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Amore a Venezia. Morte a Varanasi

Geoff Dyer

Traduttore: G. Granato
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2009
Pagine: 320 p., Brossura
  • EAN: 9788806193898
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"C'è un'unica cosa in cui sono stato scrupoloso: nell'essere scrupolosamente impreparato". Questa citazione di Alfred Stieglitz, con cui si apre quello che è forse il libro più bello di Geoff Dyer, L'infinito istante. Saggio sulla fotografia (2005; Einaudi, 2007), potrebbe stare in epigrafe all'intera, multiforme opera di questo autore che della "scrupolosa impreparazione" ha fatto un vero e proprio metodo, di scrittura e di vita. Dyer è infatti l'esatto contrario di uno specialista. Ha scritto, in modo sempre "scrupoloso", di musica, arte, architettura, fotografia, viaggi, storia, oltre che, ovviamente, di letteratura, senza mai celare la sua "impreparazione", con una spavalda libertà di movimento che è la sua cifra più evidente.
Non a caso, il primo libro di Dyer, che risale ormai a più di vent'anni fa, è Ways of Telling (1987), un'analisi delle opere di John Berger, l'altro grande eclettico della letteratura inglese contemporanea. Al pari di Berger, Dyer è uno scrittore che non ha paura di niente, non rispetta steccati di genere, si mette sempre in gioco in prima persona e si tiene alla larga tanto dall'accademia quanto dai centri di potere dell'industria culturale. Eppure la sua opera ha una tonalità completamente diversa da quella del suo ispiratore: se il punto focale dello sguardo di Berger è la concretizzazione dell'utopia, la quotidiana lotta intellettuale contro l'ingiustizia, quello di Dyer è l'inadeguatezza personale alla fatica di vivere, la passione per la fuga in ogni sua forma. E se l'irriverenza di Berger ha il classico retrogusto dello sberleffo che il giullare rivolge ai potenti, quella di Dyer ha il sapore amaro dell'ultima bestemmia di un blasfemo condannato al rogo.
Ways of Telling da noi non è stato tradotto, ma qualche anno dopo Geoff Dyer ha avuto in Italia un momento di grande notorietà grazie all'allora neonata casa editrice Instar, che nel 1993 ha fatto uscire, in una veste grafica di inusuale eleganza, Natura morta con custodia di sax (traduzione azzeccatissima quanto infedele del titolo originale But Beautiful. A Book about Jazz), destinato a diventare un vero libro di culto, molto venduto e soprattutto molto letto. Sempre da Instar, e sempre con un'eccellente cura editoriale, sono usciti in seguito i primi romanzi di Dyer: Brixton Bop, In cerca e Paris Trance, già segnati da quello strettissimo legame fra luoghi geografici, invenzione narrativa e richiami letterari (da Nietzsche a Benjamin, da Rilke a Camus, da Lawrence a Maugham, da Hemingway a Cheever) che caratterizza anche il recente Amore a Venezia, morte a Varanasi.
Come la precedente raccolta di racconti Yoga per gente che proprio non ne vuole sapere (2003; Mondadori, 2003), anche questo nuovo romanzo si presenta a prima vista come un libro di viaggi. In Yoga i luoghi toccati erano molti (la Cambogia e la Thailandia; Roma, Parigi e Amsterdam; New Orleans, Miami e Detroit; il deserto della Libia e quello del Nevada), qui invece sono solo due, due città che non hanno in comune solo il fatto di "cominciare con la V" (come dice, nell'inconfondibile stile mezzo cinico e mezzo candido di Dyer, uno dei personaggi del libro), ma anche la compenetrazione fra terra e acqua e il rapporto particolarmente smaccato con la morte. Venezia, nelle pagine di Dyer, è la città sempre sul punto di soccombere, sempre in procinto di sprofondare negli abissi trascinando con sé il meglio della cultura occidentale, ma soprattutto è una città ormai simulacro di se stessa, una città che, come nel Truman Show, "ogni mattina si svegliava fingendo di essere una città vera anche se lo sapevano tutti che esisteva solo per i turisti". In questa sorta di luogo postumo, colto nei giorni della Biennale del 2003, critici, artisti e galleristi si trascinano come zombie da una festa all'altra in un costante stato di stupefazione narcotica, simulando una vita culturale che non esiste più, passando indifferenti in mezzo a "opere d'arte, dipinti e sculture fatti dal fior fiore del modernismo, quando era impossibile credere che un bel giorno alla gente sarebbe interessato solo il risotto a sbafo per assorbire tutti i bellini a sbafo che si era scolata".
