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recensione di Mengaldo, P.V., L'Indice 1995, n. 3
Lorenzo Mondo s'era già reso benemerito con il ritrovamento e la prima edizione del "Partigiano Johnny", cardine di Fenoglio. Ora ha trovato e pubblicato, con intelligente introduzione, questo che lui stesso definisce "il più antico racconto partigiano" dello scrittore (e forse anche il più fortemente autobiografico, a partire dal fatto che il protagonista-narratore si chiama semplicemente Beppe). L'opera, otto capitoli più l'inizio del nono che s'arresta in tronco alla fine di un taccuino (se ne troverà mai il seguito?), si riferisce ai terribili eventi del novembre-dicembre 1944, ma nonostante le apparenze stilistiche su cui verremo non è stata scritta a caldo, bensì dopo, non prima del 1946 (altri taccuini, illustrati da Mondo, hanno un vario contenuto, solo in parte il medesimo degli "Appunti" di cui dunque presentano brani in una precedente redazione). Dato il modo di lavorare di Fenoglio, che amava iterare, variare e distribuire diversamente gli stessi elementi-base, brevi o più ampi, lungo tutta la sua opera (che, almeno per la zona "partigiana", si può anche considerare un po' un "libro unico"), vi troviamo 'in nuce' o in prima elaborazione episodi e particolari che già conoscevamo dai "Racconti della guerra civile", pubblicati quasi a ridosso della stesura degli "Appunti" (poi la raccolta si intitolerà "I ventitre giorni della città di Alba"), e anche dal "Partigiano Johnny".
Nella nuova ma precoce opera di Fenoglio ci sono naturalmente i grandi temi delle opere partigiane che già avevamo letto: ad esempio i contrasti fra patrioti "azzurri" e rossi", le entrate in città da milites gloriosi dei partigiani meno severi, i tremendi rastrellamenti dei nazifascisti, i pestaggi, le fucilazioni di nemici e traditori, i miraggi femminili ma anche le donne più vicine e disponibili, la nebbia onniavvolgente e irreale (che negli "Appunti" sottolinea alla fine la solitudine del protagonista, dopo l'ennesima vittoria fascista); e, com'è naturale, la Langa, "la nostra grande madre Langa": tema profondo e in certo senso lirico, ma che si configura, forse più che altrove, sempre in movimento, colto da differenti angolature, con istantanei arresti (eccone uno: "Sono al bivio di S. Donato, da dove si vede Cascina della Langa, così alta e sola che dietro non ha che cielo"; notare l'incisiva sinteticità). Scoperta del noto e ritorno alle origini, ma investite di un che di epico e solenne, anzi di scabro, che travolge la liricità autobiografica e i risvolti psicologici immediati nella potenza, sempre vicina ma sempre sfuggente, dell'archetipo mitico. Non siamo molto lontani da Pavese. Anche certe tecniche del narrare caratteristiche di Fenoglio appaiono già negli "Appunti partigiani", e perfettamente a segno. L'episodio, alla fine, della cattura dei due amici Piccàrd e Cervellino e della staffetta Claudia, e del loro successivo destino mi sembra tanto più efficace e bruciante per il fatto che non è narrato in modo disteso e diretto ma solo per cenni e allusioni (Fenoglio lo fa spesso con episodi di questo tipo). Qui lo scrittore, in altre pagine così "personale", attinge una sua sorta di impressionante "impersonalità", affidata alla reticenza.
Ci sono poi i piccoli episodi, le micro-situazioni che dagli "Appunti" rimbalzeranno nelle opere successive. Mondo ne scrutina una serie significativa; ed è naturale che, com'egli sostiene, i "rifacimenti" maturi siano "migliori" delle stesure giovanili: però non è detto, e varrà anche in questo caso l'aureo principio della critica delle varianti secondo cui non sempre ciò che è migliore lo è perché è posteriore, e comunque una serie di "stati" testuali non va paragonata secondo criteri estetici ricevuti, dando sempre ragione all'ultimo stato, ma va analizzata nelle diverse ragioni d'essere delle varianti entro i rispettivi contesti. Questa breve situazione si presenta così negli "Appunti": "in cresta spuntano elmetti come funghi e poi i tedeschi s'affacciano a persona intera. Noi e loro stiamo a fissarci, come conoscenze da un marciapiede all'altro, a vedere chi saluta per primo"; e così in un racconto successivo: "Dalla cresta della collina a sinistra spuntavano elmetti come funghi. Poi i tedeschi si erano affacciati a persona intera, ma tenevano ancora le armi basse. Sia noi che loro siamo stati un attimo a fissarci come conoscenti vaghi che da un marciapiede all'altro aguzzano gli occhi e non si decidono a salutare". Mondo parla di un "acquisto" nel secondo passo, e certo la sua maggiore analiticità ha le proprie ragioni d'essere, ma resta il fatto che il passo degli "Appunti", con la sua spezzata rapidità e la sua sommarietà non per difetto ma per riduzione ha tutte le carte in regola, nel suo contesto e comunque.
