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Enrique Vila-Matas

Traduttore: E. Liverani
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2012
Pagine: 302 p. , Brossura
  • EAN: 9788807018947
  "Sono partito per trovare la casa che avevo lasciato tempo fa e non potevo ricordare con precisione dove si trovava, ma si trovava sulla strada. E quando strada facendo trovai ciò che trovai era tutto come me l'ero immaginato. In realtà non avevo nessuna ambizione, non credo di aver avuto nessun tipo di ambizione. Sono nato molto lontano da dove in teoria dovrei stare e quindi vado verso casa mia". Questa frase di Bob Dylan all'inizio del documentario di Scorsese No direction home può funzionare anche come traccia e cadenza del tortuoso percorso letterario di Enrique Vila-Matas, perché in essa si dipana il filo che dalle prime opere – uno dei volumi pubblicati a fine anni ottanta si intitolava proprio Una casa para siempre (Anagrama, 1988) – conduce sino a quest'ultima tappa lungo un cammino che porta alla casa della letteratura, dove, nel buio dell'inchiostro e accanto al focolare della parola, si narrano aneddoti compagni di viaggio dall'estro visionario come Borges, Walser, Kafka, Perec, Pessoa, Joyce, ecc. In Un'aria da Dylan, Vila-Matas varca la sottile linea d'ombra che lui stesso aveva tracciato con Dublinesque (Feltrinelli, 2010) ed Esploratori dell'abisso (Feltrinelli, 2011) e dà un ulteriore giro di vite, ridisegnando la propria poetica – sempre in bilico tra grandi slanci lirici, modulati con un tono dimesso, e l'umorismo caustico di chi squadra il mondo con un sorriso beckettiano – all'insegna di una maggiore leggerezza che arriva a lambire la risata beffarda e sonora di Laurence Sterne. L'allusione al creatore del gentiluomo Tristram Shandy, tra l'altro, non è casuale, perché proprio dai classici della letteratura inglese è tratto il palinsesto che regge la trama vilamatiana: l'Amleto di Shakespeare impone infatti le regole del gioco, ma queste vengono continuamente sovvertite dalla stravaganza dei personaggi o dalle loro azioni bizzarre, ed ecco dunque che il principe di Danimarca è soltanto un trentenne perdigiorno, Vilnius Lancastre, sosia barcellonese del giovane Bob Dylan, tormentato dalla memoria del padre – Juan Lancastre, uno scrittore piuttosto noto e perfetto rappresentante dell'intellettuale postmoderno – morto di infarto sul terrazzo della sua abitazione e che ora, dalla nebbie dell'aldilà, continua a inoculare suoi ricordi nella mente del figlio, esasperandolo con la sua istrionica personalità. I ruoli restanti vengono ripartiti tra Laura Vedrai, madre bellissima e spietata di Vilnius, Claudio Aristide Maxwell, amante di Laura e cinefilo impigliato nella rete dei fasti hollywoodiani degli anni d'oro, e Debora Zimmerman, Ofelia dallo sguardo azzurrissimo, dai nervi instabili e dall'evidente cognome dylaniano. Gli attori in scena sono osservati da un narratore che, dopo una lunga carriera letteraria, aspira a convertirsi in un umile Bartleby cocciutamente chiuso nel suo mutismo, restio alla scrittura e persino alla comunicazione con la propria moglie, mentre a dettare i loro movimenti sconclusionati non sarà il tragico destino shakespeariano, bensì una frase del film Tre camerati di Frank Borzage, un aforisma dall'opaco splendore fitzgeraldiano che recita: "Quando fa buio, abbiamo sempre bisogno di qualcuno". Armato della sua faccia da Dylan e della convinzione che il frammento di dialogo tratto dal lungometraggio di Barzage sia sufficiente a guidarlo tra il marcio che si annida nella sua personale Elsinore, Vilnius Lancastre cerca l'autenticità, in una fuga dalle maschere e dal cerebralismo postmoderno, proiettandosi verso un orizzonte di inoperosità alla Oblomov che esime dalla responsabilità di dover contribuire ad alimentare l'orrore del mondo. In questa recherche di un futuro ormai perduto, il protagonista si imbatte in Debora e i due, considerandosi giovani artisti malati e battendo i sentieri cospirativi già imboccati dagli Shandy di Storia abbreviata della letteratura portatile (Sellerio, 1989; Feltrinelli, 2010), danno vita alla società "Aria di Dylan", votata, in una chiara carambola duchampiana, all'esaltazione dell'infralieve, cioè a quella leggerezza che ogni esploratore deve possedere nel momento in cui si getta a capofitto e con noncuranza nell'imbuto dell'abisso, provando lo stesso brivido che Bob Dylan doveva aver sentito corrergli lungo la schiena quando, nel 1965, al Festival Folk di Newport si presentò sul palco accompagnato da una band elettrica, sconcertando il suo pubblico di fedelissimi. Ma una scrollata di spalle doveva essere bastata al menestrello di Duluth per eseguire il primo accordo e cancellare il leggero sorriso di sfida che probabilmente gli aveva attraversato il volto, perché dietro l'acuta inespressività dei suoi occhi si annidava la consapevolezza di essere nel giusto: "L'arte è anche fuggire da ciò che credono tu sia o da ciò che si aspettano da te." Simone Cattaneo