Ma se, nella Venezia impegnata a celebrare i tristi fasti della Biennale, Jeff, a differenza dell'Aschenbach di Thomas Mann, non trova la morte, non si può neppure dire che trovi l'amore, come porterebbe ingannevolmente a credere la versione italiana del titolo. La contrapposizione fra Venezia è Varanasi non è fra amore e morte, ma piuttosto, come suggerisce l'intraducibile assonanza dell'originale Jeff in Venice, Death in Varanasi, fra un luogo in cui si va sempre a cozzare contro se stessi (come contro la parete trasparente che racchiude il mondo del Truman Show) e un luogo in cui è possibile liberarsi da se stessi attraverso l'esperienza della morte. La relazione amorosa che Jeff ha a Venezia con la gallerista Laura Freeman è infatti anch'essa un simulacro, in cui gli atti del corteggiamento e dell'accoppiamento, alimentati dall'alcol e dalla cocaina, vengono consumati con una paralizzante ipercoscienza critica "che rendeva più facile leccare il culo di una persona che chiederle quand'era possibile rivederla".
Nulla di strano, dunque, se nel passaggio da Venezia a Varanasi, e dalla narrazione in terza a quella in prima persona, il personaggio di Laura scompare, per non essere più nemmeno nominato. In realtà il lettore rimane nel dubbio su quale sia l'esatto rapporto fra le due parti del libro, al di là del fatto che in entrambe il protagonista si chiama Jeff e viaggia su commissione della rivista per cui scrive. Certo non mancano i riferimenti incrociati, ma le due parti si potrebbero anche leggere separatamente, come due novelle indipendenti abbinate a formare un unico volume.
Resta il fatto che Varanasi è per Jeff una sorta di reincarnazione della città di Morte a Venezia, infestata, scriveva Thomas Mann, dal "colera asiatico (…) prodotto dai caldi acquitrini del delta del Gange". A Varanasi i barcaioli truffaldini perseguitano Jeff come i loschi gondolieri perseguitavano Aschenbach, la malattia è sempre in agguato e la bellezza è un'ambigua maschera della morte (o viceversa). E poi il problema che Jeff a Varanasi riesce a risolvere è lo stesso che Aschenbach, a prezzo della vita, risolveva a Venezia: come liberarsi da un eccesso di autocontrollo e consapevolezza, da quella constante sensazione di "essere intelligente" che in Jeff l'abuso di droghe e alcol non debella affatto, anzi alimenta fino a un livello parossistico.
Invece "essere stupidi," comincia a scoprire il protagonista al termine dei suoi giorni veneziani, "non era male, sembrava un presagio di illuminazione". E a Varanasi, impossibilitato a mettere a frutto estenuate doti intellettuali che, in mezzo ai fuochi delle pire in cui bruciano i cadaveri, semplicemente non producono alcun senso, Jeff si trova immerso in una vera e propria apoteosi della stupidità. In quella città follemente santa e santamente folle l'induismo gli si rivela come "la Disney delle religioni mondiali (…) tutto una battuta di spirito (…) totalmente ridicolo", e cioè come una paradossale via di liberazione che permette al protagonista di arrendersi alla stupidità (una stupidità che è in fondo anch'essa una maschera della morte), riuscendo così finalmente a "togliersi dall'equazione".
Jeff trova dunque, nel "posto meno noioso sulla faccia della terra", un'ottima occasione per dimostrare che "si può essere al tempo stesso sinceri al cento per cento e ironici al cento per cento" (un'altra frase che potrebbe stare a epigrafe dell'intera opera di Dyer), ed è con questo spirito che prova a immergersi nel putrido Gange che agli schizzinosi turisti solitamente fa ribrezzo. Ma il tuffo nel Gange si rivela inaspettatamente una strada a senso unico: Jeff si spoglia dei propri abiti e della propria cultura per indossare un dhoti e vagare sui ghat con un'aria "da squinternato, sinceramente", fino a identificarsi con una divinità di sua invenzione da aggiungere all'infinito pantheon induista: Ganoona, il dio un po' canguro e un po' lontra, un dio capace non solo di saltellare allegramente, ma anche di "protendersi e lasciarsi andare, appoggiato al nulla".
Norman Gobetti

Recensioni dei clienti

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    Giovanni

    01/03/2010 17.54.38

    Raramente capita di leggere un libro così brutto e sciatto. Forse il voler dipingere un personaggio decadente ha forzato la mano all'autore. Venezia è solo la "location" per una attività sessuale descritta lungo il confine dello squallore e della tristezza. L'India diventa il fondale per le gesta di un incrocio tra un hippy in ritardo di trent'anni e un caso umano bisognoso di urgenti cure psicologiche. Alla fine del libro rimane la domanda irrisolto: cosa mai voleva esprimere l'autore? Leggere questo romanzo non uccide ma certamente c'è un modo migliore per spendere diciotto euro.

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