La questione meridionale è uno dei nodi irrisolti della storia italiana, e la saggistica che la affronta restituisce la complessità di un problema che intreccia geografia, economia, politica e cultura. Dall’unificazione in poi, il Mezzogiorno è stato rappresentato ora come arretratezza da colmare, ora come alterità da assimilare, generando una narrazione fatta di squilibri strutturali e stereotipi persistenti. I saggi storici analizzano le origini del divario tra Nord e Sud, il ruolo delle politiche statali, l’emergere del brigantaggio, la crisi agraria, l’emigrazione di massa e la marginalizzazione industriale. Altri studi propongono letture critiche delle narrazioni dominanti, interrogandosi su cosa sia stato considerato “ritardo” e su come siano state costruite le categorie del sottosviluppo.
Nel corso del Novecento, la questione meridionale è divenuta terreno di confronto ideologico, soprattutto a partire dalla riflessione gramsciana sul “blocco storico” e sulla funzione delle classi subalterne. Accanto a Gramsci, pensatori come Franco Cassano, Danilo Dolci o Guido Dorso hanno cercato di restituire al Sud voce e complessità, rifiutando la visione riduttiva del Mezzogiorno come eccezione da normalizzare. I temi si moltiplicano: disoccupazione, clientelismo, criminalità organizzata, ma anche cultura popolare, cittadinanza attiva, reti di solidarietà e sviluppo dal basso. La letteratura più recente guarda al Sud come laboratorio sociale, in cui si sperimentano pratiche di resistenza civile e nuovi modelli di coesione territoriale.
La questione meridionale, quindi, non è solo un problema storico, ma una lente attraverso cui leggere le trasformazioni dell’Italia contemporanea. Il Sud diventa spazio critico da cui osservare il fallimento di alcune narrazioni dello sviluppo, la crisi del progetto nazionale, la fragilità del welfare e l’asimmetria del potere.