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Piersandro Pallavicini

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2009
Pagine: 351 p. , Brossura
  • EAN: 9788807017759
Questo è un romanzo sgradevole; e meno male. In tempi di narrazioni nuovamente epiche o altro di fantasioso, ci vuole Piersandro Pallavicini, nato nel '62 a Vigevano, lettore di Houellecq, Easton Ellis e Mastronardi, per raccontare l'Italia meno attraente. African inferno parla infatti di italiani e africani, anzi di bianchi a contatto con neri. Uno pensa: roba da sociologi. Succede invece che Pallavicini sia di mestiere chimico (insegna e ricerca nell'Università di Pavia, da ragazzo ha vinto tutti i premi possibili e immaginabili, ora è un ricercatore tra i più affermati su piazza) e affronti l'argomento con il piglio saggiamente scettico dello scienziato.
Questo premesso, African inferno è un romanzo pop come non se ne leggeva da tempo in Italia. È vagamente pop la copertina coloratissima, dovuta all'artista congolese Chérie Cherin (pseudonimo gentile di Joseph Kinkonda); lo è la colonna sonora, fatta di musica africana scelta con grande competenza dall'autore; lo è, in definitiva, anche il titolo, che ricorda Disco inferno, successo della discomusic anni settanta, più volte ripreso e rielaborato fino a una recente versione di Madonna. La storia. Sandrone Farina, "semimpiegato comunale" a Pavia, è sposato con la figlia di un principe del foro locale. Con i soldi del suocero, conduce la vita agiata che ancora si può condurre nella profonda e piuttosto sconosciuta provincia del Nord. Adora la figlia Chiara di tre anni e si diverte a scrivere di enogastronomia. Il ritratto della normalità, non fosse che gli piace frequentare quelli che si chiamano "extracomunitari", e sono in realtà professionisti come e meglio di lui inseriti nel tessuto socioeconomico. Il suocero, l'avucàt Migliorati, non gradisce, il padrone di casa Pacifico Omodeo nemmeno e sono frequenti gli sbotti in un colorito dialetto pavese, usato qui come avrebbe potuto il quasi compaesano Carlo Alberto Pisani Dossi. C'è aria di rovina e la rovina accade, naturalmente per futili motivi. Una sbronza con l'estroso Joyce, congolese laureato, un accoppiamento furtivo, la ragazzina che confessa tutto al suocero giurista, quello che, con ragione, le crede e Sandrone si trova fuori di casa. Inizia la convivenza con Richard e Modestin, camerunensi con ottimi studi alle spalle, buon lavoro e, soprattutto, permesso di soggiorno in regola.
Qui sta la novità del lavoro di Pallavicini. Se pochi avevano finora affrontato la questione dei clandestini, di quelli che si guardano in televisione mentre sbarcano a Lampedusa, nessuno aveva parlato di quelli che in Italia hanno trovato il loro posto. Sandrone Farina inizia il curioso ménage à trois partendo da un rispetto che è quasi servile verso i due coinquilini. Poi anche quelli che lui stesso chiama "fratelli" hanno pregiudizi, emettono giudizi taglienti (memorabili i commenti sulla notizia in tivù dell'assassinio di Fabrizio Quattrocchi: "Ti hanno pagato per questo! Mercenario! Ti sta bene! Li hai voluti i soldi?"), passano le notti connessi a Internet con una connessione pagata dall'italiano. Accanto a costoro, una figura femminile di autentica dolcezza: la figlia Chiara, che è con ogni probabilità un ritratto di Francesca, figlia di Pallavicini e condedicataria del libro. Un'altra figura femminile di rilievo, anche se non sviluppata a sufficienza, è Jadore, sorella di uno degli amici neri e titolare di una "bellezza straziante" (così nel testo), davvero altra e inattingibile. Il risultato è una congerie di capitomboli di vita, letti con un punto di vista che oscilla fra il patetico e il grottesco, e sceneggiati con disinvoltura. Nel libro c'è sfoggio di dettagli e, alla maniera di certi scrittori americani giovani negli anni ottanta, una buona congerie di marchi. Oltre a questo, e in verità in primo piano, una visione da scienziato delle cose e del mondo. Pallavicini è, per mestiere, cartesiano; e, ancora per mestiere, provoca reazioni, non soltanto chimiche.
Uscito nel quasi silenzio della critica militante cosiddetta di sinistra, il romanzo è stato accolto dai consensi della parte presuntamente avversa, che ha letto volentieri e senza fraintendimenti il tono paradossale del racconto. È certo che, nel profluvio di narrazioni nella migliore delle ipotesi autoreferenziali, un libro che parli di una contemporaneità sgradevole può creare dubbi, ingenerare difficoltà di ordine tassonomico; in una comunità critica, poi, che stenta a riconoscere se stessa, figurarsi i lavori di cui si occupa. Alla fine, non vince nessuno, se non un il filo di speranza cui è intitolato il quadro di copertina (Espoir fait vivre, appunto). Oppure il vincitore è lui, Piersandro Pallavicini, che ha scritto il primo romanzo glocal della letteratura italiana recente. Da Pavia, Italia, a Yaoundé, Camerun, la vita si sconta vivendo, e non importa il colore della pelle.
Giovanni Choukhadarian

