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L' armatura - Franco Cordero - copertina
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L' armatura - Franco Cordero - copertina
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Descrizione


"L'armatura" racconta in quattro atti le peripezie del giovane Fert da venerdì 5 dicembre 1749, nella Marca d'Oriente: è maestro d'arti; va ospite del Castello, sede d'una famosa biblioteca; vi passa l'inverno in compagnia d'ectoplasmi cortesi finché, morto Sua Grazia, l'Elettore li disperde. L'autunno seguente scende a Golconda nel cui ventre opulento consuma due stagioni: s'addottora; scopre meraviglie equivoche e quanto siano bui i corridoi del successo. Sei mesi dopo subisce una partita obliqua in Taurasia, presso le porte d'Ade. È affare pericoloso la traversata del mondo specie se uno ha solo ventitré anni. Il suo luogo naturale era Leukum, fortezza sotto le montagne, tra due acque: lo chiama l'Ornitologo, venuto dal Castello a comandare l'artiglieria perché incombe l'assedio; l'aspettano ore studiose, viaggi nell'anima, avventure en plein air, missioni guerrigliere, una battaglia con gl'lmperiali, sequele straordinarie fino a sabato mattina 30 settembre 1752 sui bastioni orientali nello scenario d'un vecchio sogno dimenticato. Sei equinozi scandiscono nature vive e morte, psiche, vortici d'eventi, pensieri, sentimenti, visioni.
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Dettagli

2007
25 gennaio 2007
661 p., Rilegato
9788811685791

Valutazioni e recensioni

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Angelo Proserpio
Recensioni: 3/5

Libro straordinario, sconsigliabile per i fanatici della lettura veloce. Lo stile è sorvegliatissimo, ogni parola è frutto di una ricerca laboriosa e ostentata. E’ il festival impopolare del verbo al congiuntivo. La trama è un pretesto, mentre sono presenti in una sintesi vertiginosa tutti i temi che hanno segnato il percorso del pensiero occidentale, a cominciare dalla categoria della causalità. Fulminanti le definizioni e le descrizioni introspettive. Ossessivo il riepilogo continuo sulle sorti ultraterrene in antitesi a Mater Ecclesia, e la scansione cronologica delle opere e dei giorni. Fert è un giovane talento che improvvisa improbabili ragionamenti senili, proiettato verso un (felice?) destino ineluttabile. Vuole essere artefice della sua fortuna, valuta ragionevolmente le possibilità del futuro, prende atto delle sconfitte mantenendo lo stesso distacco come nei confronti dei fenomeni metereologici,. Gli uni e le altre mai comunque inisgnificanti. Fert-Cordero è esponente dell’intelligenza critica, quella che “antepone Aristotele ai santi”. Complessivamente però l’opera non arricchisce come le precedenti. In parte è la rielaborazione di “Fiabe d’entropia”. Un libro di un grande maestro che questa volta ha scritto qualche pagina di troppo.

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Massimo Gatta
Recensioni: 5/5

Chi abbia voglia d'incontrare, sulla propria strada, il talento purissimo e una lingua rarefatta di superba struttura, piena di sorprese ed echi lontani, bene costui non ha che da entrare in una delle, ahimé, ultime librerie che ancora resistono al vandalismo dell'ovvio e del precotto, avvicinarsi al banco e acquistare subito queste 661 pagine di pura bellezza. Ma sappia, costui, che il tragitto è molto arduo, bisogna lavorare, camminare duro, quasi sempre in salita, e la lettura non è qualcosa che ci piove addosso distrattamente. La nostra ricompensa è però la magnifica visione d'insieme che s'apre all'improvviso, una volta giunti in vetta. Franco Cordero è giurista di somma dottrina e il suo protagonista, il giovane Fert, sembra sussurrarci all'orecchio che forse non tutto è perduto quando si possiede la forza e la capacità di scrivere in questo modo, qualcosa che ci ripaga all'istante del macello nel quale, giorno dopo giorno, inabissano in ogni modo la nostra lingua, che è la nostra cultura. Bene, troveremo, nel corso del viaggio iniziatico, anche la Biblioteca, quintessenza della ragione, in cui scoprire una pace necessaria. Che dire ancora: impossibile raccontarne la trama, parola dolorosamente inutile e distante; e allora cos'è questo romanzo? già, ma è un romanzo o cosa? e quando ci saremo adeguatamente scelti un luogo di pace e silenzio dove principiarne la lettura, solo allora saremo davvero vicini al cuore della storia. Da anni non restavo così impietrito di gioia di fronte al Linguaggio, e uscirne è stata esperienza frustrante. Buona esperienza a tutti.

