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Il filosofo Ermanno Bencivenga si confronta in questo testo teatrale con l'episodio biblico di Abramo e Isacco, modificandolo rispetto al dettato di Genesi 22, sia nello svolgimento dei fatti e della conclusione, sia nel significato metaforico. Ritroviamo in queste pagine un Abramo assolutamente determinato nella sua fede, vissuta quasi con compiaciuto fanatismo ("Può Dio cambiare idea? I suoi decreti sono eterni e immutabili!"), indifferente al dolore della moglie e quasi ostile nei confronti del figlio, di cui pare invidiare la giovinezza e la robustezza fisica. Scopriamo un giovane Isacco pieno di energia e pronto a rivaleggiare con il padre, che contesta nel suo attaccamento al potere: un Isacco vitale e ingenuo, più interessato al rapporto con la terra che a quello con il cielo. Sara, dapprima del tutto compresa nel suo ruolo subordinato di moglie e madre, lentamente sviluppa una sua coscienza proto-femminista, assume un atteggiamento di sfida e ribellione nei confronti del marito, addentrandosi addirittura in analisi psico-sociologiche poco in sintonia con il tempo in cui vive. Dio non parla, è una sorta di Moloch che impartisce ordini per mettere alla prova le sue creature, e poi se li rimangia sadicamente: relazionandosi con Abramo solo attraverso l'invio di tre messaggeri. Costoro impongono ad Abramo di scannare il figlio ("...è la più dura delle prove...Devi essere disposto a perdere tutto quel che hai guadagnato"), e una volta ottenuta l'esecuzione dell'ordine, contestano al patriarca la sua obbedienza idolatrica, il suo fraintendimento cieco riguardo alla giustizia divina. I temi toccati necessitavano forse un approfondimento maggiore (devozione, ubbidienza, indipendenza, libertà, violenza, potere, paternità...), mentre la conclusione del dramma, facendo tornare vivo e vegeto Isacco, e scegliendo così la scorciatoia della follia e dell'allucinazione, finisce per edulcorare l'aspetto più tormentoso e vincolante della fede in Dio.
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