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Paolo Di Stefano

Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 1998
Formato: Tascabile
Pagine: 132 p.
  • EAN: 9788807815058

scheda di Papuzzi, A., L'Indice 1994, n. 9
(scheda pubblicata per l'edizione del 1994)

Un marito siciliano e una moglie svizzera, nella prima metà degli anni sessanta. Un figlio, Claudio, morto di leucemia a cinque anni. Lo sfatto e disperato silenzio in cui la morte del bambino precipita la coppia. Il ricordo di un viaggio, compiuto dal padre, dal nord al sud, con la piccola bara. L'uomo sopravvive a se stesso. La donna scompare fra i barboni. Ritornerà soltanto quando il marito, bruciata ogni riserva di energia, è prossimo a morire, vittima di un colpo: legge le lettere che lui, emigrato, scriveva ai genitori, messe religiosamente da parte dopo la loro morte. Proprio mentre lo sta perdendo, comincia a scoprire chi fosse suo marito. Ecco i fatti su cui è costruito il romanzo d'esordio di Paolo Di Stefano, giornalista culturale del "Corriere della Sera". La malattia e la morte del bambino vi hanno una parte preponderante, con pagine dense di uno straziante realismo. Perciò si è scritto che questo è un romanzo sul dolore e sulla morte: "Baci nell'onda calda delle lacrime", diceva il titolo del "Corriere della Sera". In realtà questo non è un romanzo sulla morte, se non nel senso che la morte vi compare, con la sua ombra incombente e avvolgente: ogni atto, ogni cosa, ne vengono contaminati, come da una polvere che si depositi irreparabilmente su tutto ciò che ci circonda. Ma "Baci da non ripetere" mette in scena la crudeltà della vita. Non perché ci ricorda che la vita include la morte. Né perché ciò appaia un arbitrio del destino. La vita è semplicemente crudele in sé, eterna diaspora tra coscienza ed esistenza, e questo pessimismo è la sorgente della narrazione, che quanto più si allontana dalla morte di Claudio tanto più lascia affiorare una desolazione patetica che è il cuore della sofferenza: in fondo la morte, com'è pudicamente e teneramente descritta in queste pagine, ci emoziona e ci commuove, ma sotto il suo occhio freddo quella che avrebbe dovuto essere la vita si rivela un corrosivo compromesso, una sfibrante finzione. Potrebbe sembrare che sia la fine del figlio a separare i due protagonisti. Ma da che cosa erano realmente uniti? L'uomo è prigioniero di una nostalgia meridionale ancorata al dovere di riscattare la terra d'origine e la famiglia da una violenza traumatica che lo segna con la forza di una colpa ancestrale. La donna è svuotata da una ribellione ai genitori che è il muto rifiuto di un'altra violenza, religiosa questa, nutrita di pregiudizi culturali, intrisa di ossessioni razziste. La distanza che separa il marito e la moglie non viene esibita drammaticamente ma viene alla luce gradualmente: mi verrebbe da dire quasi dolcemente, piccoli passi ciechi verso l'orlo del precipizio. Non sono nemici, i due personaggi: vorrebbero amarsi con la forza dei disperati, ciascuno fingendo che l'altro sia ciò che non può essere. S'intuisce che il bambino, finché vive, è la fragile passerella che li mette in comunicazione. Ma il loro non sarà un dolore catartico: riusciranno a comunicare e comprendersi soltanto quando non potranno più parlarsi.

Recensioni dei clienti

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    Renzo Montagnoli

    02/12/2013 18.23.04

    Mi preme fin da ora precisare che Baci da non ripetere è molto bello, ma non è di facile lettura, perché è necessario lasciarsi andare, pagina dopo pagina, quasi partecipi dei fatti, in un'altalena costituita dall'esposizione dei due io narranti, con frequenti spostamenti di tempo, spesso a ritroso. Alla fine se ne esce appagati, ma anche con un vago senso di disorientamento, una vertigine che l'abilità di Di Stefano è riuscita a indurre, perché corrisponde proprio a quello che hanno provato i due protagonisti. Un immigrato italiano in Svizzera si sposa con una del posto, di classe sociale diversa (lui figlio di povera gente siciliana, lei invece figlia di genitori agiati) e dalla loro unione nasce un bambino che dopo pochi anni, colpito da leucemia, muore. È lì che inizia il dramma, perché quella povera creatura era il collante del loro matrimonio che progressivamente si sfalda. Ognuno, chiuso nel suo dolore, si isola, ridando fuoco a una latente incomunicabilità che segnerà per sempre la loro vita. Il marito, quasi a voler riaffermare le proprie origini, arriva al punto di traslare la salma del bimbo dal cimitero in terra svizzera a quello del paese natale in Sicilia, portando con l'auto la bara, in un viaggio che presenta un sensazionale miscuglio di allucinazione, di tenerezza e di travolgente dolore. La famiglia non esiste più, i due vivono sotto lo stesso tetto, ma non si parlano, così lei un giorno sparisce, per poi ritornare dopo tanti anni al capezzale del marito, prossimo alla fine minato da un male incurabile. Si riconcilieranno? No, non lo faranno, ognuno completando quel percorso di vita iniziato in ambienti familiari di opposta estrazione, ma caratterizzati per lui da un padre-padrone e per lei da una madre autoritaria, una bigotta di stampo calvinista. Ma qualche cosa cambierà - e per ovvie ragioni non anticipo nulla - pur in un quadro generale che non può mutare, perché le solitudini dell'infanzia si trascinano nell'esistenza.

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    Giorgio

    04/04/2003 11.08.22

    Insieme a "Luisa e il silenzio" di Piersanti e "Tu, mio" di De Luca, uno dei romanzi più maturi, ricchi, forti, di questi ultimi dieci anni. Un capolavoro di essenzialità, dove il dolore straziante è espresso sia nel soggettivo provarlo, sia nell'oggettivarsi dei sentimenti attraverso le azioni (addirittura le metafore). La morte di un bambino, orrenda, raccontata da un padre: i lacci, le incomprensioni, i pentimenti. E flussi continui di terrore e di amore su e giù per l'Italia, tra le persone. Telefonate mute, grida di soccorso e ammissioni di debolezza. Da leggersi ASSOLUTAMENTE!

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