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Recensioni

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Voce della critica

Summatico. Qualificare così, attraverso un prelievo dal Contini dantista, l'opera ultima di Franco Cordero sconta l'ovvietà della tautologia – è implicito, o assai probabile, che le quasi settecento pagine scritte da un signore nato nel 1928, autore di decine di libri, reggano il superlativante – ovvero rasenta la fallacia prospettica, il vizio di dedurre eccellenza e ampiezza di sguardo dal punto di approdo. Eppure dirlo una summa, questo romanzo-saggio, si impone con una necessità che legittima il riuso di un'etichetta critica abusata. Qui si dispiega, a mezzo tra l'ostensione del teatrante che svela l'incastellatura dei praticabili e l'estro inventariale dell'archivista che ridispone le carte di una vita, il gesto identificativo di Cordero: la manutenzione della propria prosa di pensiero. Esercizio autosummatico e idiosincratico, le cui repliche non cercano apparentamenti, nemmeno tra i ranghi degli incollocabili. Cordero pluriverso sta a sé e in sé consiste. Curricolare per i giusperiti, di rigore nella storiografia su Savonarola, le forche e le colonne infami, giace perlopiù ignorato da canoni letterari di solito indulgenti con romanzerie da bolla speculativa, e non ha miglior sorte tra gli specialisti della riflessione, che dovrebbero coniare apposta per lui la categoria ircocervina degli analitico-continentali a coazione teologica.
È dunque in uno stato anfibio che Cordero scollina nel nuovo millennio. La sua seconda stagione pubblica non sembra scuoterne l'effettiva marginalità di scrittore-filosofo, anche se un lettorato ormai largo tiene il computo degli oltraggi al diritto grazie ai suoi interventi sulle colonne della "Repubblica", e compra i libri che li raccolgono (Le strane regole del signor B. e Nere lune d'Italia. Segnali da un anno difficile, Garzanti, 2003 e 2004). La sferza iperculta del proceduralista aggiorna all'eversione istituzionale della destra di governo i toni che risuonarono nei tardi anni sessanta, al momento del suo primo rimbalzo contro un esercizio autocratico di potere. Allora ne andava del suo incarico di filosofia del diritto all'Università Cattolica di Milano, e la controparte era una chiesa già conciliare ma occhiuta imprenditrice dell'insegnamento, e subito in allarme per il cortocircuito di fonti eterodosse con cui Gli osservanti. Fenomenologia delle norme (Giuffrè, 1967) allestivano la scena teoretica della pervasività del normativo. I custodi del magistero lo indovinarono libro seminale, e rispetto alla seminagione concettuale videro giusto. Vi si annunciava invece soltanto per lampi, nel prevalente ductus accademico, la dirompenza che la vicenda scrittoria di poco successiva si incaricò di mettere a regime, a partire da Genus (De Donato, 1969), incunabolo di una narrativa che continuerà ad armeggiare attorno alla più grande delle agenzie valoriali, a dibatterne le dottrine, a raffigurarne le liturgie sotto specie di fascinazione negromantica, a rubricarne i potentati terreni. Tra il 1969 e il 1979 due memorabili pamphlet, un saggio, un commentario paolino e altri sei romanzi lavorano a un ordigno stilistico, di cui sia la saggistica del 1981-88 sia – dopo una mora lunga diciotto anni – la più recente (Fiabe d'entropia. L'uomo, Dio, il diavolo, Garzanti, 2005) forniscono copiosissime evidenze, mentre il piccolo formato dell'articolo di giornale ne opera una sorta di riduzione araldica, una riconoscibile inquartatura.
Cospira all'invarianza del blasone, della cifra-Cordero, la tendenziale uniformità di registro della parola scritta, presidiata da una tensione cogitante che spigola dallo scibile come spazierebbe tra gli sterminati commi di un macrocodice, e allega le risultanze per arrivare indefettibilmente a sentenza. In un andamento così acuminato, l'oltranza erudita e gli effetti schernevoli non costituiscono gli estremi di un'escursione furbesca tra spinta elativa e abbassamento – secondo la retorica faciliore in cui inciampiamo un po' dovunque – bensì formano sostanza unica, sono un paradossale modo logofilo di puntare dritto alle cose. Il paradosso di una simile mediatezza frontale tocca il culmine nell'Armatura, dove trionfa un'obliquità pura, compositiva, che non cede né all'edonismo linguistico né alle esigenze affabulatorie del romanzesco. In questo Cordero gioca raffinato, ma scopre le carte. "Non mi pare ci sia una dissonanza tra il piano saggistico e quello narrativo. La lingua è la stessa", conferma ad Antonio Gnoli (intervista sulla "Repubblica", 3 febbraio 2007), ed è insieme contingente dichiarazione di poetica e sottinteso invito a considerare la sua produzione intera senza distinguo di genere.
