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recensione di Caciagli, M., L'Indice 1997, n. 4
Chiunque si sia trovato ad aver bisogno di serie storiche di dati statistici sull'Italia dall'Unità a oggi sa la difficoltà di reperirne di complete e di omogenee; sa l'impossibilità di risalire a fonti concordanti nei criteri di rilevazione e di sistemazione; sa di vuoti, di scarti, di incongruenze. L'accurata indagine di Dora Marucco, della quale quest'agile volume dà conto, spiega abbondantemente perché.
La storia dell'amministrazione della statistica nel Regno d'Italia si presenta infatti come un disastro dalle notevoli dimensioni e dalle drammatiche conseguenze, i cui effetti arrivano, per l'appunto e inevitabilmente, fino a oggi. L'amministrazione della statistica, che pur aveva cominciato a far capolino in alcuni stati preunitari, Piemonte compreso, fu trattata con grande negligenza dalla classe dirigente del nuovo stato italiano, negligenza che addirittura s'aggravò con il passar dei decenni. Assegnata al Ministero dell'agricoltura, industria e commercio fino al 1916, quando l'agricoltura venne separata dagli altri due settori, la gestione della statistica risentì della debolezza di quel dicastero e della conseguente frammentazione dei centri di rilevazione. Organizzata in alcuni periodi come Ufficio centrale, in altri come Direzione generale, finì col dare risultati discontinui e improvvisati. Il Consiglio superiore di statistica, investito della funzione di indirizzo scientifico e pur composto, oltre che da burocrati, da studiosi e politici di rango, ebbe spesso un ruolo irrilevante, quando non brillò per lunghi periodi di inattività. Gli impiegati del servizio andarono via via diminuendo, fino a diventare un numero irrisorio nel periodo della guerra mondiale. Le risorse furono sempre scarse e modesta la strumentazione. Basti ricordare che il censimento del 1891 non fu realizzato per mancanza di fondi...
Se il quadro è ben delineato, avremmo voluto conoscere meglio il secondo perché: quello di tanta sciattezza e di tanta improntitudine, nonostante l'attenzione dei responsabili per i più avanzati modelli stranieri e nonostante la qualificata crescita della statistica nelle università italiane. L'autrice, sospesa fra l'indignazione e lo stupore, non riesce a dircelo fino in fondo. Non spiega, ad esempio, perché il servizio fu affidato a quel ministero, favorendo separatezza e confusione, né perché i finanziamenti non furono mai adeguati. Dopo aver preannunciato nelle prime pagine che la crisi "non fu congiunturale, ma intrinseca all'organizzazione", non riprende questo spunto nel corso del saggio per esplicitarlo in concreto. Se "il problema cardine che la Direzione si trovò di fronte lungo tutto l'arco della sua esistenza, senza riuscire a risolverlo, fu quello di concentrare e centralizzare i compiti statistici", perché quel problema non venne mai affrontato? La dispersione e la diaspora dei servizi dopo il breve periodo degli "aurei anni ottanta" sembrano gli effetti piuttosto che le cause della crisi dei servizi di statistica. Dispersione e diaspora furono dovute a banale competizione fra rami dell'amministrazione, a miopia burocratica, a nefasto influsso dei politici, a "incuria della classe governativa", a preparazione non adeguata per i nuovi campi d'indagine? Tutte queste cause vengono pur accennate, ma potevano forse essere approfondite e magari documentate con qualche caso esemplare.
Se al saggio manca l'affondo decisivo che spieghi esiti tanto insufficienti, ciò non fa venire meno il piacere di leggerlo, ricco com'è di saporite informazioni, di personaggi interessanti e di episodi poco noti. Si segnala inoltre per non essere soltanto un testo di storia dell'amministrazione, ma anche di storia della cultura, per come ritrae i maggiori statistici e scienziati dell'amministrazione dell'epoca (Ferraris, Bodio, Giusti, Gini), riporta gli orientamenti dei politici di rango che dell'amministrazione della statistica si occuparono (Crispi, Sonnino, Luzzatti, Nitti) e informa sulle pubblicazioni ministeriali, dalla vita accidentata ma gloriosa, o sui congressi nazionali e internazionali della disciplina. Se ne ricava uno spaccato illuminante dei rapporti fra amministrazione e mondo accademico nello stentato procedere dello stato liberale, che quei rapporti non seppe mettere a frutto per evitare il suo declino - sembra suggerire l'autrice -, tenendo conto di questa così poco felice esperienza.
La creazione dell'Istat, al quale è dedicato l'ultimo capitolo, creazione avvenuta, com'è noto, nel 1925, venne a esaudire molte esigenze di centralizzazione e di razionalizzazione. Mentre in una prima fase il regime fascista intese bene l'utilità dell'Istituto come strumento conoscitivo e di controllo, negli anni trenta l'ingerenza di Mussolini fu però volta a fini di pura propaganda, compromettendo la qualità scientifica del lavoro dell'Istat.
Le poche pagine dedicate all'epoca repubblicana non reggono il paragone, per ampiezza di analisi, con quelle dedicate all'epoca liberale. Esse bastano però a ricordarci i vani tentativi di riforma dell'Istat per combattere i "vecchi problemi": "la mancanza di organi tecnici territoriali", "la diaspora dei servizi statistici verso i vari ministeri" e la "loro frammentazione all'interno di ciascun ministero". Solo un impulso esterno, l'avvento dell'informatica, ha spinto finalmente al riordino dell'intero sistema statistico nazionale che ha trovato forma legislativa nel decreto n. 322 del 1989: questo "capitolo nuovo" è ancora tutto da scrivere, non solo in studi come questo, ma nella realtà concreta.
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