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Ferdinando Camon

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2016
Pagine: 105 p. , Rilegato
  • EAN: 9788811672531
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    alida airaghi

    02/10/2015 14.12.23

    Il quarto romanzo di Camon, conclusivo del "ciclo degli ultimi" dedicato al mondo contadino della campagna padovana, mondo da cui lo stesso autore proviene, è un libro sofferto, che prende spunto da una dolorosa circostanza autobiografica, la morte della madre, per intessere un lamento che è insieme elegia, preghiera, testimonianza. Il ricordo della madre, come esce da un susseguirsi di immagini (lei che ride portandosi una mano sul cuore, lei che cerca di parlare in italiano, lei che si incipria prima di andare a messa; attenta a risparmiare su tutto, lavoratrice fino allo stremo) dovrebbe essere il filo conduttore di tutta la narrazione. In realtà il motivo fondamentale sembra essere la resa dei conti che il figlio tenta di fare con se stesso: tutto il romanzo è infatti un interrogarsi sulla morte e sulla vita, sul mondo contadino che è stato abbandonato e sembra finire in toto con la morte della madre, e sulla propria sradicatezza sia dalla cultura dei campi sia da quella della città. Di fronte a una civiltà contadina, che è cultura perché è creazione di mito e religione, l'inurbato si sente "espropriato" della sua dimensione più vera. Camon scrive in prima persona, ma riesce a parlare di sé solamente come "figlio": della madre, e soprattutto di un ambiente. Di una terra, di una gente, di una religione. Il suo è un romanzo collettivamente cristiano: l'atmosfera è quella delle funzioni, delle processioni, dove non c'è posto se non per l'obbedienza, il rispetto, la fede, a volte l'esaltazione: "Cristo c'è, ed è ineguagliabile. Se non ci fosse Lui, vivere sarebbe un'insulsa pazzia". Il mondo borghese che ha sempre snobbato la civiltà dei "fuori storia", si vede una volta tanto snobbato: il libro è scritto rispettando fedelmente la struttura mentale del contadino, in una lingua che viene solo presa a prestito dalla cultura borghese, per poter costruire un altare di parole che testimoni la vita della madre anche a chi è estraneo al mondo di lei.

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    Renzo Montagnoli

    24/06/2014 08.38.50

    La parola che si fa immagine è il primo elemento di rilievo di questo romanzo. Già all'inizio prende corpo la visione dell'mile funerale contadino, con quella bara ondeggiante, portata a spalle, lungo una stradina fra i campi, dalla chiesa al cimitero, con le mani dei figli, del marito che toccano quel legno come a voler provare l'illusione di avere un ultimo contatto con la persona defunta. Non cè nessuna retorica, non ci sono frasi fatte, ma poche misurate parole che hanno il potere di tradurre la lettura in una sequenza di rara efficacia, una scena che potrebbe benissimo comparire in uno dei tanti film del neorealismo italiano del dopoguerra. Ovviamente, c'è molto di più, c'è quel distacco che si cerca di colmare con il ricordo della persona amata, una donna silenziosa, un'ombra nella casa di cui ora si riscoprono le qualità proprie dell'umile. E c'è anche il tentativo di andare oltre la morte, di farla diventare un episodio della vita così come la nascita, in una continuità che non viene meno neppure nel dopo. E il romanzo di un figlio che nella figura materna compendia, in un abbraccio ideale, quel mondo contadino da tempo scomparso, in un'atmosfera mistica che riscatta la polvere delle strade, la miseria di ogni giorno, la fatica di andare avanti per vivere. Toccanti, poi, sono le pagine del ricordo della scomparsa, con quell'incapacità del tutto naturale che si ha di avere ben presente il viso in tutti i suoi dettagli C'è tutta l'asprezza di un mondo di stenti, in cui religione e superstizione si accavallano, ma in cui anche sentimenti quali la solidarietà sono ai massimi livelli. Camon è capace di commuovere senza invitare alle lacrime, riuscendo a fare di una vicenda familiare un'opera corale, così che un altare per la madre finisce con il diventare l'ara in onore e in memoria di una civiltà scomparsa.

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