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Raffaele La Capria

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2006
Pagine: 124 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804553311
L'elzeviro dettato al "Corriere della sera" del 4 luglio, su letteratura e malattia, muovendo da un'operazione al cuore appena subita, ci dice bene che scrittore sia Raffaele La Capria, e non solo quello dell'Estro quotidiano (2005) o del recente L'amorosa inchiesta, che si compone di tre lettere: al primo amore, alla prima figlia, al padre. L'elzeviro cominciava così, con la consueta leggerezza: "Lieve è la parola per dirlo, 'bypass', come un passo di danza, 'paso doble'; forse troppo lieve dato l'evento. Invece, se ti capitasse davvero, com'è capitato a me, capiresti che l'operazione è pesante". E poco più avanti: "Ora però, caro lettore, di questa esperienza voglio raccontarti, non per parlarti dei miei mali, ma per altre ragioni". Ecco: la scrittura come prolungamento biologico del proprio io e intensificazione dell'esperienza vissuta. E soprattutto: riproposizione della stessa esperienza, mentre ci si avvale di ciò che gli antichi chiamavano il "benefizio del tempo".
La Capria lo ripete spesso in questo libro. Così nella lettera al padre: "Tutte queste connessioni sul momento non appaiono, è il tempo che tesse la connessione e le attribuisce un senso, e non è neanche detto che il senso sia giusto". E però: in vista di quali ragioni? Quali sono le "altre ragioni" cui La Capria si riferisce nell'elzeviro? L'amorosa inchiesta, io credo, è il libro che, forse più di altri, non solo le ha fornite quelle ragioni, come di consueto, nell'evento stesso della pagina, ma ha anche provato a chiarirsele, con un impegno critico.
Ma andiamo con ordine e cominciamo da qui, dall'inizio della lettera alla figlia: "Mia cara, sono stato per te un padre assente, lo so, ma ora non ti scrivo per dimostrarti il contrario, ti scrivo per dirti come fu e in quali circostanze mi trovai quando dovetti separarmi da te". La Capria non scrive per dimostrare, ma per dire "come fu": come tutti gli scrittori novecenteschi (in Italia, almeno a partire da Federigo Tozzi, lo scrittore dei "misteriosi atti nostri"), nonostante il suo impegno antinovecentesco in vista del "senso comune", La Capria narra perché non sa e non può spiegare. Ancora alla figlia: "Certe cose sono raccontate perché solo un racconto, senza bisogno di tante spiegazioni, riesce a dire come sono andate. Perciò affidati al racconto, il racconto è proprio questo capire, è un capire diverso".
Anche quando conviene con quella che gli pare un'importante verità – mettiamo una considerazione di Kafka sull'impazienza come peccato capitale –– non può fare a meno di preservare l'ombra e l'umido che la luce di quella verità potrebbe altrimenti prosciugare. Così al padre: "Anche ora che ti scrivo sento che queste parole sono vere e mi riguardano, ma restano in gran parte oscure e misteriose, vagamente minacciose per me". Si dovrà aggiungere che, con ogni probabilità, questo "capire diverso", così lontano da ogni fondamentalismo scientifico e no, resta l'unico possibile dato in sorte al vero antieroe del secolo appena trascorso, il personaggio-figlio (ancora Kafka con la sua precoce Lettera al padre, nell'Amorosa inchiesta ricordata), nei cui panni La Capria non può non calarsi: "Non è strano che un padre scriva a una figlia per parlarle della propria immaturità? Cosa vuol dirle? La verità è che sono nato figlio e non padre, come padre sono difettoso".
Nell'Amorosa inchiesta La Capria ritorna a temi e personaggi che gli sono da sempre costitutivi: e, come gli capita, riprende da altra angolazione la materia autobiografica di altri libri. Dicevo d'un impegno critico forse più pronunciato che altrove: non per niente, la seconda lettera è ottenuta attraverso il montaggio di lacerti epistolari e citazioni da Amore e psiche (1973), il romanzo della deflagrazione di una vita (e di un matrimonio) normale, libro presto disamato, se non ripudiato, per quel concettualismo che, da un certo punto in poi, La Capria ha combattuto con tutto se stesso. Rivisitato in questo contesto, Amore e psiche acquista un'inedita profondità, mentre la materia autobiografica si dispone a una nuova sintassi. Sino al punto di costringere La Capria, impegnato a distinguere tra la fiction e la vita – la fiction che è figlia di un progetto estetico e di un significato prestabilito, l'imprevedibile vita che, invece, è quanto accade, mentre non ci s'accorge accade –, a dichiarazioni come questa: "È anche questo il mio rapporto con l'autobiografia, una commistione di generi diversi, in questo caso quello epistolare e quello narrativo, per arrivare a un punto di vista più ampio e meno personale".
Eccolo, in definitiva, l'approdo di uno scrittore novecentesco e in perenne guerra con il Novecento: un autobiografismo spinto sino al parossismo della sua più ostinata oltranza, ma per negarlo a sé stesso e oltrepassarlo. Sembrerebbe che al personaggio-uomo, oggi, non sia consentito di più: se non questa falsa partenza, questo salto mortale.
  Massimo Onofri

Recensioni dei clienti

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    Massimo

    20/09/2007 11.11.16

    Lavoro introspettivo, intelligente e scritto bene: si vede e si sente la mano di un grande autore. Pur affrontando temi che toccano la sensibilità e fanno riflettere, tuttavia rimane a mio avviso poco emozionante e un po’ freddino.

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    elena giovannini

    10/01/2007 16.05.17

    Se avessi agito diversamente, se fossi stato un po’ meno impaziente, la mia vita sarebbe stata diversa? Sarei stato un fidanzato, un padre, un uomo migliore? Attraverso questi interrogativi Raffaele La Capria cerca di dare una risposta al proprio bisogno di capire e di scegliere tra serenità e rimpianto, tra pienezza e imperfezione. Egli è, tale un investigatore, sulle orme del proprio passato amoroso alla ricerca di indizi, e fruga nei ricordi del suo primo amore, della nascita di sua figlia e del rapporto con il padre. A ottantatré anni, ad un’età “tra il fin d’ottobre e il capo di novembre” (come per l’Orlando Furioso dell’Ariosto, citato nel libro) La Capria indaga, la penna a mo’ di lente di ingrandimento, e redige tre lettere: alla fidanzata (cara Hélène), alla figlia (mia cara), al padre deceduto (caro babbo). Le imperfezioni che affiorano rendono lo scrittore uomo: le sue parole evocano emozioni familiari, svelano segreti a lungo celati, verità dolorose inconsciamente accantonate. E la domanda iniziale perde interesse nella risposta, per trovare un senso nella continua ricerca, nello svolgersi stesso dell’amorosa inchiesta.

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    ant

    03/10/2006 22.15.03

    Un ottimo narratore non si discute, mi ha colpito la prima lettera del libro quella al primo amore, con le belle digressioni sui "principi delle apparenze"; poi le storie seguenti non mi hanno colpito più di tanto

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