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Ci sono libri che non si limitano a raccontare: respirano. Apri la prima pagina e senti un vento freddo arrivare da un’altra epoca, un vento che porta con sé il clangore dei capannoni abbandonati, il neon tremolante dei sottopassaggi, il passo inquieto di una generazione che ha imparato a danzare sulle macerie. "L’apocalisse del post punk. Nelle città ci annoiamo" di Leonardo Lippolis appartiene a questa specie rara di opere che non si leggono soltanto: si attraversano. Come una città al crepuscolo, quando le finestre si spengono e lo spazio urbano sembra sul punto di rivelare qualcosa che ha sempre trattenuto. Fin dalle prime pagine è chiaro che lo sguardo dell’autore non è nostalgico né celebrativo. Il post punk non viene evocato come mitologia sonora o repertorio estetico, ma come postura esistenziale, come risposta sensibile a un mondo che stava cambiando brutalmente. C’è, in questa impostazione, un’eco che rimanda a Walter Benjamin: l’idea che certi fenomeni del passato, colti nel momento giusto, possano illuminare il presente come un lampo. Non per spiegare, ma per rendere visibile ciò che di solito resta sommerso. Il post punk diventa così una lente attraverso cui leggere la nostra condizione contemporanea, il modo in cui abitiamo città sempre più funzionali e sempre meno abitabili. La noia evocata nel sottotitolo non è apatia, ma saturazione. È la noia prodotta da spazi che hanno perso profondità, da un quotidiano ridotto a circolazione e consumo. Senza mai irrigidirsi in teoria pura, il libro intercetta quella sensibilità che, a partire dai situazionisti, ha messo in discussione la vita quotidiana come luogo privilegiato dell’alienazione moderna. Non come concetto astratto, ma come esperienza concreta: qualcosa che si cammina, si guarda, si subisce ogni giorno. In questo senso, il post punk appare come una forma di resistenza percettiva, un modo di restituire attrito a un mondo che tende a rendere tutto liscio, neutro, indifferente
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