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Ian McEwan

Traduttore: S. Basso
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2014
Pagine: 202 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806223830

  L'ultimo romanzo di McEwan, La ballata di Adam Henry ribadisce l'interesse dell'autore per un particolare genere letterario, il romanzo scientifico. Non si tratta del filone classico che ha dato vita alla fantascienza, dei mondi lontani o più vicini, ma della narrazione che radica nella scienza la sua trama principale. Non si tratta di un racconto delle scienze ma di porre le scienze nel racconto. McEwan si era già cimentato con Solar (Einaudi, 2010), incardinato sulla fisica e le energie rinnovabili ma potremmo, quale mera esemplificazione, ricordare Richard Powers e le neuroscienze in Il fabbricante di eco (Mondadori, 2008), la genetica in Il tempo di una canzone (Mondadori, 2010), e da ultimo la microbiologia in Orfeo (Mondadori, 2014). Gli spunti per la riflessione possono variare toccando vari profili, ad esempio la profondità e precisione dell'incursione tematica in quei mondi o la saldatura con la costruzione di fantasia. Sempre e comunque fa il suo ingresso, potente e prepotente, uno "specialismo" con le variabili tecnico-linguistiche che questo comporta. La comunicazione autore-lettore non si realizza tramite i veicoli ordinari, ma con l'inserimento di una variabile tecnica estranea, quella di un mondo e di un linguaggio appartenenti alla comunicazione specialistica. La variazione impegna l'autore nella ricerca, il lettore nel dominare quel mondo. Le convergenze, per ricordare un prezioso contributo di Remo Ceserani (Convergenze, Bruno Mondadori, 2010), possono toccare i temi più disparati, dalla matematica alla fisica, dalla chimica alla biologia, dall'antropologia alla storia, dalla geografia all'economia, dalla medicina alle neuroscienze. Infine, ma l'elenco potrebbe continuare, si presenta la giustizia nelle sue sfaccettature, quella degli operatori, avvocati giudici commissari marescialli, del funzionamento della macchina, della risposta avanti la collettività, delle ragioni del punire, dell'assunzione della responsabilità. Ci si avventura nello stimolante quadro del diritto nella letteratura, disciplina avviatasi nei paesi angloamericani ed ora presente anche nel nostro paese. La letteratura si approvvigiona nel campo della giustizia, ne trae spunto, si appropria dei suoi dilemmi, li incornicia nelle storie. Talora, ed è questo il caso di McEwan, la storia è un caso, che diviene struttura narrativa. E il caso ha bisogno di credibilità, e la credibilità si acquisisce con la precisione chirurgica con cui si ricostruisce lo scenario e lo si dota del suo appropriato linguaggio. L'autore, ora il nostro McEwan, non perde l'appuntamento e delinea, con analitico impegno, "l'apparato" giudiziario. Si accennava all'inizio