Argo il cieco - Gesualdo Bufalino - copertina

Argo il cieco

Gesualdo Bufalino

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Editore: Bompiani
Anno edizione: 2000
Formato: Tascabile
In commercio dal: 9 novembre 2000
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788845246333
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    Cristina

    11/03/2019 22:19:29

    Ingredienti: le passioni di un insegnante trentenne a Modica nell’estate del 1951, i ricordi di un pensionato romano della sua gioventù siciliana, un rapporto intenso e leggero tra ricerca dell’amore e della felicità, un alter-ego di uno scrittore in bilico tra fantasia e realtà, nostalgia e consapevolezza. Consigliato: a chi vuole un romanzo agrodolce e odiamabile scritto da un vecchiogiovane, a chi si nutre di ricordi, di parole, di pensieri.

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    Luca

    20/09/2018 13:33:41

    Che dire? Ancora una volta uno scrigno incantato, dal quale estrarre una messe di tesori: suoni, musicalità, metafore ed immagini inusitate. Ancora una volta: perché più lo si rilegge nel tempo, più stupisce ed affascina, più ci consente di scoprire e scoprirci. Ma Bufalino non è solo il suo linguaggio, per quanto ci ipnotizzi con il suo caleidoscopio rutilante ( e per quanto ci consoli dello scialbo squallore di certa "letteratura" contemporanea). E' anche l'amore per la sua terra, gli interrogativi senza risposta, la malinconia dell'esistere cui fa da contrappeso la felicità dell'attimo.

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    angelo

    19/09/2018 14:01:41

    Ingredienti: le passioni di un insegnante trentenne a Modica nell’estate del 1951, i ricordi di un pensionato romano della sua gioventù siciliana, un rapporto intenso e leggero tra ricerca dell’amore e della felicità, un alter-ego di uno scrittore in bilico tra fantasia e realtà, nostalgia e consapevolezza. Consigliato: a chi vuole un romanzo agrodolce e odiamabile scritto da un vecchiogiovane, a chi si nutre di ricordi, di parole, di pensieri.

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    Cristiano Cant

    19/04/2018 04:57:39

    Bisognerebbe intingere i migliori uncinetti in una boccetta d'inchiostro per provare a rendere degno un commento non a questo libro, ma a tutta l'opera di Bufalino. Siamo nei piani alti della lingua, quelli nei quali anche il nemico entra con passo umile e rispettoso e dove anche il dolore applaude e sa fermarsi. Siamo in una delle prose più alte che la letteratura abbia conosciuto, il canto profondo di una vocazione che si offre intera, la coscienza e il mistero d'essere poeta rese prove, grazia, sinfonia. Ha ragione Onofri nella Prefazione: "Bufalino scrittore di parole perché sembra avere troppa pietà per le cose". Dunque celebrare l'istante, lo strappo di gioie accidentali, dentro un salone triste dove il tempo passa fra balli d'addio e incantevoli giri di gonna, profumi intensi e speranze infrante, a incidere una firma d'anima lungo la corteccia del vissuto. E allora la parola scivola fra anfratti illusori, si perde e si ritrova a un bivio smarrito, scontenta e fiera, salvata e derisa, perché gli uomini dentro innaffiano dizionari distorti, umori imprendibili, rami sfioriti e calpestati, sempre: "Perché la risposta esiste, ombra del verbo sopravvissuta fra le sillabe di Babele. Oppure solo momentanea incarnazione di Proteo. Sai tu quante facce sono quelle di Proteo? Incalcolabili, e ognuna rinnega l'altra, è Proteo e non è. Allora io mi chiedo: il vero, indiviso Proteo dov'è?". La trama conta appena, è come un contorno che si regge su un bastone, perché la vera ricchezza del testo è in un poema sciolto che procede a passo di diario, rifiuto e necessità, saldezza e inciampo: "Ma scrivere mi piacesse almeno! Invece trascino la penna come una gamba zoppa, aro la carta per amaro farmaco e penitenza". Amori che abitano questo sole sulle pagine, le ali acerbe del passato che non possono che commuovere coi loro naufragi, e tuttavia la pienezza di stagioni, di un anno preciso, dove la vita si dette intera al cuore di chi narra. Cesello stupendo, nient'altro.