Recensioni dei clienti

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    tiziana

    15/03/2015 22.32.51

    Bello, un bel libro, ha concatenato cultura, musica, arte, humor e sentimenti utilizzando le parole come piccoli diamanti. Libro molto diverso da quelli precedenti e quelli più recenti ma interessante ricco di spunti di ricerca e riflessione. Senza dubbio un grande autore.

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    Patroclo

    04/10/2009 10.09.50

    ho sentimenti contrastanti su questo libro. da una parte si tratta di una buona narrativa media, "di costume" direi, non banale e con sguardi interessanti sulla provincia e su temi poco toccati dai nostri scrittori. dall´altra parte questo libro sconta forse la presenza di un centinaio di pagine di troppo, e (forse) Pallavicini é piú un "cronachista" che uno scrittore vero, a volte la scrittura manca di ispirazione e si accartoccia un pó su se stessa. detto questo, compito assolto oltre la sufficienza, e quindi tre punti su cinque

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    ant

    07/07/2009 22.53.15

    Ha una capacità narratoria Pallavicini notevolissima, sia le storie personali sia il vissuto degli africani e del giovane pavese s'intersecano alla perfezione, si crea una commistione, un afflato di animo e sensazioni che è incredibile, Pallavicini entra proprio nel profondo dei tanti personaggi che fanno da contorno a Sandro(il protagonista) e ne traccia caratteristiche e singolarità per ognuno, che sono incredibili. Storie di stregoneria del Congo che si combinano con uscite in Bentley tra Milano e Pavia,situazioni che nascono in internet point gestiti da camerunensi e che finiscono nei palazzi storici del centro di Pavia, tutto un mix surreale ma ben costrutito. Ora vorrei dare una mia personalissima chiave di lettura a questo libro, premetto che Pallavicini mi ha affascinato per come scrive e come entra nell'animo dei personaggi, però... sono sicuro che l'autore attraverso queste pagine vorrebbe dare una sferzata a tutti quelli che vivono di preconcetti e pregiudizi nei confronti di chi ha un colore della pelle diverso, e questo msg arriva. Ma arriva anche qualcos'altro a mio parere, e cioè un provincialismo e un perbenismo di facciata ,che è tipico di certe classi sociali e zone d'italia ormai assoggettate al pensiero leghista, e che se Sandro col suo buonismo vorrebbe soffocare ..invece emergono ancora di più. Un personaggio, a mio parere, proprio ben costruito e molto vero, è l'amico d'infanzia di Sandro e cioè Alberico omosessuale dichiarato e come nomignolo chiamato Drogherico(si bomba da paura),attraverso le parole e il comportamento di questo strampalato personaggio Pallavicini mette in evidenza anche tante contraddizioni di pensiero e azione dei nostri amici africani . Bel libro cmq, che ognuno può metabolizzare a modo proprio

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    pablo Paolo Peretti Copenaghen

    28/05/2009 20.49.52

    Questo è l'inizio della fine , spero, di uno dei più brutti libri scritti dall'autore. Un libro noioso, noiosi sia i negri che i bianchi. Il ciclo dei vinti reintrpretato da un non Verga. Pretenzioso, tra il comunist-radical-chic (l'arte della ricercatezza-raffinatezza culinaria) e il fatebene fratelli "la pelle non fa la differenza". Se fossi stato di colore mi sarei offeso. Niente lo metto ultimo di tutta a produzione di uno dei miei scrittori preferiti italiani. Càpita! ppp

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    Rosy

    02/04/2009 23.42.34

    Io l'ho trovato fantastico. Non leggo mai autori italiani, o molto poco, ma avendo la passione per l'Africa il titolo mi ha attirato. Il commento di Mascheroni, se non sbaglio, quello che trova il libro scandaloso.. bè, non credo che abbia diviso la vita con un Africano. Assolutamente da leggere..