della variabile nella comunicazione autore-lettore allorché fanno il loro ingresso mondi anticonvenzionali, cioè specialistici. E l'osservazione non si limita al linguaggio, e cioè alla comprensione dei termini, ma si estende all'organizzazione di quell'apparato. Nel caso della giustizia il richiamo è alle strutture, agli organi, ai protagonisti, alle "forme di vita" in cui si esplica. Il tema è reale ed è variamente affrontato. Si propone con maggiore importanza quando proviene da altra lingua, da altre esperienze, da altri paesi. In altri termini da società e legislazioni diverse da quelle che recepiscono il romanzo. La traduzione è un congegno delicato da maneggiare, e Susanna Basso ne conosce ogni più nascosto ingranaggio. Nel romanzo scientifico, come lei stessa ha avuto modo di notare, esiste un surplus: trasferire l'apparato specialistico originario e le sue sfumature nella cultura ricevente, operare una sorta di innesto che garantisca la provenienza e nel contempo sia assimilabile da chi accoglie. Per rimanere nel mondo del diritto, ed in particolare nel mondo giuridico anglosassone, le zone di contatto sono numerose. La struttura si compone di giudici che istruiscono le cause, le decidono, offrono il verdetto al riesame in gradi successivi, si presentano alla collettività con l'autorità del ruolo, riflettono sui limiti del diritto rispetto alla morale, ridiscutono vicende penali chiuse con la condanna ma riapribili di fronte a nuove prove. Il lettore attento ma estraneo non coglie forse la rapidità delle decisioni, l'appello che si celebra dopo pochi giorni quando si trattano minori, e, dato non secondario, la trattazione dei casi minorili da parte di un magistrato ordinario e non minorile come avviene invece nel nostro ordinamento. Se ne può discutere e propendere per l'ordinamento inglese o quello italiano, ma la struttura è radicalmente diversa. Essa è imperniata, per gli anglosassoni, sulla discendenza dall'alto e dalla corona, esiste un cancelliere che domina ed è figura ben diversa da quella che compare nelle nostre aule, i giudici, come la protagonista di McEwan, è itinerante per la contea a differenza della stanzialità dei nostri magistrati, per citare alcuni elementi soltanto. L'elenco potrebbe continuare ma, pur nella sua approssimazione vuol denotare la riflessione che comporta trasferire mondi diversi, linguisticamente e tecnicamente, in altri contesti culturali. I primi devono non essere traditi, i secondi devono comprendere. Mantenere le terminologie originarie, la loro identità, significa impedire la seconda via. Appoggiare la trasposizione sui modelli di ricevimento significa snaturare la prima. Il punto di equilibrio, come in ogni confronto tra culture, non è solo un'aspirazione ma un dovere, affinché anche nel versante letterario il romanzo scientifico possa trovare sempre maggiore diffusione.   Alberto Mittone  