Su tutto, domina in questa già maturissima prova giovanile una imparzialità impassibile che assorbe nell'epicità del bozzato anche l'autobiografia, e quasi sembra eliminare l'opposizione elementare felicità/infelicità, euforico/disforico in un dover essere che naturalmente poco ha a che fare con la morale, anche alta, comune, molto con l'equazione eroismo avventuroso = accettazione. È in grazia di questo atteggiamento che Fenoglio si presenta fin da subito come il maggior narratore, insieme il più appassionato e il più proprio, della guerra partigiana, in un certo senso l'unico all'altezza di quei fatti. Mondo fa un accostamento di passata al neorealismo: che si vorrebbe respingere, ma in realtà prima occorrerebbe intendersi su cos'è neorealismo, e allora magari si potrebbe essere d'accordo (il "neorealismo" di Rossellini e quello della Vigan• non sono chiaramente, la stessa cosa).
Diamo un'occhiata ora alla scrittura. Il lessico e i fenomeni minuti della sintassi sono della solita pasta fenogliana (mancando però, com'è significativo in quel momento, l'inglese); tre componenti, in breve: dialettalismi, forme popolari e informali, coniazioni dello scrittore. Ma mentre le testimonianze delle prime due categorie sono fitte ("hanno fatto niente", 'cereia', 'allea', 'fare' con vari significati di verbo vicario, c'è seguito da plurale, anacoluti, "Ma il parroco rieccolo sulla soglia", 'rittano', me soggetto, ecc.), le creazioni personali sono eloquenti ma scarse, e anche questo è significativo: rafficare, binoccolare, rimbandarsi, griderellare, ghighettare (corretto su un precedente più anonimo sogghignare), zonzare e non molto altro. Anche il tono delle metafore e simili è già ben fenogliano: "luce gelosa", "una ranocchia di donna", mordere metaforico...: lumi intensi ma, ancora una volta, più rari di quanto ci aspetteremmo.
Il fatto è che questo Fenoglio aurorale gioca, e vince, la sua partita in altra zona, che è quella delle strutture della sintassi. Accenniamo appena alle iterazioni, che accompagnano o introducono appropriamente quanto vi è nel racconto, fenoglianamente, di ripetitivo, circolare, fatale nei temi. E guardiamo a qualcos'altro. Fenoglio non ha scritto dunque il racconto in presa diretta, ma a rispettabile distanza dai fatti; eppure il racconto stesso, fino a un punto avanzato, è sempre al presente storico, poi si passa ai tempi del passato ma per ricadere continuamente nel presente. La distanza temporale è dunque annullata in favore di una totale presenza del narratore nel narrato (o forse potremmo dire, dato il suo carattere, presenza-assenza): quasi che fuori di quell'epoca e di quegli episodi, non rievocati ma vissuti dal di dentro e in contemporanea, non ci fosse vita ne verità. E vanno assieme a questo fenomeno tra altre cose, il continuo passaggio dal discorso indiretto al diretto, nuovo indice dell'astanza.
Un'altra impronta nettissima del giovane autore nella sintassi - e quindi nel suo modo di narrare la violenta concisione del discorso, specie nella prima metà degli "Appunti". Sono frasi brevi e brevissime giustapposte, o accavallate, segnate da una rapidità, ellitticità, sprezzatura (insomma, felice sommarietà) non meno che eccezionali. Mai più Fenoglio ha narrato, veramente, così. È come se le parti dell'insieme fossero percepite sempre al modo di schegge o spezzoni; così il giovane Fenoglio esprime in modo adeguatissimo l'oltranza di quell'iniziazione ed esperienza, il suo averle sentite come una sorta di esplosione continua. Questo franto è quasi "buttato via" nel periodare chiama a sé e rende più necessarie le sprezzature lessicali accennate più sopra. La distribuzione e il montaggio di temi e toni non sono meno notevoli. Al tragico e al fatale si mescolano, con giusto dosaggio, un'ironia ora sottile ora gagliarda, il gusto picaresco e l'eroicomico. Basti accennare a questa contrapposizione: fra l'episodio freddo e livido dell'uccisione del maestro-spia di Rocchetta e il delizioso duetto domenicale di Beppe e Annamaria sulla piazza di S. Benedetto Belbo, pausa e idillio che accenna alle propensioni teatrali di Fenoglio, e io direi addirittura a tonalità di melodramma "leggero" fra Bellini e Donizetti. Non so se i problemi filologici posti dagli "Appunti" possano considerarsi sistemati; affermo che - se non mi fa velo la passione fenogliana - quest'opera, giuntaci disgraziatamente frammentaria, non incomincia soltanto a tessere i fili che poi lo scrittore ordirà con arte superiore, è già in sé una riuscita eccellente, degnissima di abitare stabilmente nella nostra biblioteca fenogliana, e nella nostra memoria.
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