Editore: Effigie
Collana: Ginestre
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 17 luglio 2013
Pagine: 108 p., Brossura
  • EAN: 9788897648208
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Descrizione
Nella sua terza raccolta di poesie, "Scuola di calore", scritta tra Occidente e Maghreb, Massimo Rizzante sceglie come sole protagoniste le donne che raccontando semplicemente la loro vita cercano di spezzare il circolo vizioso del dolore e dell'amore, della ricchezza e della povertà... Scrive l'autore nel Post scriptum all'opera: "È un dato: tutte le civiltà sono nate dal sopruso, dallo sfruttamento, quando non dalla guerra fisica o psicologica che gli uomini hanno fatto alle donne. Quando penso alla Storia, mi viene in mente un mattatoio attorno al quale un gruppo di maschi, sazi del lavoro compiuto, danzano in piena erezione. La donna soccombe, e ogni volta che una donna soccombe alla monolitica virilità dell'uomo è un pezzo di civiltà che se ne va. Non è una sconfitta della donna, ma dell'uomo che non è riuscito a far propria la sua parte di femminilità, cioè dell'uomo che non è riuscito ad accogliere la fragilità come valore e che perciò continuerà a mutilare e a rendere inferma la donna, oltre che se stesso. Ora, questa fragilità per me è il valore supremo, è l'essenza della femminilità e l'essenza di una civiltà. Finché sarà maltrattata non ci sarà una vera civiltà".

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    alida airaghi

    12/10/2013 09:32:39

    Massimo Rizzante conclude il suo libro con un vibrante post-scriptum, "un monumento alla fragilità", quale si esprime, o dovrebbe esprimersi, nel carattere femminile: "non è solo dolcezza, generosità, tenerezza...ma una virtù più sottile...(che) cede, cede sempre, ma mentre cede assimila e assimilando rigenera". Pervicacemente ostile al "veleno della virilità", afferma infatti: "ogni volta che una donna soccombe alla monolitica virilità dell'uomo è un pezzo di civiltà che se ne va", perché "l'uomo non è riuscito ad accogliere la femminilità come valore e...perciò continuerà a mutilare e a rendere inferma la donna, oltre che se stesso". Il libro è quindi un omaggio alle donne, protagoniste assolute dei versi; e in particolare la dedica cita la madre, la moglie, e un'amica marocchina dell'autore. Sono voci femminili quelle che parlano nella prima sezione del volume: ventidue donne nord-africane che in sei quartine raccontano la loro storia di povertà e sfruttamento, analfabetismo e ricatti, malattia e sporcizia. I loro nomi sono arabi ("l'arabo possiede/ tanti gemiti quante mosche la testa di un agnello macellata"): Naima, Zohra, Kawthar, Fouzia... I luoghi citati appartengono tutti alla miseria del Marocco, sfruttata turisticamente e sessualmente dall'Occidente ricco e intellettuale: Ourika, Essaouira, Casablanca, Marrakech, "dove non c'è resurrezione". Inframmezzato dalla lettera di un amico di origine maghrebina e dal diario estivo di una giovane prostituta di colore, il volume si conclude con altre due sezioni, sempre al femminile. Ma qui le protagoniste sono donne occidentali, talvolta castranti quando imitano la protervia aggressività degli uomini: comunque vittime. Versi rabbiosi di denuncia (certo non fragili!), e che sempre ruotano intorno al tema della sessualità imposta o subita come violenza; versi provocatoriamente indifferenti alle invenzioni linguistiche e alla resa estetica; visceralmente polemici.

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