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    andrea vannini

    22/01/2018 11:25:54

    Tanta ammirazione per un talento così smisurato. E non è solo questione di stile; il merito vero è usare la scrittura per trasmettere con estrema chiarezza quello di cui si ha solo sensazione, quello che per molti è solo sentire, per moltissimi, ahiloro, nemmeno quello. Ho scoperto Bufalino da poco: piuttosto tardi, purtroppo, e, mi piace dirlo qui e spero lo legga, GRAZIE alle recensioni più che appassionate di ADRIANA T. Avevo letto qualcosa anni fa ma ero troppo giovane e poco attento per apprezzare.. Mi ritengo un fortunato adesso per aver potuto partecipare così intensamente, merito anche di tante letture con le quali, non finirò mai di ringraziarmi (per dirla alla Gesualdo), ho speso un bel po' del mio tempo... Il voto ? Per me lassù in ALTO con Saramago, parlando di Scrittori con la S maiuscola. Inevitabili e mai troppe tutte e cinque le stelle!!

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    Luca Aquadro

    02/01/2018 20:34:56

    Scrivere un romanzo può salvare la vita? Secondo Goethe sì. Lui che, reduce da una delusione d'amore, scrisse "I dolori del giovane Werther", lasciando al protagonista la sgradevole incombenza del suicidio. Con il corollario di qualche decina di giovani lettori suicidi che diedero vita (o morte) al fenomeno del wertherismo e al Romanticismo. Ma questa è un'altra storia. Con "Argo il cieco ovvero i sogni della memoria" non siamo nella Germania di fine Settecento, ma nella Roma di fine Novecento e il narratore (come l'autore) è un professore siciliano sessantenne, malato e insonne che cerca sollievo nella scrittura. Il quale, facendo tesoro della lezione leopardiana secondo la quale il ricordare è di per sé cosa piacevole e pacificante, decide di scrivere una sorta di romanzetto autobiografico in cui rievoca un'estate della propria giovinezza nella quale conobbe l'amore o, meglio, l'amore dell'amore, per tre diverse e bellissime giovani conosciute a Modica poco prima di lasciare la città. Dunque tutto porterebbe alla definizione di "romanzo autobiografico". Ma, come sempre in Bufalino, le certezze non esistono e tutto si fa gioco letterario. E il ricorso al più tradizionale dei generi non è che una maschera, un'occasione per dare sfogo a pagine di prosa d'arte mirabili nelle quali la forma prevarica e trasfigura il contenuto e il massimo dell'artificio e dell'intellettualismo sfocia, paradossalmente, nel massimo del realismo. "Così passò luglio. Ogni giorno una favilla di fuoco (...) Uscendo di casa barcollavo come un ubriaco; bruciavo, attizzato dal sole, e mi pensavo immortale." (p. 100) "Mi sembra certe volte d'invecchiare incatenato alla mia memoria, come invecchiano nelle caverne i draghi custodi accanto al tesoro. Senza che mai sopraggiunga da fuori un solo paladino a sfidarli." (p. 148) "Tu, poca, misteriosa vita, che posso dire di te? (...) Vita, più il tuo fuoco langue più l'amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d'oro, non te ne andare." (p. 154)

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    paolo

    11/07/2016 14:27:08

    Romanzo in cui la cornice e' migliore del quadro.

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    AdrianaT.

    20/12/2015 09:21:36

    E dopo il (mio) buco nell'acqua con la 'Diceria dell'untore', questa volta - davvero - ho poche parole; ho in mente quegli scrittori e quei libri che nel loro goffo tentativo, anche solo di avvicinarsi ad una prosa poetica così perfetta, si eclissano miseramente al suo cospetto. La sua erudizione è affascinante, mai pedante. Me lo immagino, attraverso tutta la sua carriera d'insegnante a mettere da parte le varie citazioni/collegamenti/associazioni affastellando così un'invidiabile catasta di saperi che all'uopo utilizza per rinfocolare le sue narrazioni. Sono abbellimenti che nulla tolgono se non li si comprende appieno, semmai donano maggior musicalità, perché la storia, intanto, macina da sé, ma che molto aggiungono a quei pochi (credo) che hanno la fortuna, ma soprattutto la cultura, per afferrarli e gustarli al volo. Descrizioni, suggestioni e immagini universali, dalla sorprendente brevità e concisione, inversamente proporzionali alla loro efficacia. I 'dietro le quinte' creano una straordinaria intimità con lo scrittore e un senso di benessere nella lettura dilaga. Ho detto troppo e male; ora è decisamente meglio lasciar parlare lui: - 'L'inverno è al suo culmine, ora, malinconicissimo di geli, alluvioni, gatti dagli occhi nocciola...'; - 'Don Alvise si tolse le mutande lunghe di lana e fu primavera'; - "Nuvole siete voi tutti, gl'innamorati. Nuvole che mettono disordine in cielo..."; - "... per una settimana l'avrei amata d'amore eterno, per quindici giorni almeno l'avrei amata per tutta la vita!"; - "La voce, quando parlò, suonò di un colore violetto."; - "Insomma, per la seconda volta in due giorni, senza preavviso ma dolcemente, mi conquisto il difficile orgasmo delle lacrime." BELLISSIMO! Roba da sindrome di Stendhal!