«Il compito di Fiona non era salvarlo, ma stabilire cosa fosse giusto o legale»
Fiona Maye è giudice cinquantanovenne dell’Alta Corte al Tribunale sezione famiglia, nella Londra dei giorni nostri. Donna definita «di divino distacco e diabolica perspicacia», appartiene alla legge come certe donne del passato si erano votate spose di Cristo. Sposata da trentacinque anni con Jack, la loro vita coniugale non è stata allietata dall’arrivo di figli. Tutto scorre ragionevolmente e sobriamente, nella vita ordinata di Fiona: le laceranti dispute a cui tenta di porre rimedio, le occasionali esibizioni come pianista, i viaggi in luoghi esclusivi con il marito, la bella casa nel bel quartiere.
Finché un giorno, quello stesso marito con cui ha condiviso tutto, la lascia per Melanie, ventottenne ed esperta di statistica. Mentre Jack parla, in casa il silenzio è assordante: si sente il ticchettio del ghiaccio nel bicchiere del liquore, la pioggia insistente alle finestre, e infine i passi rimbombanti del marito, mentre percorre il corridoio e chiude la porta, un’ultima volta. Jack l’avrebbe lasciata e il mondo sarebbe andato avanti lo stesso: d’altra parte Fiona, come tutta Londra, aveva un lavoro da cominciare. Il lavoro ha un nome: Adam Henry, giovanotto di diciassette anni e nove mesi. Troppo piccolo per decidere legalmente della propria vita, abbastanza grande da voler morire. Poeta e violinista in erba, Adam è anche affetto da una forma aggressiva di leucemia, e rifiuta ostinatamente la trasfusione che potrebbe salvarlo. Adam è Testimone di Geova e «vuole vivere secondo i suoi principî, lui». Fiona è chiamata a decidere del destino del giovane, in deroga al suo sistema morale.
La decisione è urgentissima: la Corte ha un pomeriggio soltanto per emettere la sentenza. Inaspettatamente, il giudice va in ospedale: si trova davanti un ragazzo violaceo e affilato, pallido e fragile. Eppure rifulgente. Adam Henry ha un’innocenza appassionata, trabocca di espansività puerile, di passione e delicatezza. L’incontro è un prodigioso altalenare tra alto e basso, tra aulicità e concretezza carnale. Finché Adam prende il violino, e, nonostante la malattia, suona. «Sentire Adam suonare la commosse, e la turbò nel profondo. Chi prende in mano un violino, o qualunque altro strumento musicale, compie un gesto di speranza che comporta il desiderio di un futuro». Alla domanda sul rifiuto delle cure, Adam inizia un sermone appassionato, sostenuto da una giovanile idea romantica della sofferenza «Sarebbe terribile, terribile. Ma se le cose stanno così, dovrò accettarlo». A chi spetta il giudizio? Sono davvero i tre mesi che lo separano dalla maggiore età a togliergli la sacra facoltà di decidere per se stesso? Forse Adam è diretto a passo solenne verso qualcosa di terribile, ma è giustal’intrusione così intima di un tribunale laico? Forse che le religioni, i sistemi morali, svettano gli uni sugli altri per rilevanza e correttezza? Isolati dal mondo, come in un eterno crepuscolo, Adam e Fiona, antitetici per ogni cosa, sono alla ricerca di verità elementari indispensabili.
McEwan, come d’abitudine, non sbaglia una parola. Si conferma maestro di prosa asciutta, essenziale: scevra di sentimentalismi e ricca di evocazioni, quasi tattili. Accenna, e lo fa perfettamente, con magistrale franchezza e incisività. Nella sua storia, ogni aggettivo, ogni nome, persino ogni verbo è al posto giusto, e non potrebbe essere altrimenti. Una scrittura limpida, pertinente, di elegante solennità e dolorosamente umana, che descrive in modo perfetto, quasi tagliente, i dilemmi morali di ognuno di noi. Questo è un romanzo calato nella realtà, eppure tocca vette immense, assurgendo l’incontro tra Fiona e Adam come l’incontro universale. Il bisogno d’amore e di attenzione disinteressata di Adam, così adolescenziale, smette di essere sinonimo di una condizione esclusiva, e diviene nostro. Il tentennamento di Fiona, il suo rifugiarsi dietro al gelido ruolo istituzionale, smette di essere appannaggio di un giudice dell’Alta Corte, e diviene un interrogativo pressante sul concetto di responsabilità. Mentre due esistenze fra tante si intrecciano indissolubilmente, McEwan parla con noi, con ognuna delle nostre coscienze, e ci pone davanti l’immensa tragedia, evitabile eppure così consequenziale, di scelte minuscole: siamo responsabili della persona che salviamo? Che così ingenuamente e appassionatamente si aggrappa a noi? Un romanzo – o un manifesto – indispensabile, il capolavoro di McEwan: una storia specifica e quindi universale, esemplificata e quindi esemplificabile, che si conficca dentro, profondamente. Che ci lascia indignati, angosciati, nostalgici e furiosi. E non se ne va più.
Ecco, se si cerca un motivo per continuare – o cominciare – a credere nella buona letteratura, e nei buoni scrittori, lo si trova ne La ballata di Adam Henry, e in Ian McEwan.

