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Manuel Puig

Traduttore: A. Morino
Collana: La memoria
Anno edizione: 2005
Pagine: 364 p. , Brossura
  • EAN: 9788838920295
Uscito in una nuova traduzione, dopo quella prematuramente invecchiata di Enrico Cicogna del 1972, questo è il romanzo in cui Manuel Puig nasce già adulto e intero alla sua prima prova narrativa, dopo le tante sceneggiature per il cinema che aveva scritto e tentato di scrivere, in italiano e in inglese, quando studiava al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Proprio a Roma, ventinovenne, Puig comincia a buttare giù un monologo di sua zia, a partire da vecchi ricordi. Erano tutte banalità, diceva lui stesso, ma "mi pareva che la somma delle banalità conferisse un senso speciale a quel che stava dicendo". Finalmente era passato dall'italiano e dall'inglese allo spagnolo, a uno spagnolo tutto argentino e parlato, e proprio l'attenzione al parlato, alla chiacchiera, alle cose che si dicono fra le righe, e che non si vorrebbero dire o non si sa di dire, diventa una delle cifre della sua scrittura, e del suo modo di narrare.
Il fattore Puig. Nel 1962 Puig sta ormai capendo che non sarà mai un cineasta. Troppo incapace di imporsi per fare il regista, troppo frugale per il dispendio di denaro che l'industria del cinema comporta, si rende conto di amare il cinema come spettatore più che come cineasta, e di poter cominciare finalmente a dire quello che vuole con qualche foglio di carta e una macchina da scrivere. La linea d'ombra è varcata. Al monologo della zia si aggiungeranno dialoghi, frammenti di diario, conversazioni, lettere, racconti di film, in una galleria di voci composta come un montaggio cinematografico nel corso dei mesi e degli anni successivi. Un lungo soggiorno a Londra, e poi Parigi e poi la Spagna, e poi di nuovo l'Argentina, a contatto con quelle numerose zie e quella madre che tanta parte ha nel libro e nel corso di tutta la sua vita. E poi New York, a lavorare all'aeroporto Kennedy al banco dell'Air France. Il libro si costruisce per accumulo, come gli album di ritagli delle attrici e dei film che Manuel Puig bambino, allora chiamato Coco - il Toto del libro - costruiva pazientemente nei pomeriggi di solitudine. Ritratto dell'artista pop bambino, l'ha definito un po' per scherzo la sua biografa statunitense Suzanne Jill Levine, e l'eco della passione per le dive si vede anche nel titolo, che piacque tanto a Cabrera Infante, e che riassume un enigma e un segreto: perché Rita Hayworth tradisce, nei film? Tradisce perché è bellissima, e perché la bellezza è l'unico vantaggio che hanno le donne in un mondo di uomini.
La storia che si compone a poco a poco, e che il lettore è invitato a ricomporre, a costruirsi, a volte con fatica, è la storia dell'autore fino ai quindici anni, in un paese della pampa argentina, dove non crescono alberi né fiori, dove l'unico contatto col mondo esterno è il cinema, e poi in collegio, un collegio di violenze e soprusi per un ragazzo troppo piccolo per la sua età, troppo intelligente e studioso (cosa sarebbe successo se Charles Bovary, in collegio, fosse stato segretamente una piccola Madame Bovary?). L'intelligenza del libro sta nel registrare la crescita di una coscienza e di un atteggiamento verso il mondo, attraverso una successione di monologhi, ad anni di distanza. Il bambino Toto, a sei anni, come vede, come tocca il mondo, come ne parla. Come scopre gli adulti. E poi a nove, e poi a quattordici. L'articolarsi del pensiero, la scoperta della lingua, a poco a poco, nel suo farsi; la persona è sempre la stessa, ma è più grande, e la riconosciamo benissimo ogni volta, come i figli degli amici rivisti ad anni di distanza. L'attenzione ai moti dell'animo è stupefacente. A Puig piaceva leggere Freud, e della psicoanalisi apprezzava soprattutto la scoperta o la costruzione di una trama a partire da emozioni intense e ambigue, la trasformazione in enigma della vita quotidiana. Conosceva Joyce, naturalmente, ma diceva, forse per civetteria: "Ho sfogliato un po' l' Ulisse e ho visto che era un libro composto con tecniche diverse. Basta. Questo mi è piaciuto".
Ai monologhi di Toto si giustappongono le parole degli altri, delle zie, della mamma, della bambinaia, dell'amichetta, e l'atteggiamento del padre, sempre preoccupato, sempre infastidito, da questo bambino che non cresce, che non sa farsi valere, che non impara ad andare sulla bici che lui gli ha regalato, che suggerisce alla mamma quali vestiti mettersi. Un padre che non parla mai in prima persona, ma che diventa una presenza fantasmatica sulla bocca delle donne. Un bell'uomo, sembra un attore, non bisogna disturbarlo, non bisogna piangere.
Le donne che parlano, in cucina o al telefono, il diario della ragazza povera che riprende la retorica peronista dell'epoca e tutto il ciarpame del romanzo rosa, la zitella insegnante che racconta i suoi sogni e le sue malattie, la cuginetta che ripete nei suoi soffocamenti notturni i sintomi della tubercolosi della madre, non fanno che articolare desideri e sogni; e nell'esposizione minuziosa del loro cattivo gusto non vi è mai sarcasmo, ma partecipazione alla loro voglia di migliorarsi, di essere come le dive dei film, di avere grandi amori e cose belle nella vita. I maschi invece portano delusioni, distruzioni, mettono in atto riti violenti, fanno alle donne cose che, agli occhi di Toto, potrebbero condurle alla morte. È una sessualità rude quella degli uomini con queste donne sempre sognanti: al mondo dei boleri e dei film meravigliosi si contrappone quello del denaro, dell'abuso, delle scopate alla svelta nelle stanze delle serve e nei portoni.
La storia si arresta sulla soglia della gioventù. Ormai i giochi sono fatti, i campi sono delimitati, ma non ci sono risposte alle domande e alle paure di Toto. La risposta è il libro, la cosa che stiamo leggendo. Toto è diventato Manuel Puig, e ha trovato il modo di scrivere della sua passione per i film usando in letteratura gli strumenti del cinema. Questo è quello che ha imparato viaggiando per il mondo e andando al cinema, scrivendo e riscrivendo, lontano dalla pampa argentina, a contatto con tante lingue per ritrovare quella della madre. Qualcuno ha detto che uno scrittore non scrive per esporre il proprio punto di vista o per esprimere se stesso, ma per innovare un genere. O, meglio, per trovare un modo nuovo di parlare del mondo. Puig ci parla dell'infanzia e dell'Argentina peronista, di una certa violenza e di un certo orrore privati, partendo dal cinema, e arriva a una nuova forma letteraria che è anche una forma di riscatto. Madame Bovary si sarebbe forse salvata se avesse imparato a scrivere?

Maria Nicola