recensione di Quaglia, M., L'Indice 1998, n. 9

Silvio Danese, critico cinematografico al "Giorno", ha analizzato l'intera opera di Abel Ferrara, il regista newyorkese di origine italoirlandese a cui si devono film come "Il cattivo tenente" (1992) e "Fratelli" (1996), in verità un soggetto che si sottrae continuamente a ogni classificazione di comodo, finanche all'etichetta di cineasta cult o di "auteur maudit". Egli è semplicemente un filmaker che lavora nei e sui generi cinematografici cercando di mantenersi indipendente rispetto alle major. Avvalendosi di un'équipe fissa di collaboratori, che lui stesso definisce un gruppo di amici capaci di ispirarlo, crea un cinema imbevuto contemporaneamente di erotismo e cattolicesimo. Cattolicesimo al quale contribuisce l'apporto di Nicholas St. John, sceneggiatore di nove dei suoi tredici lungometraggi che ha alle spalle studi di filosofia e teologia in Germania. L'anomalo binomio tra questo cattolico praticante e l'anarchico Ferrara genera un discorso filmico che arriva al cervello dello spettatore attraverso la stimolazione dei sensi. Le storie che i due mettono in scena hanno una forte valenza disgregante e politica che nasce dal bisogno mistico che contraddistingue i loro personaggi.