Recensioni dei clienti

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    Gianni F.

    11/12/2016 13.57.22

    Un romanzo che poteva essere un grande romanzo, senza l'impressione di averlo voluto "finire al più presto". Un tema delicato ed illimitato come un "suicidio guidato", da un maestro come McEwan, avrebbe potuto essere sviluppato con maggior respiro. Peccato, anche se il romanzo è di ottima fattura, nello stile limpido ed argomentato con precisione come sempre, da questo grande autore.

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    carmela

    01/06/2016 11.14.30

    Asciutto e sintetico come la protagonista, il libro mi ha affascinato per quegli spiragli di umanità che si intravedono prepotenti.

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    camilletta85

    22/01/2016 18.07.12

    Una ballata bellissima e struggente..Mc Ewan appartiene ancora a quel genere di scrittori capaci di raccontare storie intense, dense di significato, mai banali e convenzionali, arricchendo la parte romanzesca con una dose sapiente di casistica giudiziaria e riferimenti tratti dalla realtà, in modo da rendere la storia piu concreta e riconoscibile e, allo stesso tempo, alleggerendo e facendo prendere fiato alla trama principale. Il rapporto tra i due protagonisti, il giudice stakanovista Fiona Maye e Adam Henry, giovanissimo paziente affetto da leucemia ma deciso a rifiutare le trasfusioni di sangue che lo terrebbero in vita per obbedire ai precetti della propria religione, e' profondo e molto complesso sul piano psicologico ed umano: Il ragazzo rappresenta per lei una creatura vitale e creativa da preservare o, forse, la giovinezza perduta o il figlio mancato..per lui quella donna e' il "nume tutelare laico", il punto di riferimento di fronte allo smarrimento e lo sconcerto di fronte al mondo adulto che lo circonda...lo scrittore ci racconta la fragilità e sete di risposte degli adolescenti, il desiderio di dare un "senso" alla propria vita e alle sue deviazioni di percorso..ci racconta di come gli adulti, chiamati ad assumere decisioni eticamente impegnative per se e per gli altri, possano talvolta essere impreparati ad affrontare ed esaudire quelle richieste di aiuto. Mi piace pensare che Mc Ewan abbia guardato con un certo rimprovero alla sua protagonista non tanto per il fatto di essersi fatta coinvolgere emotivamente nel caso di Adam, ma per il fatto di non essersi assunta poi tutte le responsabilità conseguenti alla sua decisione. La donna viene apostrofata e definita da Adam come un "Giuda" traditore se non proprio un diavolo tentatore, ma forse sarebbe piu appropriato accostare la povera Fiona a Ponzio Pilato, che ad un certo punto se ne lavò le mani. Una lettura da consigliare a tutti, a prescindere dal proprio orientamento religioso

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    Il libraio di Treviso

    24/09/2015 12.52.44

    Il peso della scelta: il giudice Fiona è al bivio tra la vita e la morte di ragazzo, il matrimonio e la solitudine, le responsabilità dell'essere adulti e la seduzione della giovinezza.

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    gianna

    21/06/2015 18.50.09

    Stupendo. Magico. Coinvolgente. Gran bel libro scritto divinamente. Fossero tutti così! Complimenti al grande scrittore McEwan.

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    turidduzzu

    17/06/2015 14.30.01

    Bellissimissimissimo. Mcewan possiede la magia di incollarti al libro con la sua scrittura fluida ed originale anche quando parla del nulla.Dopo ho letto a ritroso Chesil Beach, Solar e Sabato, uno più bello dell'altro.

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    Roberta

    21/05/2015 13.53.00

    Un vero peccato non aver mai letto niente di Mc Ewan! Romanzo splendido! Non certo da prendersi alla leggera, è una lettura impegnata ma non eccessiva. Fitta pioggia di sentimenti, di stati d'animo. Commovente racconto che ci ricorda quanto superficiali siano a volte il nostro modo di pensare e di agire. Romanzo di una sensibilità estrema!

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    Alberto

    22/04/2015 10.49.05

    Ian McEwan difficilmente tradisce il lettore. I temi, i personaggi, le storie, l'ambientazione, la prosa, tutto è sempre di alto livello. In questo romanzo si addentra nel campo dell'etica. Fiona sa districarsi dai lacci e lacciuoli del codice e della religione. Da leggere.

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    AdrianaT.

    16/04/2015 11.19.03

    Molti spunti interessanti oltre alla crisi coniugale di una coppia di sessantenni: dalla moglie ebrea emancipata in lotta (culturale) per la prole, al dilemma della separazione di gemelli siamesi; dalle trasfusioni di sangue ad un Testimone di Geova, ad un padre che rapisce la figlia e se la riporta in Marocco; insomma belle gatte da pelare per Sua Eccellenza il giudice Fiona Maye dell'Alta Corte di giustizia di Sua Maestà Britannica. La sua vita si intreccia indissolubilmente con il suo lavoro; nella sua testa, come nella narrazione, tutto si mischia e tutto interferisce su tutto: marito, bambine ebree, amante del marito, gemelli siamesi, il terrore della perdita di lui, dogmi religiosi, rigide regole di tradizione e lo spettro della solitudine, oscillando da un ambito all'altro senza soluzione di continuità, come il suo inquieto andirivieni dalla chaise longue alla finestra. Forse un paio di 'casi' di troppo, ma tutto sommato è un buon libro.

