative riservate, ma rivela e delinea i confini di fronte ai quali si è per il momento arrestato l'andirivieni connaturato alla sua ricerca ("torno a capo ogni volta ogni volta poemizzo / e mi poemizzo a ogni cosa e insieme / dolenti mie parole estreme / sempre ogni volta parole estreme"), tanto più drammaticamente quanto meno il procedimento risulta vantaggioso sul piano della comunicazione. E persino guardando a questa scelta solo dal lato degli svantaggi, la balbuzie il singhiozzo il plurilinguismo l'agrammatismo la metodica interferenza comica e tutti gli altri disturbi della linearità discorsiva che alludono e si sottraggono all'afasia (ma non si dimentichino le voci dotte e quelle gergali, le onomatopee, i composti più improbabili, i prestiti dalle canzonette, i graffiti), addirittura non si vede la novità di Zanzotto, se non se ne coglie la consequenziarietà rispetto alla tradizione o, per dirla tutta, la sua predisposizione a una lettura esigentemente e problematicamente tradizionalistica. Per le attuali masse di "persone colte".
L'itinerario poetico zanzottiano viene rappresentato come un crescendo. A buon diritto. Quel che conta è però che possa essere rappresentato e che questa rappresentazione non conceda quasi nulla al vissuto. Al precetto classico si conformano i libri, organicamente costruiti intorno al granello di sabbia di un'intuizione dominante, di un dettaglio o di un momento dell'ossessione all'interno della quale si dissipa la vita (altri si sarebbero limitati a registrarla: "Io no. Scrivevo in quegli anni entro gli annali della mia morte"). E sono i titoli memorabili di Vocativo, La Beltà, Pasque, Il Galateo in Bosco, Fosfeni, Idioma, Meteo: ma perfino Elegia e IX ecloghe indicano più di un genere poetico. Fanno apparentemente eccezione, solo finché non ci si rende conto che risultano strettamente funzionali all'opera, la nevrosi, la confidenza con il sapere scientifico novecentesco, il patriottismo periferico. Si tratta infatti dei principali commutatori empirici dei quali il poeta si serve per conferire rappresentabilità alla propria esperienza. Essi riconducono il biografico, il particolare, il soggettivo, alla vicenda esteriore e astratta di ciò che può essere percepito macroscopicamente (il travaglio espressivo) solo da chi si avvalga di strumenti artificiali, come i campi di forze che la nevrosi subisce, la psicanalisi nomina e le strategie linguistiche disegnano, o come un'estensione dell'Io che si riferisce problematicamente e drammaticamente a orizzonti sempre più vasti, ma ancora familiari, o, nei termini della tradizione e di Zanzotto, al paesaggio.
Nel paesaggio confluiscono suscettibilità nevrotica e selettività letteraria, illudendosi di declinare classicisticamente sul suo paradigma - l'elegia e anzi l'ecloga virgiliana - una voce individuata. Ma i modi della percezione, anche se non c'è più alcuna fiducia nel riscatto simbolico del dato sensibile ("morì quel simbolo, morì"), hanno subìto una trasformazione irreversibile. È il paesaggio che continua a dettarli, fuori di ogni disegno provvidenziale e a prescindere dalle intenzioni dell'autore, dall'ozio e dalla contemplazione ribaltandoli in attenzione sovraeccitata e astenia e coinvolgendo poeta e lettore nello stesso nomadismo di raccoglitori, dal mondo domestico del raccolto retrocessi all'avventurosa casualità della raccolta: il primo più bricoleur che collezionista; il secondo impaziente spigolatore. Sicché il lettore non può disprezzare il poco che gli resta tra le mani, senza rammaricarsi del troppo che sente di sperperare e magari reca tracce meno confuse della grandezza del poeta e della grandezza tout court o ironicamente aggiornata. Come la sua poesia, anche il paesaggio di Zanzotto - e l'inconscio - non si lascia esaurire in una parafrasi. Ma non perché sia veritiera l'immaginetta che lo stilizza in puro Significante. Al contrario, il poeta non cessa di inseguire un senso impregiudicato dovunque esso si annunci e dove quindi nessuno, neppure lui, lo possa liberare definitivamente dalla sua aleatorietà, perché nessuno, neppure lui, sa distinguere da prima e una tantum ciò che conta da ciò che conta di meno, in un paesaggio che è tutto essenziale, vivo e sorprendente, appunto perché irriducibile alle planimetrie parafrastiche.
Una delle questioni che appassionò Calvino, nei suoi ultimi anni, era l'origine della scrittura, se fosse nato prima l'uovo di chi legge o la gallina di chi scrive. La conclusione cui giunse, di una priorità della lettura, con la scrittura che si sarebbe modellata sulla metaforica lettura delle tracce, trova una sua precisa applicazione nella poesia di Zanzotto ("orme / che s'addentrano al simbolo"). Persino più che sulla poesia precedente, la sua si è formata e ha continuato a lavorare sulla vivissima percezione di tutto ciò che riguardava la comunicazione letteraria, le condizioni nelle quali essa si svolgeva e i modi della ricezione. Così Zanzotto scrive imitando in anticipo lo scempio e insieme il complemento all'infinito di cui il testo poetico è debitore a chi lo legge, ben sapendo che le taglie attuali dell'anarchia e della noncuranza c'è stato un tempo in cui erano ammesse dal galateo. Per il poeta di Pasque, non sarà una diminuzione che un articolo sulla sua opera si concluda affermando che lui non è l'unico uovo nato prima della gallina.