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Piergiorgio Zunino

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2003
Pagine: 773 p. , Rilegato
  • EAN: 9788815095367

Il volume appare fin dalle prime pagine incredibilmente ricco di contenuti e segnato da una pluralità di centri tonali che rende indispensabile un'ampia articolazione del giudizio. Esso è in primis opera di storia della cultura e delle idee incentrata sulla transizione dell'Italia dalla dittatura alla democrazia: continuazione del precedente Interpretazione e memoria del fascismo. Gli anni del regime (Laterza, 1991 e 2000), nonché tappa intermedia di un percorso che giungerà sino agli anni settanta, la ricerca si palesa innanzitutto come ricognizione sulle immagini che del fascismo furono prodotte da diverse culture e tradizioni politiche (liberale, comunista, azionista, cattolica, nazional-conservatrice) tra il 1942 e i primi anni cinquanta: letture nella più parte segnate dal comune emergere in un orizzonte civile animato dalla percezione che fosse "il paese stesso, tutto quanto" a sentire l'esigenza "di 'metter in soffitta' il fascismo" attraverso rimozioni e rimemorazioni tendenti a cancellare le "responsabilità collettive" per crimini e lutti. Dal regime come "malattia morale" esogena e come "parentesi" di Croce (un vero "mito di rifondazione" per Zunino), passando per le apologie conservatrici e cattolico-moderate (il fascismo autoritarismo "blando" imparagonabile a fascismo e bolscevismo), fino all'immagine "di sinistra" della dittatura terroristica delle élites "più reazionarie" del capitalismo, il presente, tra esigenze di legittimazione e incertezze della transizione, sembrò pesare più della volontà di comprendere e affrontare il passato.

In un contesto in cui congiunture nazionali e internazionali contribuivano a rendere mutevoli nel tempo giudizi e valutazioni che proprio a partire dal nodo del regime si andavano approntando sul giolittismo come sul comunismo, sul ruolo del cattolicesimo nella storia nazionale come sulla Resistenza, sul fuoruscitismo come sul nazismo, a spiccare, si sembra suggerire, sarebbero invece la fragilità e la contraddittorietà dell'adesione culturale alla democrazia parlamentare di quasi tutte le correnti politiche: una democrazia accettata in quel torno di tempo ancora con (pur variabili) riserve mentali e teoretiche da parte dei cattolici, così come dei comunisti, della grande stampa legata alla borghesia afascista e restauratrice, così come di intellettuali del peso di Croce e Salvemini.

In qualche modo eccezioni, in tale quadro, furono da un lato la cultura azionista - nell'ambito di un radicalismo etico e rinnovatore significativamente accostato a quello della sinistra dossettiana nella comune sconfitta di fronte alle istanze continuistiche - e, in senso opposto, quei "sopravvissuti al regime" (Prezzolini, Papini, Soffici, Longanesi, Montanelli) refrattari a immedesimarsi in un'Italia democratica e percorsi da nostalgie del recente passato. Percorrendo i temi evocati il volume si dipana così per pregevoli "medaglioni" ricchi di riferimenti storiografici e documentari che bene rendono senso e smagliature di definizioni e ridefinizioni identitarie spesso non lineari, come nel caso delle "penombre" nei percorsi intellettuali e interiori di figure come quelle di Calamandrei, Pavese, Pintor, Montale e Gadda.

Di particolare raffinatezza sono anche i passaggi sulle asimmetrie di uno storicismo crociano reso non più imperturbabile dalle dure repliche del reale e sulle diverse anime del cattolicesimo (De Gasperi, Sturzo, Dossetti, "La civiltà cattolica", De Luca, Martinetti): dove proprio la profondità dell'innesto nell'Italia fascista avrebbe aiutato quest'ultimo - posto un mutamento di regime all'insegna delle continuità - a farsi politicamente egemone in quella repubblicana, ma dove gli innegabili successi delle crociate anticomuniste e delle cerimonie giubilari non si sarebbero risolti in durevole egemonia culturale e civile. Menzione a parte merita, poi, il discorso sulle "disarmonie concettuali" provocate in ambito comunista dal confronto con il fascismo: un quid novum potenzialmente eversivo nei confronti della tradizione marxista dall'incontro con il quale avrebbe avuto origine proprio quella divaricazione tra anima "rivoluzionaria" e "antifascista-democratica", sul lungo periodo destinata, secondo Zunino, a farsi esiziale: un dato che però andrà integrato rilevando che il passaggio fu sì "crisi", ma anche fonte di quella legittimità che in breve tempo trasformò il partito da élite al bando della comunità nazionale in soggetto di massa capace - come peraltro si riconosce - di irradiare nella storia repubblicana un'influente "forza civile ed etica".