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    marcello

    24/03/2015 16.29.36

    Bellissimo, commovente nel suo intimismo, con sentimenti profondamente e primordialmente umani quanto la poesia di Yeats e la musica da essa ispirata. Da leggere assolutamente.

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    norma

    18/03/2015 15.37.07

    Bellissimo affresco di un adolescente affetto da una malattia incurabile e del rapporto con chi viene chiamato dalla giustizia a prendere delle decisioni relativamente alla sua vita. La freschezza, la forza, la bellezza dei sentimenti di un adolescente che esprime la propria innocenza e un giudice donna che si rende conto che la vita di un ragazzo non è un'isola. Il racconto che emerge è di altissima e profonda visione della vita. Grandissimo McEwan!!!!!

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    cecilia

    10/03/2015 12.45.02

    Ben scritto, sempre, avvincente, interessante...l'ho divorato! McEwan raramente mi delude!

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    Giuseppe Barreca

    27/02/2015 17.55.22

    In genere diffido degli autori affermati che pubblicano un nuovo romanzo; c'è il rischio che attragga più l'autore del libro scritto. In realtà in quest'opera McEwan, secondo me, è stato all'altezza della sua fama. Ha affrontato un genere letterario ibrido, a metà strada tra il saggio etico-giuridico e il romanzo. Ne è scaturita una storia commovente, che interroga tutti noi; l'autore mostra il lato umano di un mestiere come quello di giudice, smentendo l'idea che chi abbia tale ruolo sia sempre capace di astrarre dalle emozioni. Nel libro si affrontano tematiche etiche, nodi giuridici, si parla del sistema giudiziario inglese (bello il riferimento al diritto consuetudinario) senza tecnicismi, riportando tutto alla vera vita, perché il "nocciolo" della trama consiste in una vicenda forte e commovente, in cui la protagonista recupera se stessa, il proprio matrimonio, perdendo qualcosa che era più importante per lei.

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    Loris

    24/02/2015 09.22.35

    Mi verrebbe naturale premettere che non si tratta del miglior romanzo di McEwan, salvo riconoscere subito che il livello è eccellente, superiore a quello degli ultimi due lavori. L'approccio 'scientifico' al tema del diritto di famiglia si dispiega nell'esposizione di casi e procedure che occupa tutta la prima parte, facendo collidere razionalità laica e convinzioni religiose. Lo scontro coinvolge più confessioni, dall'ortodossia ebraica alla Chiesa anglicana ai Testimoni di Geova. Fiona e Adam, i due personaggi che sono al centro della narrazione, vanno però oltre la disputa legale ed etica. Il giudice è l'emblema di un approccio maturo all'esistenza, votato al controllo e alla stabilità. La corazza fatta di buon senso e rivestita di una raffinata sensibilità musicale ha delle incrinature. La mancata maternità e l'affettività senza passione sono segni di disagio che vengono amplificati dalla sottile paura che siano il caso e il nulla a tessere la trama del mondo. Adam, anche per dato anagrafico, riversa intensità e calore in tutto quello che fa, è vorace di vita e affetto. È il figlio mai avuto, l'attrazione dimenticata di un amore adolescenziale. Il dramma nasce dalla mancata comunicazione, da un dialogo iniziato e poi non proseguito, confidando nel potere del tempo e della rimozione. McEwan modella l'ultima parte sulla falsariga de 'I morti' di Joyce, unisce l'eleganza della scrittura all'intensità dello sguardo interiore fino a colpire al cuore il lettore.

