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Aleksandar Hemon

Traduttore: M. Balmelli
Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 2014
Pagine: 184 p. , Brossura
  • EAN: 9788806194253
  "Ero sradicato in un luogo che un tempo era stato mio ". Lo scrive Aleksandar Hemon nel suo ultimo volume: Il libro delle mie vite. Il riferimento è alla città di Sarajevo e la frase descrive in maniera limpida e immediata una realtà comune ai molti profughi jugoslavi che, rientrando dopo le guerre degli anninovanta, trovano un mondo cambiato, quasi capovolto. Sarajevo (come Mostar, Vukovar, Belgrado, Zagabria, ogni altra città jugoslava) non è più il luogo dello straordinario incrocio di mondi e culture. Oggi la Bosnia è invece (nell'immaginario collettivo ma anche nella realtà quotidiana) il luogo della partizione etno-nazionale, dove tutto, compreso lo spazio urbano, viene nazionalizzato, risemantizzato in ottica nazionale. Così accade al ponte di Mostar, che diventa simbolo solo musulmano dopo essere stato per anni cuore della città di tutti. Così succede a Sarajevo, dove il belletto per i nuovi turisti non riesce a nascondere il cuore ferito di una città sempre meno accogliente e tollerante. E allora accade che queste nuove città, ricostruite come fossero quelle di un tempo, ingannano chi le ha conosciute prima. Anche Hemon ne rimane turbato, nel primo viaggio dopo la guerra: ritrova le stesse vie, le stesse case sventrate e (in parte) ricostruite, ma non incontra l'anima della città: quella microidentità tipicamente sarajevese che, secondo la brillante metafora di Dževad Karahasan, racchiude tutto il mondo (Sarajevo centro del mondo, Il Saggiatore, 1994). Però Aleksandar Hemon non è affatto un uomo comune, un profugo sradicato come tanti. E pure la sua storia di fuga, simile a quella di tanti altri, ha delle peculiarità che la rendono unica. Come unico è il suo stile, il suo modo di raccontarsi, sempre in bilico tra realtà e finzione, fra romanzo e autobiografia. Un meta-racconto che diventa paradosso quando sostiene di manipolare i suoi stessi ricordi per renderli più attraenti e ammette: "Il lavoro dello scrittore è quello di sedurre i suoi lettori" (Amore e ostacoli). Comunque Hemon non è uno scrittore che, alla Salgari, può raccontare incredibili saghe rimanendo chiuso nel suo studio. Lui scrive quello che vive, racconta quello che è. Ma chi è in effetti Aleksandar Hemon? Gran parte della sua letteratura sembra voler dare una risposta a questa domanda e ogni libro pare avvicinarsi, per approssimazioni successive, ad una risposta. Una risposta che in effetti non c'è, se non nel senso della pluralità di esperienze e identità, ben evidenziata dal brillante titolo Il libro delle mie vite. Hemon ricostruisce in questo libro alcuni dei momenti più significativi delle sue diverseesperienza di vita. Si tratta in sostanza di un'autobiografia poetica, a sprazzi, costruita su sensazioni, piccoli episodi, ansie, paure, colpi di fortuna. È un libro per certi versi complementare al precedente Amore e ostacoli, nel quale ogni capitolo prendeva forma e sé, viveva di vita propria, diventava quasi un racconto onirico. Insieme i due volumi (editi in rapida successione da Einaudi ma risalenti al 2009 e al 2013) creano una sorta di parzialissima autobiografia, dove ricordi e attualità si intrecciano in un continuo gioco di rimandi . Bosniaco di origine ucraina emigrato a Chicago, Aleksandar Hemon è davvero un cocktail identitario vivente. Nato in Jugoslavia a metà degli anni sessanta, cresce a Sarajevo in una famiglia naturalmente mista: metà serba e metà di origine ucraina. "Saša" Hemon trascorre l'infanzia e la prima giovinezza nei decenni del boom economico e della liberalizzazione politica e culturale. Film partigiani e cinema hollywoodiano; parate di regime e vacanze al mare; provocazioni punk e polizia politica... Hemon è un adolescente inquieto e snob, che sembra voler vivere fino in fondo tutte le contraddizioni dell'epoca, costruendosi sempre nuove identità. Nel corso degli anni ottanta si ritaglia un ruolo da intellettuale alternativo in una Sarajevo in crescente fermento politico e culturale. La guerra che nel 1992 distrugge quel mondo straordinario in cui è faticosamente cresciuto, raggiunge Hemon già in America, dove, per un incredibile colpo di fortuna, è appena arrivato con una borsa di studio. Per caso e contro la sua volontà si trova così a vivere la vita dell'immigrato, povero e sradicato, in una permanenza che si rivela sempre più definitiva. Sono anni di grandi difficoltà, con amici e parenti che cadono colpiti dai cecchini o dalle bombe, oppure fuggono da una Sarajevo nella quale anche Hemon fatica a ritrovarsi, senza però riuscire a riconoscersi come statunitense. Poi, dopo anni di forte straniamento, nel 2000 pubblica il suo primo volume in inglese e si afferma nel corso dell'ultimo decennio come uno dei più talentuosi giovani autori americani. Hemon descrive le sue vite con una leggerezza che non nasconde però ansia, malinconia, rabbia. La sua è una scrittura ironica (spesso impietosamente autoironica) e brillante, ricercata come può esserla quella di un non madrelingua ma anche semplice e lineare; cupa, in certi passaggi, onirica ma mai grottesca. Anche l'uso del turpiloquio non è mai fastidioso o stucchevole, ha sempre un intento comico e non diventa mai realmente scurrile. "La mia scrittura è percorsa da una stizzosa impazienza verso le chiacchiere borghesi, inquinata purtroppo da una rabbia sorda di cui non riesco a liberarmi" scrive nel Libro delle mie vite. È affascinato dalle storie di vita, Hemon, non soltanto la sua, anzi le sue. E ha la rara capacità di costruire personaggi reali, che assumono contorni sfaccettati in poche sapienti immagini. Sono descrizioni sempre rapide ed efficaci, che non annoiano e al tempo stesso lasciano spazio all'immaginazione. Particolarmente riuscito in questo senso è Progetto Lazarus, il suo primo libro tradotto in italiano (dopo ben dieci anni di produzione ancora inedita in Italia), nel quale l'oscillazione fra verità e finzione, fra romanzo, ricostruzione storica e diario raggiunge l'apice. È forse questo il suo romanzo più riuscito, proprio per l'abilità nel variare stili, temi e toni, tratteggiando personaggi straordinari al di là e oltre il sé stesso in scena. Qui Hamon ricostruisce la storia di un omicidio commesso nel 1908 a Chicago, in seguito al quale si scatena una vera e propria caccia alle streghe antisemita. La vittima è un giovane ebreo ucraino, identificato come anarchico e demonizzato dalla stampa. Come l'autore, anche il protagonista storico di Progetto Lazarus è dunque un immigrato sradicato. Le sue plurime identità si sommano a quelle che gli vengono attribuite, in un gioco di specchi deformanti che alla fine riflettono il protagonista attuale, ovvero l'autore stesso. Il quale liquida una volta per tutte, con una battuta lapidaria, la perenne domanda sulla sua identità sfaccettata, sulle sue diverse afferenze linguistiche: "Penso in inglese, ma penso anche in bosniaco; e spesso non penso affatto".   Erik Gobetti