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    Priamo Bocchi

    19/03/2009 21.52.02

    Dopo il divertente e ben scritto "Atomico Dandy", attendevo con ansia il nuovo lavoro di Piersandro Pallavicini. Tanta attesa non è stata delusa: African Inferno mi ha conquistato immediatamente (già dalla copertina), tanto da risultare alla fine uno dei miei libri preferiti di sempre. Scrittura sempre brillante, immediata ma ricercata, semplice ma mai sciatta. Ironico, malinconico, cinico,comico, poetico, African Inferno racchiude una intelligente analisi della società multirazziale, lontana dai luoghi comuni del politicamente (e odiosamente)corretto. Gran bel libro davvero.

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    carmen

    11/03/2009 14.59.02

    Ho acquistato questo libro per curiosità, dopo averne sentito parlare in una rivista. La storia è interessante e piacevole, anche se a volte banale e con un finale è scontato. Mi ha fatto riflettere, innervosire e anche sorridere.

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    Massimiliano Griner

    04/03/2009 13.45.37

    Il commento di Mascheroni, politicamente corretto, non fa che segnalare che Pallavicini ha scritto un libro ficcante, intelligente, che tocca nervi scoperti. Oddio, nervi fa pensare ad un sistema nervoso pensante, cosa rara di solito in chi ragiona per schemi preconcetti come i sostenitori del piagnisteo politicamente corretto.

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    maria Eccher

    04/03/2009 13.08.20

    Finalmente un libro che non parla del solito "povero negro" che ci fa sentire orgogliosi se gli regaliamo il nostro maglioncino in cachemire dismesso ormai da 2 anni. Meno male che l'autore stà lontano dal paternalismo e dalla tolleranza di sinistra che tanto fa chic, ma che che poi porta solo ronde e rondò. Benvenga la sincerità gli italiani sono cattive persone, come lo sono gli extracomunitari, siamo belli come sono belli loro...etc... ma soprattutto impariamo a convivere e condivifere piuttosto che a tollerare la tolleranza porta solo insopportabile buonismo o razzismo becero.

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    lorenzo mascheroni

    03/03/2009 17.18.18

    Francamente scandaloso,non ho mai letto niente di più scandalosamente razzista.Un libro pieno di pregiudizi e luoghi comuni. Un libro dove gli africani sono tutti impostori ladri bombaroli o alla meno peggio incoscienti come bambini,rovinafamiglie e scrocconi. Un libro dove l'unico atteggiamento possibile di un bianco è quello caritatevole ma di una carità pelosa, un atteggiamento buonista di chi tutta accetta e perdona perchè si sente infinitamente superiore. Non mitiga certo questa sensazione sgradevole la scelta come compagna della sorella di joyce in quanto tale scelta è fatta solo sulla base di attributi fisici e sottolineandone l'afrore- sic! Nessuna considerazione sulla personalità, sul carattere o le doti morali della ragazza. Credo di non avere mai letto niente di più retrogrado niente di più primitvo. Santo cielo siamo nel 2009 qui sembra di tornare indietro di secoli. Sono anche convinto che nelle intenzioni dell'autore non c'era tutto ciò ma sicuramente la legittima intenzione di scrivere qualcosa a favore della tolleranza e della integrazione razziale.Il fatto che ne sia uscito un testo dalle connotazioni totalmente opposte ci fa capire quanto certi pregiudizi siano radicati nella nostra società e se anche un letterato cade vittima di certe banalizzazioni di certi schemi mentali ci fa capire quanto è ancora lunga la strada da percorrere.Che delusione.

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    Vanina V.

    30/01/2009 21.36.39

    Uscito il 29 di gennaio. Letto,sottolineato, già mio,prima che fosse il 30. Felice di essere la prima a poter dire, qui, che tutte le precedenti letture di Pallavicini mi hanno fatto sperare che succedesse questo, prima o dopo. Quello che succede in African Inferno.

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