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    Renzo Montagnoli

    20/10/2013 16:21:49

    Così, chi non ha più speranze di futuro e come un cieco non lo vede, cercando anche di oscurare un presente del tutto insoddisfacente, il ricorso al ricordo è un espediente per rifugiarsi in una realtà passata, magari in parte arricchita con la fantasia. La ricerca dell'amore in un trentenne che in quel 1951 si considerava vecchio e che ora a sessant'anni si sforza di pensarsi giovane è l'occasione per una lunga carrellata su tutta una serie di personaggi, compreso un Gesualdo così diverso (ma fino a un certo punto) dall'attuale. Quel giovane insegnante, in quell'estate a Modica di trent'anni prima, più che cercare l'amore, vuole l'amore, come un fatto proprio e unilaterale, il che poi gli comporterà inevitabili insuccessi. Le varie Maria Venera, Cecilia, Isolina ritornano alla sua memoria come sogni di gioventù, desideri di un ardore frenato dall'inconscio limite di non impegnarsi troppo, e così i suoi innamoramenti non vengono corrisposti, diventano una sorta di temporanee infatuazioni, che non cerca di concretizzare e, anche quando, lo fa, è già più che certo dell'inevitabile rifiuto. Si tratta di un personaggio che arranca fra le donne con l'inconsapevole presupposto che l'amore, quello vero, e non quindi il convegno carnale, è un attimo fuggente, una chimera da inseguire per avere poi, più avanti negli anni, un ricordo che, sbiadito, magari anche in parte inventato, consenta di fare un bilancio non del tutto in perdita. Bufalino si dimostra un maestro in questo difficile compito, intervenendo con sottile ironia, proprio quando può sembrare che la narrazione gli stia sfuggendo di mano, miscelando abilmente un'atmosfera e un'ambientazione che sono palpabili, intercalando qualche sciabolata sui costumi con riflessioni che non sono mai fuori tema. Inoltre, quello che stupisce e affascina è lo stile, quasi arabescato, uno sviluppo di parole dotate di armonia che costituiscono una preziosa cornice a una vicenda di per sé quanto mai avvincente.

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    ninonux

    06/09/2013 15:42:15

    di fronte ad ogni opera di questo mio straordinario conterraneo rimango letteralmente ammaliato! quanto appare bella e poetica la mia Sicilia in questo romanzo! e che stile...semplicemente unico!

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  • Gesualdo Bufalino Cover

    Scrittore italiano. Si è rivelato tardivamente come narratore con il breve romanzo "Diceria dell'untore" (1981, Premio Campiello). In seguito ha pubblicato dei libri di poesia:("L'amaro miele", 1982), di memorie ("Museo d'ombre", 1982), "Il fiore breve ovvero le malizie della memoria", 1984), di aforismi ("Il malpensante", 1987), di scritti giornalistici ("Cere perse", 1985; "La luce e il lutto", 1988); un "Dizionario dei personaggi di romanzo da Don Chisciotte all'Innominato" (1982) e romanzi che hanno compiutamente rivelato il carattere lirico-autobiografico della sua scrittura: "Argo il cielo ovvero i sogni della memoria" (1984), "Le menzogne della notte" (1988, Premio Strega), "Calende greche" (1992), "Tommaso e il fotografo cieco" (1996). Da: "Enciclopedia della Letteratura", Garzanti,... Approfondisci
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