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Marcel Proust

Traduttore: G. Raboni
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1989
Pagine: 1128 p.
  • EAN: 9788804316770
PROUST, MARCEL, Alla ricerca del tempo perduto (vol.III)
recensione di Vozza, M., L'Indice 1990, n. 6

PROUST, MARCEL, A la recherche du temps perdu (vol.IV)
(recensione pubblicata per l'edizione originale del 1989)
recensione di Vozza, M., L'Indice 1990, n. 6

Da pochi mesi è disponibile il quarto e ultimo volume della "Recherche", pubblicato nella prestigiosa Bibliothéque de la Pléiade. Quest'edizione curata da Tadié presenta novità di rilievo rispetto alla precedente di Clarac e Ferré, sia per quanto concerne la ricostruzione del magmatico testo proustiano sia per l'apparato di note e commenti sulle circostanze testuali e extratestuali del romanzo. A partire da "La prigioniera" anche Raboni redige la sua traduzione sul testo dell'edizione Tadié.
Queste recenti edizioni e versioni delle pagine proustiane in cui il narratore elabora la sua concezione dell'eros riflettendo sulle vicende legate ad Albertine consentono di riesaminare la possibilità che Proust sia stato un dandy, e che come tale abbia affrontato l'esperienza amorosa. A questo proposito sembra lecito riproporre la celebre annotazione di Baudelaire: "Eterna superiorità del dandy. Che cos'è il dandy?". La domanda sembra destinata a rimanere inevasa poiché questa figura si sottrae ad ogni catalogo dei caratteri, sfugge ad ogni registrazione negli annali del costume. La superiorità, l'invulnerabilità del dandy non è dovuta solo all'esercizio del capriccio e dell'impertinenza ben temperata, ma alla capacità di suscitare meraviglia, di provocare passioni mantenendo una sovrana impassibilità. Baudelaire, che vedeva nel dandy un astro al tramonto, "senza calore e pieno di malinconia", nell'epoca del declassamento dell'aristocrazia e dell'affermazione della democrazia, colse con una immagine superba la peculiare bellezza del dandy "in quell'aria fredda che gli viene dalla ferma risoluzione di non commuoversi, si direbbe un fuoco latente che si lascia indovinare, che potrebbe ma non vuole divampare".
Nell'elegante biografia di Proust di William Sansom (recentemente edita da Leonardo) leggiamo che il grande romanziere francese "era il tipo di dandy che sceglie con amore i suoi abiti ma presto li dimentica, si sporca i guanti e lascia che i calzoni facciano le borse; al contrario di un automa narcisista, era troppo interessato a tutto per preoccuparsi del suo aspetto. Arrivava a cena in cravatta bianca e giacca da mattina. Capelli arruffati, folti baffi spioventi e una carnagione mortalmente pallida, era descritto dai contemporanei a volte come un principe persiano, altre come un cadavere ambulante o un pauroso gufo".
Se proviamo a trascurare gli elementi biografici dello snobismo proustiano, ci accorgiamo che la "Recherche" è l'opera di un innamorato, non di un dandy. Individuando più di ogni altro l'essenza dell'amore, ostinata illusione di una reciprocità impossibile, Proust si rivela un discepolo di Eros ma non uno stratega della seduzione.
Una sera, Swann giunge dai Verdurini dopo che Odette se n'è andata e si avventura alla sua ricerca esponendosi allo sguardo dei frequentatori di locali notturni: sente cosi per la prima volta "quel gran soffio d'agitazione" che passa su di noi lasciandoci in preda ad un'inquietudine immedicabile, perché ormai avvertiamo che si è insediata nel nostro animo la "necessità insensata è dolorosa" di possedere l'essere amato. Colei che ha lusingato l'Io, promettendogli l'invulnerabilità, espone ora l'innamorato a quell'implacabile intemperie costituita dall'assoluta dipendenza dall'altro, dall'estraneità a se stesso, dal frantumarsi della propria dignità.
La gelosia appare come il prodotto dl una Nemesi, di un insondabile principio di giustizia, l'affermazione del gioco a somma zero che regola i nostri rapporti: tutte le ore diventano vuote di gesti e di incontri, ma sature del demone interpretativo cui soggiace chi si è affidato senza riserve alla promessa di totale disponibilità proferita dalla persona amata.
Le investigazioni del geloso, come la decifrazione dei testi e il confronto delle testimonianze, sono animate dalla passione della verità, da un'avida volontà di sapere che ci fa errare nella contiguità di città, strade e circostanze da cui ricaviamo "tutti i ragguagli possibili, tranne quelli che vorremmo". Pertanto la gelosia è la passione dell'interprete, davanti al quale - scrive Proust - "si apre il campo infinito dei possibili", interprete necessariamente di menzogne, se è vero che queste non sono altro che segni originati altrove, in contesti d'esperienza a cui l'innamorato non appartiene
