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Editore: Garzanti Libri
Collana: Saggi blu
Anno edizione: 1991
Pagine: 280 p.
  • EAN: 9788811598169

recensione di Onofri, M., L'Indice 1992, n. 3

Per non molti altri nel Novecento italiano, come per Attilio Bertolucci, può valere così bene la convinzione di Goethe che, al fine di comprendere un poeta e la sua poesia, sia necessario visitarne la terra, ma con il corollario che quella terra solo nell'opera del poeta trovi intima e sicura verità. Evidente, ciò, per l'autore di tanti versi, da "Sirio" (1929) a "La camera da letto" (1984-88), come i lettori più avvertiti hanno subito capito, da Vittorio Sereni a Giorgio Caproni fino a Pietro Citati e Cesare Garboli. Ma egualmente evidente per il prosatore di questa raccolta, ove il paesaggio sembra fungere da specchio deflettore, per restituire in una luce inusitata il profilo di uno scrittore, un pittore o un musicista. Ecco, allora, un loquace Ungaretti sullo schermo trascolorante di un grattacielo dell'Eur, che richiama "i colori di Poussin riverberati dalle geometrie di Mondrian"; o un gentile e spaesato Gadda a Roma, la cui malinconia si porta dietro quasi un'eco delle nebbie padane; o, ancora, un Soldati come dipinto da Matisse, che passeggia per un Tellaro che ha l'atmosfera di uno dei suoi più arcani racconti. Per non dire di quella Versilia che si accende e intenerisce di diverse tinte e si popola di nuove creature, a seconda che l'attraversino Bocklin e Hildebrand, D'Annunzio, Huxley e Mann, o lo stesso giovanissimo Bertolucci: e si potrebbe continuare a lungo in questo elenco.
"Aritmie" trova giustificazione del suo titolo in quella citatissima "Poetica dell'extrasistole" che apre la raccolta, apparsa in due puntate su "Paragone" nel 1951 e nel 1966. Qui, affabilmente divagando, Bertolucci racconta come e quando si scoprì la lieva tachicardia che lo ha sempre accompagnato, indicando in essa la radice di tutta la sua poesia: quella sottile nevrosi su cui poi hanno scritto pagine illuminanti Pasolini, Raboni e Lavagetto. Nel ritornare agli anni dell'apprendistato, quelli del Convitto nazionale Maria Luigia di Parma, più che salvare dal tempo il caro volto di qualche trapassato, Bertolucci sembra voler tracciare un taccuino di letture: Tasso, Whitman ,D'Annunzio, i contemporanei, come ad isolare per i lettori, tra il tradizionale e narrativo verso della "Gerusalemme" ("non ancora restaurato e lustrato dal classicismo ermetico") e la musica "aperta e ventosa" di quello libero, gli spartiti della sua poesia.
L'intera prima sezione del libro è cadenzata dalle improvvise pause ed accelerazioni di questa euforica e dolce cardiopatia. Le intermittenze del cuore coincidono sempre con quelle della memoria. Una gita nel Dorset, a Dorchester, si rinquaderna nelle tante pagine lette di Thomas Hardy. Una pasquale Illiers-Combray si dissolve, cinematograficamente, in una Venezia del 1925, per la fantasmagorica mediazione di Marcel Proust. Un'opera di Verdi si volge nella storia di una lunga iniziazione alla musica ed al teatro, in una suggestiva biografia del Maestro, in una riflessione sul suo rapporto con Parma e l'Italia tutta, in una digressione (una diversione, un divertimento) sulla sua fortuna. E qui cade una precisazione necessaria: sempre in Bertolucci (massimamente ne "La camera da letto") la rievocazione di una vicenda minima e privatissima apre un varco alla Storia, con il paradossale risultato che proprio nelle pagine di questo "divino egoista" eventi grandi e terribili trovino una testimonianza tra le più autentiche.
