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Vittorio Sermonti

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2016
Pagine: 210 p. , Rilegato

8 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Biografie - Biografie e autobiografie - Letterati

  • EAN: 9788811670179


Finalista al LXX Premio Strega. Presentato da Franco Marcoaldi e Serena Vitale.

«Non contiamo niente, perché ognuno conta purtroppo tutto.»

Tanti sono i personaggi di quest’autobiografia, che non poteva essere meno che gustosa. Ma esattamente come nella vita di tutti, anche nella descrizione di quella di Sermonti il rilevo non è lo stesso per ciascuno di loro.

A stringere progressivamente l’obiettivo, si va da fatti e persone d’importanza nazionale e mondiale – l’inizio del racconto data i primi, ma non primissimi, giorni di maggio del 1945 a Milano, per arrivare in Germania, a Praga, al parente italo-americano, in Grecia… – al più immediato privato, rappresentato dai genitori, i fratelli e le sorelle, gli amici più cari e di lungo corso, fino forse alla compagna degli ultimi trent’anni e passa di vita – ma quella è la destinataria di una lunga apostrofe, lunga quanto la narrazione stessa, e forse matrice di quella narrazione. Una cosa per volta.

Dice in un’intervista, Sermonti, che a questa storia ha lavorato in realtà nell’84, mentre dalle cronache sappiamo come ad esempio neanche troppo tempo fa FM, il frater maximus, gli abbia dato nuovamente qualche pensiero, pensiero che nasce appunto i primi / non primissimi giorni di maggio di quel lontano e così vicino 1945.
La storia di Vittorio comincia, evidentemente, prima. Quando nasce, in un giorno di settembre del ‘29, per ‘consolare’ la madre di una perdita; quando per lui si va a procurare latte fresco di capra perché alla donna, con lui così avara, non ne viene – ma con gli altri della nidiata sì – quando il padre lo sceglie, per tradurre assieme Faust, per proteggerlo, per esserne protetto; quando quello stesso omino rinsecchito dalla guerra caccia nelle orecchie di tutti i loro figli versi su versi del Sommo, e la Commedia rientra tra i suoni di cui Vittorio non potrà né vorrà più privarsi, “duro e severo” lui, non come in certa “divulgazione allegra”… quando capirà che ama il padre di quella tenerezza che, appunto, lega chi sceglie di proteggersi a vicenda. Un protagonista importante, dunque, dal peso determinante già solo per il suo amore di una vita per Dante.

Eppure, senza mai smarrirsi neanche nel dedalo di una scrittura dalla subordinazione a spirale, dalla forza ipnotica dell’elencazione, dal ritmo ossessivamente anaforico, potente nell’assonanza, che non teme frasi interrotte, riprese, incursioni sulla scena, ebbene l’interlocutore – che ginocchi belli, occhi pescanti, colei che sa, è la matrice… – resta il fratello, il fratello maggiore e fascista. Quel Se avessero fa riferimento all’eventualità che sparassero al fratello una mattina di settant’anni fa e alla domanda, che l’autore stesso ammette di essersi fatto per l’intera vita, di cosa sarebbe cambiato se così fosse andata, se quel fratello delle cui scelte, dei cui orizzonti politici ancora poco tempo fa lo addolorava parlare, se fosse morto quella mattina davanti alla famiglia al completo nell’ingresso/ingressino della casa dove da Roma erano sfollati a Milano. Niente, è la risposta. Perché nessuno avrebbe conosciuto l’alternativa.
E, allora, c’è ancora qualcos’altro che di una lunga vita si può rileggere, c’è quello che ginocchi belli, onnipresente, in corsivo – in un tu, in una domanda, in un’intera pagina – gli dice a proposito della madre, della sua asimmetria rispetto al mondo, dei suoi improvvisi silenzi, che un suocero antifascista si affretta a concedere in moglie all’avvocatuccio adorante che fu il padre di Vittorio, che fascista invece lo era, che gliene aveva chiesto la mano. Ma Vittorio ringrazia di questa distanza, di una madre che lo ha lasciato libero, sciolto dall’obbligo di quel difficile confronto sentimentale con la prima donna della vita.
Sarà forse invece alla donna che per ultima vuole accanto, alla libertà che con lei, di fronte a un mare greco, lo fa respirare, a lei dovrà la leggerezza che alla fine alcuni vecchi sanno attingere: «adesso ti telefonerei con tutto il bene che ti voglio da sempre… così, per sapere come ti va la vita e augurarti buon Natale – se tu non fossi sordo come una campana, frater maxime».

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    Alberta

    24/11/2016 11.46.10

    Storia drammatica di un periodo tragico della vita della nostra Nazione. Una storia che ci fa capire quanto quel periodo sia sopravvissuto nelle sue conseguenze e quanto ancora oggi sia presente. Passando davanti a quel tristemente celebre villino di Milano ancora oggi automaticamente ritorna alla memoria molto di ciò che lì è accaduto.

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