Quel sentimento inquisitorio non trova mai un punto d'approdo, poiché l''imago' amorosa è inesauribile nella mobilità propria degli esseri di fuga e si sottrae ad ogni decifrazione che possa affidarla durevolmente all'interprete. Noi pensiamo che l'amore abbia come oggetto "un essere che può star coricato davanti a noi, chiuso in un corpo", che una istantanea può catturare simulando un'appartenenza. In realtà - avverte Proust a contatto di Albertine - "l'amore è l'estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e che occuperà [...] Ma tutti questi punti non possiamo toccarli".
Quell'inquietante immagine dell'ignoto, quella sovrapposizione di molti esseri - che Albertine rappresenta per il Narratore - può essere neutralizzata sottraendo la creatura originale del proprio Immaginario ad ogni esame di realtà. Nell'elaborazione del lutto che segue la scomparsa di Albertine, Proust allude alla persona amata come "duplicato inferiore", prodotto di una invocazione magica a cui poi una trama di consuetudini con l'imago vagheggiata conferisce un aspetto di necessità come se si trattasse di un imperativo dettato dal mondo esterno.
Avvertendo la necessità di concepire una nuova psicologia del tempo capace di tener conto dell'immane forza dell'oblio, Proust ribadisce che l'amore è una condizione mentale, priva di legami con l'esistenza empirica della persona amata e destinata al dissolvimento cui la memoria condanna ogni immagine: "La sventura degli esseri è quella di essere soltanto delle immagini incise e soggette, nella nostra mente, a grave usura".
Solo l'energia d'investimento propria del desiderio rimane costante al variare delle sue occasionali mete: il Narratore scorge nello specchio l'immagine del proprio Sé - colto nell'atrofia di una espressione invariante - e osserva l'avvicendarsi opaco e indifferente di Gilberte, poi di Albertine, fino all'immagine virtuale di un essere ancora inesistente ma già candidato ad occupare lo spazio immaginale reso vacante dall'oblio della fanciulla in fiore. La prigioniera si rivela sempre una fuggitiva: questa è l'identità dinamica dell'oggetto d'amore, se non altro perché accanto alla continuità unificante della memoria opera l'erosione dissolutiva dell'oblio. La fuggitiva di Proust è come la passante di Baudelaire, il cui potere di fascinazione si manifesta come dolcezza luttuosa: 'Fugitive beauté'.
Consapevole del carattere fantasmatico dell'investimento erotico e dell'evanescenza della relazione oggettuale, il dandy è colui che simula con malinconica ironia la propria collocazione come pretesto occasionale della scelta oggettuale altrui. Indifferente, impassibile, improprio, inautentico; appropriato a disporre il proprio sembiante come oggetto del desiderio: così il dandy - scriveva Baudelaire - scopre "il piacere di meravigliare e la soddisfazione di non essere mai meravigliati"; Lord Brummell, il "capriccioso di ghiaccio", che seduce con la sua figura di sfinge inarrivabile, rimase estraneo ai turbamenti che provocava: così "i suoi trionfi ebbero l'insolenza del disinteresse".
In tal modo il dandy compie l'inaudita trasposizione da soggetto a oggetto, da soggetto amoroso a oggetto di seduzione, offrendosi per un attimo alla dedizione intransitiva di chi ha raccolto questa sfida impertinente e mostrando ad un ipotetico osservatore la paradossale reciprocità che governa la dialettica dell'erotismo.
In un'epoca che registra la progressiva eclisse dell'amore-passione e l'avvento delle tecnologie fredde, il dandy è colui che opera una razionale sottoutilizzazione delle proprie risorse affettive, capace di attuare la strategia dell''understatement' erotico, anestetizzando le passioni e ripiegando nella nicchia di un io minimo che riceve in dono, come iniquo risarcimento di una simulata indifferenza, il desiderio dell'oggetto amato. Eterna superiorità e sovrana attualità del dandy.

L'edizione del capolavoro proustiano nei Meridiani presenta svariati motivi di prestigio e interesse: il testo è tradotto da una sola mano, quella del poeta Giovanni Raboni, ed è accompagnato da un ricchissimo apparato, assolutamente unico, di note esplicative e storico- critiche, nonché dall'Argomento che conclude ogni volume. Nel terzo volume i capitoli finali di Sodoma e Gomorra e La Prigioniera.