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Franco Vegliani

Collana: Il castello
Anno edizione: 1989
Pagine: 132 p.
  • EAN: 9788838905315
VEGLIANI, FRANCO, Processo a Volosca, Sellerio, 1988
(recensione pubblicata per l'edizione del 1988)

MANNUZZU, SALVATORE, Procedura, Einaudi, 1988
recensione di Stajano, C., L'Indice 1989, n. 2

Due libri che escono dalla regola, per quel che raccontano, per i modi della scrittura e per chi li ha scritti: "Procedura" , di Salvatore Mannuzzu e "Processo a Volosca" , di Franco Vegliani.
Prima di tutto gli autori. Di Mannuzzu, nato nel 1930 a Pitigliano (Grosseto), di famiglia sarda, si sa che ha fatto il magistrato fino al 1976 e che poi è stato eletto deputato come indipendente nelle liste del Pci nella circoscrizione Cagliari-Sassari-Nuoro-Oristano. Parlamentare per tre legislature, fino al 1987, attualmente dirige a Roma la sezione giustizia del Centro riforma dello Stato.Ha scritto poesie pubblicate dall' "Almanacco dello Specchio", da "Paragone", da "Nuovi Argomenti", "Periodo ipotetico", "Ombre rosse", "Altri termini". Nel 1962, con lo pseudonimo di Giuseppe Zuri ha pubblicato da Rizzoli un romanzo, "Un Dodge a fari spenti" , storia di contrabbandieri nel dopoguerra.
Franco Vegliani è nato a Trieste nel 1915 ed è morto nel 1982.Il suo vero nome era Sincovich, la sua famiglia era radicata tra Fiume e Trieste e prese il nome Vegliani in segno di italianità. Fu un fascista dissidente e inquieto, lo ricorda Ruggero Zangrandi nel suo "Lungo viaggio attraverso il fascismo" .Studiò a Fiume - il padre era un magistrato - si laureò in legge a Bologna dove, negli anni prima della seconda guerra mondiale conobbe Antonio Rinaldi, Giorgio Bassani, Augusto Frassineti. Pubblicò un saggio su Ugo Betti e nel 1941, con l'aiuto di Libero Bigiaretti, una raccolta di racconti, "Un uomo del tempo" . Tenente carrista della divisione Pavia in Africa Settentrionale, nel 1942 fu fatto prigioniero e rimase per quattro anni a Geneifa, in Egitto, nel campo 306 sui Laghi Amari.Al ritorno in Italia si istradò a fatica nei giornali, prima nella redazione di una rivista Olivetti, "Il cembalo scrivano", poi come redattore e inviato del settimanale "Tempo" e del mensile "Successo" diretti da Arturo Tofanelli. La passione dello scrivere fu in lui sempre dominante: nel 1958 uscì, nelle Edizioni Daria Guarnati, "Processo a Volosca" , il libro ripubblicato ora. Nel 1964 pubblicò da Ceschina "La frontiera" e nel 1972, dall'editore Palazzi, "La carta coperta" . Era un uomo orgoglioso e timido, fuori dai giri letterari, come i suoi editori, e non ebbe mai la dovuta attenzione. Dopo la morte, avvenuta il 31 luglio 1982, Claudio Magris fu tra i pochissimi a ricordarlo. Scrisse tra l'altro (sul "Corriere della sera" del 26 settembre '82) che Franco Vegliani "era autore di un romanzo ricco di malinconica e asciutta poesia, "La frontiera" , uno dei più bei libri della letteratura triestina del dopoguerra". Scrisse anche che Vegliani è "un erede della plurinazionale tradizione narrativa austriaca e un poeta moderno dell'identità incrinata, la quale riconosce la sua patria nell'immateriale striscia della frontiera che separa e unisce. L'identità del personaggio consiste nella sua impossibilità di definirsi in modo preciso, nella differenza che lo fa essere altro e diverso rispetto ad ogni nazionalità e cultura determinata".
Che cosa hanno in comune "Procedura" e "Processo a Volosca" e i loro autori? La materia del racconto, un'istruttoria penale, un processo in Corte d'Assise; la passione per le cose della giustizia, il dubbio sulla possibile verità. E poi: Mannuzzu prende uno pseudonimo come romanziere del suo primo libro, Vegliani prende uno pseudonimo per tutta la vita. Il primo è un giudice, il secondo è figlio di un giudice. Ma le connessioni si fermano qui. Le geografie letterarie sono infatti distanti. Vegliani è un uomo di frontiera, insofferente alle patrie; Mannuzzu è un isolano, con i terrori dell'assedio. Vegliani era un appassionato lettore di Svevo, di Conrad marino, conosceva bene il tedesco e aveva tradotto le "Elegie duinesi" di Rilke; Mannuzzu sembra invece un illuminista corretto dal linguaggio poetico e dalla sensibilità musicale. Il suo libro potrebbe essere anche un "Gettone" vittoriniano e sente dell'aria degli scrittori usciti dal "Mondo" di Pannunzio.
