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Il racconto è scorrevole, con una trama diversa dalle solite ambientate in periodi di guerra. All'inizio la narrazione appare leggermente lenta, per poi riprendersi e velocizzarsi, forse anche un po' eccessivamente, nelle ultime pagine, fino a concludersi con un finale ben ideato. Un buon libro.
Un romanzo di rara bellezza, colmo di sentimenti, scritto benissimo e con una trama inusuale.
Recensioni
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Natale 1943: l'albero splende nella penombra di una casa borghese di un sobborgo di Londra. Percepiamo il tepore di una riunione familiare ma d'improvviso la memoria irrompe: Hilary Wainwright, lo scrittore perdigiorno protagonista di questo romanzo tradotto da Bompiani nel 1953 e ora riproposto da nottetempo, "si rese veramente conto che suo figlio era perduto". Il figlio avuto da una donna francese, nel vivo dell'invasione tedesca della Francia, e visto solo il giorno della sua nascita perché costretto a partire per il fronte. Da allora Hilary ne aveva rimosso il pensiero, annichilito dal dolore per la morte di Lisa, la compagna, uccisa dalla Gestapo l'anno precedente. Una lettera di Lisa recapitatagli da un forestiero lo ricaccia a forza nel passato, costringendolo a chiedersi come fare per rintracciare il bambino.
Questo è il nodo dell'intera vicenda: un bambino appena immaginato e subito disperso dalla forza della guerra che chiede di essere ritrovato da un padre recalcitrante rispetto al suo ruolo. Un uomo raggelato e poco disposto a tornare agli affetti, un uomo peraltro ancora sorpreso dalla propria capacità di tenerezza. Proprio il doppio binario sentimentale, le continue oscillazioni tra l'aspirazione a una possibile felicità e il fondo realista che agitano la coscienza di Hilary rendono speciale un romanzo che altrimenti correrebbe il rischio di sprofondare in una specie di inconsapevole ingenuità da melodramma.
Esemplare di questa tecnica straniante è il primo incontro con il bambino in carne e ossa all'orfanotrofio di Notre-Dame-de-la-Pieté dove finalmente, dopo mille incertezze, Hilary si convince ad andare. Ed eccolo apparire circondato dalla povertà del luogo radicalmente diverso dalle sue aspettative: "La fotografia di un ragazzino inglese di cinque anni, con pantaloni e giacchetta di flanella grigia, calzette grigie, lucide scarpe marroni da passeggio e, sotto al cappello di feltro grigio, occhi ridenti e fiduciosi" è tutt'altra. Di fronte si trova un bambino gracile, tendente al rachitismo come succedeva a tutti i bambini orfani di guerra allevati dalle istituzioni pubbliche o religiose, con indosso un grembiule di rasatello nero dalle cui maniche "ciondolavano due mani rosse e gonfie, troppo grandi per i posi sottili". L'evidenza della sofferenza dell'abbandono fanno nascere in Hilary un immediato senso di ripulsa, un desiderio di fuga. Sarà la fermezza del bambino, la fiducia che riuscirà a ispirargli, a farlo mutare d'avviso. Ma non abbastanza da impedirgli un'ultima impennata, un ultimo rifiuto poi smentito da un finale davvero toccante.
Piace, in un romanzo scritto secondo i ritmi di una classica storia edificante, lo sfuggire dei personaggi al cliché. In modo particolare sono memorabili la figura della lavandaia che presta il primo soccorso al bambino nascondendolo in una cesta sotto il peso delle lenzuola e la madre superiora dell'orfanotrofio. Figure dotate di uno straordinario senso pratico che le trasforma in giudici severi nei confronti delle latenze di Hilary. Grava sulla vicenda la tragedia dei bambini orfani di guerra. Del loro futuro pregiudicato, della loro fame, della loro assoluta mancanza di affetti qui si parla apertamente. La trepidazione per il destino del bambino nella madre superiora suona così: "Qualcuno a volte viene adottato da qualche contadino in cerca di mano d'opera, quando i loro figlioli hanno lasciato la terra per la città. Ma quale contadino adotterà un bambino gracilino come Jean?". Non si fa più appello ai sentimenti quando il latte è razionato e offerto solo ai bambini inferiori ai sei anni, non si fa appello all'amore quando i bisogni primari non sono soddisfatti. Hilary, come si addice a una formazione compiuta, cessa di lambiccarsi il cervello intorno alla vera identità del bambino e lo accoglie come si fa con una nuova occasione per ripartire da capo.
Camilla Valletti
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