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    Michael Moretta

    18/02/2015 00.26.59

    Una giudice dell'Alta Corte di Londra, specializzata in diritto di famiglia, alla soglia dei sessant'anni si trova a dover affrontare una profonda crisi coniugale perché suo marito è insoddisfatto della loro vota sessuale. Nel frattempo alla giudice capita un caso molto delicato riguardante un ragazzo non ancora diciottenne, Testimone di Geova, che rifiuta di sottoporsi alle trasfusioni di sangue che potrebbero guarirlo dalla leucemia. Le due storie scorrono parallele finché Adam Henry, superata la malattia grazie alla decisione della giudice ed abbandonata la comunità dei testimoni di Geova, si innamora della giudice e comincia a seguirla. La donna, abituata a prendere decisioni riguardanti la vita altrui ma poco abituata a trovarsi di fronte ai problemi della propria, allontana il ragazzo e prosegue nel lento percorso di recupero della propria relazione coniugale. Fino alla svolta finale.  Dopo "Solar" e "Miele", che sinceramente non mi avevano entusiasmato, ritrovo in questo libro il McEwan che amo, quello di "Espiazione", "Cortesie per gli ospiti" e "Chesil Beach". Il suo solito stile, forse un po' contorto e complicato, ma sempre affascinante, ci trascina in una storia intensa, di sentimenti e di religione, che si rifà a due casi legali avvenuti in Gran Bretagna qualche anno fa. Personaggi forti ma allo stesso tempo intrisi di una debolezza sfuggente, che si muovono sullo sfondo di due comunità, quella dei giuristi londinesi e quelli dei Testimoni di Geova. Stile impeccabile dell'autore nel narrare le vicissitudini di Fiona ed Adam. Proprio un bel libro.

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    carlo

    16/02/2015 09.11.19

    Ancora un volume di ottimo livello. Ottima la scrittura e le psicologie vengono delineate egregiamente. Non do un voto più alto solo perché trovo alcuni sui libri migliori di questo. Ma questo è da leggere

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    Raffaele

    12/02/2015 19.52.43

    Io credo che McEwan non sia mai cambiato così tanto, non è stato vittima, come molti altri, della tentazione di adagiarsi sulla raggiunta notorietà che garantisce, se non altro, vendite e diritti, lo stile narrativo, la profondità dei temi trattati, la personalità dei personaggi e, soprattutto, le atmosfere che riesce a creare, credo siano sempre le stesse (e meno male); forse i suoi primi libri hanno lasciato il segno in quanto non era ancora nota la sua particolare capacità narrativa che ha conquistato milioni di lettori. Ritengo che i romanzi di McEwan possano avere differenti gradi di valutazione, tutti, in ogni caso, nell'ambito dell'eccellenza. A mio parere, questo romanzo conferma la sua grandezza ed è degno della sua fama.

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    paola

    01/02/2015 13.09.38

    bel libro, ben scritto anche in molti punti complicato e barboso, meno male che è breve

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    BEATRICE

    28/01/2015 14.21.29

    Inizio la mia recesione ammettendo che non amo pazzamente la "tortuosità" dell'autore, ma devo dire che questa volta mi ha davvero sorpresa, rendendo questo romanzo molto coinvolgente e sopratutto ricco di spunti di riflessioni. Capisco anche i giudizi negativi di alcuni lettori, perchè la differenza di quest'ultimo libro rispetto ai precedenti si nota eccome. Lo consiglio come prima lettura a chi volesse, se così possiamo dire, approcciarsi gradualmente allo stile letterario di McEwan.

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    silvia

    27/01/2015 15.53.59

    Leggendo "La ballata di Adam Henry" cercavo di centellinarne le pagine, al fine di prolungare il benefico effetto e permettere che si propagasse l'atmosfera confortevole illuminata dalla solidità della protagonista. Fiona Maye è una figura femminile autorevole e "ragionevole", aggettivo ripetuto più volte, quasi a sottolinearne il valore e contemporaneamente anche il limite: il raziocinio da solo, come si vedrà alla fine, non può arginare l'esaltazione. Argomento complesso e apparentemente pretenzioso, sebbene affrontato senza alcuna retorica. Affascinante anche il risvolto etico della giurisprudenza, cui viene restituito il lato più umano e sofferto. La prosa densa innesca associazioni stratificate, da una stessa frase si diramano vari spunti di riflessione, molte possibili trame per nuove storie. Il tutto filtrato attraverso la consueta celebrazione estatica dell'insieme di preziosi attimi, la cui somma va a costituire il nucleo dell'esistenza.

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