"Procedura" è un libro avvincente. Costruito con finezza intellettuale, come un giallo; racconta l'indagine fatta in prima persona da un giudice istruttore sulla morte di un altro giudice morto avvelenato al bar del palazzo di giustizia. La morte del giudice mette in moto i meccanismi indiziari, i meccanismi narrativi e i meccanismi della coscienza civile. Quel che più affascina è la raffigurazione dei personaggi: Lauretta, l'amante del giudice, giudice anche lei, il marito, che è il magistrato più alto del distretto, l'ex moglie, lo zio monsignore, la zia cieca, il sostituto procuratore, il procuratore della Repubblica, il presidente del tribunale, il maresciallo dei carabinieri, la farmacista, il dattilografo, il fotografo. A ogni personaggio, non abbozzato, ma ben delineato, corrisponde un ambiente, reso con suggestione, della città di Sassari, mai nominata.
Sul doppio binario del giudice vivo che indaga sul giudice morto, e anche su se stesso, si snoda dunque il giallo. L'istruttoria è scandita - siamo nella primavera del 1978 - dalle notizie sul sequestro di Aldo Moro fatto dalle Brigate rosse. Ma questo non trasforma il corpo del racconto, non incide insomma. È la provincia immutabile, la protagonista, con gli eterni personaggi della società italiana. Il sottofondo è piuttosto quello delle citazioni musicali, che non sono mai casuali, ma rappresentano un costante elemento di arricchimento della vicenda.
Un giallo con risvolti politici? Può sembrarlo, a un certo momento, quando si intuisce uno scontro di poteri, di opinioni, di interessi tra i protagonisti degli uffici giudiziari. Ma il conflitto non è risolto, anzi ci si chiede come si saranno comportati il procuratore della Repubblica e il presidente del tribunale nel momento in cui la soluzione affiora. Non ci sono dunque nel libro di Mannuzzu fervori politici espliciti, ma piuttosto la fotografia vendicativa di una società immutabile, la figurazione meschina del mondo dei giudici e, più nel profondo, il resoconto filosofico-morale delle impossibilità di ogni giudizio e della frammentazione della verità.
"Processo a Volosca" - l'anno scorso Sellerio ha pubblicato l'altro romanzo di Vegliani, "La frontiera" - è probabilmente il libro più bello di Vegliani, anche se il più acerbo. È un romanzo aspro, crudo, complesso; pieno di rigurgiti e anche di ingenuità, ma ricco, selvaggio. Racconta la storia di un gruppo di giovani ladri, rapinatori, assassini e del processo che si svolse a Fiume in Corte d'Assise, tra la fine della guerra d'Etiopia e l'inizio della seconda guerra mondiale.
I protagonisti, anche qui come nel romanzo di Mannuzzu, non sono dei manichini, ma dei personaggi carnosi: Boris, il capobanda sfrontato e fiero, la ragazza Giovanna, misteriosa e zingara, gli altri del gruppo, Vlatko, Vinko, Giorgio, il sarto, sua moglie e il ragazzo-protagonista, il figlio del giudice che ha fatto la sua scelta, si è compromesso, frequenta quei giovani, non i suoi naturali amici e compagni, ma che è spesso straniero per gli uni e per gli altri. E poi il giudice Ottone Way che si uccide neppure due mesi dopo la sentenza con la quale ha condannato a morte Boris. Il processo, quel processo, ha fatto cadere le sue antiche certezze che come un'armatura lo proteggevano dal mondo. ("Per tutto questo, il giudice Way non era più un innocente. Sapeva una verità, ed era questa: che chi opera il male è fatto della stessa carne di chi opera il bene. Una verità elementare, ma che arrivava ora, così tardi, a turbare la sua vita. Non altro che questa sconvolgente certezza gli rimaneva, di tutta la giustizia che aveva amministrato").
Un romanzo a tesi, un racconto fi1osofico? Solo la narrazione senza enfasi di ragazzi allo sbaraglio della vita sullo sfondo ora fosco ora tenero del mare - le piccole baie, gli scogli - della Liburnia."Processo a Volosca" risuscita tutti i possibili conflitti, di convenzione sociale, di classe, di nazionalità, di sentimenti, di visione del mondo. In Vegliani tutto è estremizzato, al limite della tensione e della rottura. Il suo è un romanzo eversivo che mette davvero in discussione tutte le appartenenze.