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Una fiaba con quattro protagonisti magici, sollevati da ogni materialità come in ogni fiaba che si rispetti, questa che Handke scrisse nell'87, incastonandola tra due massime della sapienza taoista, quasi a voler indicare una direzione di lettura: la sospensione del giudizio, l' indistinguibilità di ogni accadimento pratico. Rolando Zorzi, nella sua sapiente traduzione dal tedesco, attentissima all'inventività lessicale e fedele alla costruzione sintattica dello scrittore austriaco, commenta ammirato la novità di questo testo, il suo taglio cinematografico, "lo sguardo impersonale e personale insieme, che riprende prima le cose e poi i personaggi in campi lunghi, medi, lunghissimi...". La narrazione, come quasi sempre in Handke, procede con severa lentezza, descrivendo minuziosamente ogni aspetto degli interni e degli esterni, con gusto assolutamente pittorico, quasi stregato dall'immobilità dei personaggi e delle loro esistenze. Protagonisti presenti ma contemporaneamente del tutto assenti, privi di sentimenti (amore e odio non esistono, entusiasmo e delusione non vengono nemmeno sfiorati nel loro rapportarsi con il mondo): un vecchio, un soldato, un giocatore incallito, una donna. Tutti senza nome, senza passato o futuro, senza parole che esprimano volontà di dialogo: persi in un loro muto vagare privo di meta, in cerca di una sosta dall'agitarsi della vita frenetica che non comprendono e da cui volontariamente si escludono. Tutto sembra indistinto e intercambiabile: gesti, parole, paesaggi, vicende. Una cosa vale l'altra, nell'indefinitezza del nulla: "Credo in quei luoghi, senza fama né risonanza, contraddistinti forse dal semplice fatto che là non c'è niente, mentre intorno c'è qualcosa dappertutto. Credo nella forza di quei luoghi, perché là non succede più niente e non ancora niente...Esserci, esistere, per me è successo sempre e soltanto per poco tempo, mai per tanto". Ma persistere a lungo nel nulla può diventare faticoso, anche per il lettore più fedele.
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