A questa parte del libro seguono altre due:"Persone" e "In cerca di immagini".La prima è completamente dedicata a figure amate nell'opera o personalmente conosciute, dal gesuita Hopkins a Flannery O'Connor, da Pietrino Bianchi a Zavattini, da Longhi a Sereni e Pasolini. Che Bertolucci, per un attimo abbandonando Proust, abbia ceduto al fascino di Sainte-Beuve? II lettore lo abbia chiaro: la fraterna rimemorazione di qualche fatto biografico dei suoi autori, il ricordo generoso e avvolgente di qualche amico, ha sempre il valore di una fulminante, imprevista, scorciatoia critica. Nell'ultima sezione a dominare è l'immagine: non importa se rubata al fumetto (il signor Bonaventura, Fortunello), alla pittura (De Pisis, Maccari), al cinema (Greta Garbo e Marlene Dietrich, un film di Fellini). Un'attenzione che non poteva mancare in chi, allievo di Longhi come poeta si e riconosciuto tra gli "ultimi figli dell'età / impressionista", per di più cresciuto nella terra illuminata dai due diversi soli del Correggio e del Parmigianino.
Gli scritti coprono un arco cronologico che tocca probabilmente l'oggi, senza che, però, venga riportata in calce la prima data di pubblicazione di essi; lacuna che il filologo senz'altro biasimerà, ma che forse è da accogliere come discreta indicazione critica, quasi a segnalare il tempo senza tempo di questa prosa, le cui caratteristiche, notava Siciliano, paiono rappresentare il tratto saliente di tale libro. Una prosa vibratile ed esatta, filamentosa e nitida, sfibrata e balsamica, che solleva e allevia mentre più slarga le piaghe, precisa e ambigua, direbbe lo stesso Bertolucci, come deve essere la letteratura: e talvolta in singolare convergenza con la poesia, quasi un lungo fresco rassicurante verso-mantello. Una prosa, insomma, che sa restituire con la medesima sicurezza un trasalimento o un turbine di memorie la goccia di pioggia sull'invetriata o il pastello di un intonaco.
Ma s'ingannerebbe di molto chi volesse scorgere nella disposizione aperta e amichevole di questa scrittura soltanto il segno di una delicata sensibilità, il suggello di un temperamento. C'e un nocciolo di virilità, di lancinante consapevolezza, dentro il guscio di tale affabilità. Il timbro domestico nasce in effetti da una precisa scelta morale, ben tradotta in questa apologia del nucleo familiare: "C'è una frase di André Gide: 'Io vi odio, famiglie', che ha scandalizzato i primi cinquant'anni di questo secolo. Mi piace immaginare che Flaubert oggi l'includerebbe in un aggiornamento del suo dizionario delle 'idee ricevute'". La frase scandalosa, infatti, era, secondo Bertolucci quella detta da Joyce a Beckett: "Io non ho amato altro al mondo che la mia famiglia". Come leggiamo nell'articolo "In nome della sacra camera da letto", la famiglia è il "supremo bene-rifugio" in un mondo ormai disertato dagli dei. Nel difeso riparo domestico la scrittura ridà significato ai gesti e peso alle parole: in ciò il narratore di "Aritmie" e l'annalista de "La camera da letto", nel segno di un umanesimo feriale e antieroico, officiano il rito di una stessa religione, per la quale la letteratura resta l'unico baluardo della civiltà. Il registro domestico che unifica i tanti articoli di diversa destinazione rappresenta, insomma, l'unica scandalosa risposta a un disagio che è ontologico.
Si apra pure il libro a caso: si tratti di un'opera di Arcangeli o di Zuccoli, di un omaggio a Zelda Fitzgerald o di un ricordo di Percy Lubbock, ogni volta le disperse reliquie della memoria ritrovano il confortevole ordine di questa prosa. È il tempo dissipato che diventa vero e certo. E così, in un cuore aritmico, Bertolucci ascolta la sua, la nostra vita.