Dal pregresso riaggalla, integro, di tutto. Sono assunti ontologici, nei modi di un fattualismo devoto al vecchio Wittgenstein più che sensibile ad Armstrong e a Westerhoff (il "persone e cose sono fatti" impone di sapervi rovistare rinunciando alla metafisica, giudicata "scorciatoia per gente pigra" in Risposta a Monsignore, De Donato, 1970); parole-chiave ("escrescenza" e "decomposizione", di impronta analitica e materialistica sin dall'eponimo Trattato di decomposizione, De Donato, 1970, deciso a fare le idee "sacrilegamente a pezzi per vedere che cosa contengono", e lontanissino dai toni neri del Cioran di Précis de décomposition); figure di perenni antagonisti (l'odiosamato sant'Agostino), di lari portatili (Occam il disboscatore, buono a ripulire in filosofia e utile nello scrivere) o di eretici innominati (il riconoscibile Menochio Scandella a cui Fiabe d'entropia dedica un paragrafo); incubose presenze ancestrali (l'orca Marghera, androgino babau junghiano che è di casa ovunque in Cordero: L'opera, Bompiani, 1975, la colloca addirittura in apertura); geografie dell'oltremondo (il percussivo refrain dei predestinati alla beatitudine "talmente abietti da godersi la scena" dei dannati, che muove dal disgusto per la polarità cielo-inferno, è controbilanciato dall'aspirazione alla "malinconica" equità del limbo, "dove fioriscono piaceri intellettuali e nessuno cova passioni laide"); ossessioni pittoriche (il Trittico del fieno di Bosch, candidabile per le sue quarantennali menzioni a icona privata di Cordero); strategie del dialogato (la prima persona assorbe la propria interlocuzione e riserva il virgolettato alle battute altrui: un'asimmetria sperimentata in Pavana, Einaudi, 1973); metri sintattici divenuti formule segnaletiche (le terziglie di nomi e aggettivi in asindeto, il cui "schema additivo" secco, ottenuto con "l'omissione latinizzante dell'articolo", avrebbe entusiasmato lo Spitzer amante dell'enumerazione caotica); ricorsi al latino in funzione sempre più bilinguistica, non ibrido-macaronica (un ideale di lingua scultorea coltivato dal 1969: Il sistema negato. Lutero contro Erasmo, De Donato, parteggia per il latino "teso e sanguigno" del primo, insofferente dello stile di maniera del secondo).
Che di queste, e di molte altre, predilezioni corderiane L'armatura formicoli non basterebbe a farne un'epitome riuscita, quando non fossero in atto una rifusione e uno sprofondamento esaltati dalla dimensione solipsistica dell'elucubrazione ininterrotta. Privato di essi, il "lungo frammento di vita esattamente ricalcato" (Cordero, nella medesima intervista; e con ciò il dubbio coniugio autore/opera è occhieggiato e posto tra le irrilevanze) si riassumerebbe in ancor meno del pur succinto risvolto, verosimilmente autografo: tra il 5 dicembre 1749 e il 30 settembre 1752 colui "che dice io", il giovane filosofo che risponde al nome "ponderale" di Fert, bravo con la ratio e al biliardo, oltre che svelto di mira, segnato da un dolore segreto e oniromane, studia al Castello, soggiorna a Golconda e Tauro, cumulando plausi accademici finiti in ostracismo, pubblica libri e giunge a Leukum, che aiuta a scampare all'assedio degli Imperiali, e con la salvezza della città può ritrovare Eva, a cui aspira. Circostanze che rivisitano il tema del killeraggio universitario del meritevole, al centro di Genus, e le atmosfere ferme di Passi d'arme (Einaudi, 1979). Per il resto, nessuna intumescenza del cuore, rare le notazioni d'epoca, scarsissime le allusioni all'oggi, ristrette ad alcuni medaglioni di scoperta aderenza berlusconiana.
Le centinaia di pagine sono invase da sogni e fantasticherie rammemorative (dominanti in Viene il re, Bompiani, 1974), disamine che scovano i loro argomenti su edizioni da bibliofilia, miti orfici, argonautici e graalici richiamati a controcanto di un'azione esigua, e mai osservata nel suo accadere. Si intuisce lo sgomento, più merceologico che manzoniano, di librai poi risoltisi a impilare L'armatura sul bancone dei "romanzi storici" – la si trova lì – accanto a romanità fine-corsa e medioevi pastorizzati. Affratellato per disperazione dei venditori a quello fintostorico della Trivialliteratur, lo spazio-tempo di Cordero si rivale in anticipo con l'anamorfosi: se dentro il delirio calendariale di Fert, che almanacca su anniversari e contabilizza i giorni, l'asse temporale si deforma per eccesso di datazione, la geografia obbedisce alla legge inversa dello svaporamento allegorico, a cominciare dalla toponomastica d'invenzione (a caso, all'indietro: Caput e Limen in Opus, Einaudi, 1972). La forza di attrazione del non-luogo limbico sul temperamento saturnino di Fert-Cordero sembra aver ragione di promiscuità occasionali, e di perduranti esclusioni. A ben vedere, il luogo neutro concilia l'operosità e gli esiti alti, s'intende con Saturno favorevole. Pardon, Saturno favente.
  Claudia Moro

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Franco Cordero

1928, Cuneo

Franco Cordero è stato un giurista, saggista e scrittore italiano. Editorialista pungente de «la Repubblica» (Le strane regole del signor B., 2003, premio Bagutta), è artefice di una raffinata e complessa scrittura che caratterizza sia i romanzi (da Genus, 1969, premio Viareggio, a L’armatura, 2007) sia i saggi (da L’epistola ai Romani, 1972, a Fiabe d’entropia, 2005).

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