A impreziosire la ricerca contribuisce poi una preliminare messa a punto storiografica: di fronte all'"amplificazione dell'anticapitalismo ideologico" del fascismo, e alle derive apologetiche di "certa nouvelle vague interpretativa" maturate negli ultimi decenni, e postulanti l'estraneità alla dittatura della grande borghesia industriale e finanziaria, Zunino ne ripercorre, proprio in merito alla guerra, le ampie cointeressanze e connivenze con le illusioni fasciste di nuove egemonie economico-territoriali. Un tentativo felice di intreccio tra storia "di idee" e "di cose", che spiace però non essere stato esteso all'insieme dell'opera, che in taluni passaggi rischia di concedere al piano delle ideologie e delle costruzioni mentali (espliciti i rimandi paretiani) una centralità esplicativa non sempre convincente. Il rilievo - posto che sarebbero stati proprio i "miti collettivi" e la "forza di penetrazione popolare" dell'ideologia fascista ad alimentare "il consenso diffuso e sostanziale" al regime e alle sue guerre - rimanda del resto a una marcata caratterizzazione in senso partecipativo-consensuale dell'immagine del fascismo.

Gli stessi esiti socialmente moderati della transizione alla Repubblica sono del resto letti alla luce di una "stabilizzazione ideologica" (nel senso di adattamento allo statu quo) ottenuta grazie alla pregressa pressione propagandistico-pedagogica del regime: affermazioni poste in forma talora apodittica e che finiscono col trascurare sia il protagonismo dei ceti popolari (si pensi agli scioperi del '43 o alle occupazioni di terre al Sud), sia le accorte pratiche di "egemonia materiale" messe in opera dai soggetti interessati alla conservazione (industriali, Chiesa, ceto dirigente moderato).

Altro rilievo concerne poi l'immagine dell'esperienza resistenziale proposta nel testo: la Resistenza è letta quasi esclusivamente come "guerra civile" in un non nitidamente motivato ridimensionamento delle altre caratterizzazioni canoniche di guerra di "liberazione" e "di classe". Di più: essa appare come una lotta "rimasta estranea e inafferrabile nelle sue ragioni storiche e morali" all'insieme di un'Italia -"nazione di apartigiani " preda di un generale e quasi univoco attendismo: dato presente nelle parole e nei cuori di molti resistenti prima e dopo il 1945 - che, assolutizzato, finisce però col non tenere in conto dati di non minore rilievo, come il fatto che, ad esempio, le centinaia di migliaia di operai che scioperarono nel marzo del '44 nel Nord occupato non fossero affatto "zona grigia".

In merito pare peraltro pesare sulla ricostruzione di Zunino anche la scelta di utilizzare come fonte principale e quasi unica i testi fenogliani. Ora, certo essi tratteggiano mirabilmente frammenti di antropologia ed etica partigiana, ma fare di Fenoglio "il maggiore storico della Resistenza" appare affermazione quanto meno discutibile: il fenomeno resistenziale fu forse anche tutto ciò che è evocato in quelle vivissime pagine, ma fu anche, come ovvio, molto altro. In termini generali, se è poi vero che la tesi della Resistenza come "rivolta di popolo" contro i "barbari di dentro e di fuori" fu anche indispensabile "ideologia di transizione" e mito fondativo della nascente democrazia - così come è vero, in merito al "consenso", che il totalitarismo per propria natura produce complicità e corresponsabilità diffuse -, l'approccio a tematiche di tale spessore storiografico ed etico non può non esigere livelli ulteriori di complicazione del discorso.

Il che non potrà però far trascurare come all'attivo della ponderosa ricerca restino ancora, da un lato, la nitida rivendicazione del carattere di insostituibile lievito democratico svolto dalla memoria resistenziale nella Repubblica e, dall'altro, la rara e non scomposta passione civile che la anima: anzi essa costituisce un ricco e prezioso affresco di storia contemporanea anche perché pensato in inquieto dialogo con un presente percorso da un grigiore "mediatico-capitalistico-tecnoscientifico" e da insidiose "ideologie dell'uniformità", alle quali, dietro la retorica della "storia condivisa", si tentano indebitamente di piegare proprio la tradizione resistenziale e la sua fecondità conflittuale.