Bar Sport duemila - Stefano Benni - copertina

Bar Sport duemila

Stefano Benni

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Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Edizione: 5
Anno edizione: 1998
In commercio dal: 19 gennaio 1998
Pagine: 167 p., ill.
  • EAN: 9788807015298
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Dopo più di vent'anni il mitico Bar Sport e i suoi magnifici eroi hanno subito le trasformazioni del tempo: la proverbiale pasta Luisona è scomparsa, nel Bar Veramente Fico adesso espongono brioche invisibili a occhio nudo; tra gli avventori nessuno ha più una colorazione naturale, e si possono ammirare le abbronzature color albicocca o vitel tonné maschili piuttosto che i color biscotto dei fard e dei Caraibi femminili; nuovi elementi, tra cui spiccano i tristemente noti cellularisti, abilissimi nel rispondere al trillo nelle situazioni più impervie. E poi le evoluzioni delle creature perenni da bar: l'uomo invisibile che passa ore davanti al bancone tentando di farsi servire un caffé, l'incazzato da bar, le vecchiette dell'angolino...
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    Simone

    08/10/2006 10:02:43

    E' un libro divertente e scorrevole, con momenti di comicità pura alternati ad altri più riflessivi, dove comunque l'ironia regna sovrana.<br>Si legge bene, come tutti i libri di Benni, ma personalmente mi è piaciuto parecchio di più"Il bar sotto il mare", dove l'ispirazione dell'autore resta in tutti i racconti ad altissimo livello; qui, bisogna pur ammetterlo, qualche momento è meno convincente.Comunque un buon libro.

  • User Icon

    Maximiliano M.

    20/06/2005 10:24:52

    Ho letto Bar Sport 2000appena uscì e devo dire di non aver mai riso tanto! Una comicità rara di questi tempi...mai volgare e molto, molto dissacrante. Una semplice e pura riflessione sulla nostra "società italiana", composta da personaggi disparati ma accumunati dalla cultura del bancone, ultimo vero templio dell passatempo, dell'ozio ma anche crocevia di persone, di storie. Un vero e proprio oblò sul mondo dove tutti possiamo entrare e goderci il panorama o prenderci solamente un caffè!


scheda di Ventura, R., L'Indice 1997, n.11

Stefano Benni ha abituato i lettori all'uscita dei suoi libri a scadenze periodiche, un po' come Woody Allen nel cinema. E come gli spettatori di Allen, i lettori di Benni sono portati a ripercorrere il cammino dell'autore ogni volta che esce una nuova opera, confrontandola con le precedenti. Per quest'ultima raccolta di racconti il confronto è poi obbligato. Il titolo richiama quello di uno fra i suoi libri più riusciti, pubblicato vent'anni fa e già incentrato sulla vita vissuta e raccontata da frequentatori assidui e occasionali di bar. Il carattere degli ambienti è lo stesso, anche se aggiornato all'evoluzione di certi particolari di costume, come il cambio dei banconi, ora "superaccessoriati" e modello "inferno di cristallo", o il tramonto della brioche stile "Luisona", ormai superata dalle pastine mignon. I protagonisti sono quindi rinnovate caricature di stereotipi, dal "neo-tecnico" calcistico, dotato di un gergo sempre più storpiato dal linguaggio televisivo, a "i due che devono andare al cinema" e all'"incazzato da bar", raccontati sempre con grande vivacità e delicata ironia, alternata con la fantasia dei pezzi legati alla vena di "Terra!" o di "Elianto", come quello sulle avventure del piccolo krapfen "Franz". Ne risulta un panorama molto vario di profili umani, decisamente più nevrotico di vent'anni fa (ne è l'emblema il "drogato da telefonino" che estrae in continuazione il suo apparecchietto come un pistolero con la colt).S'intravvedono desideri e debolezze che trascendono le limitate prospettive dei piccoli ambienti da bar di periferia bolognesi da cui prendono spunto (in realtà chi conosce la città ne ricorderà uno anche in centro, da sempre gremito di "neo-tecnici", che porta il nome di un'opera verdiana). Non ci sono dubbi sul fatto che Benni abbia creato un genere coltivato così bene da renderlo inaccessibile a chiunque altro per timore del paragone.E così potrebbe continuare a divertirsi e a divertire ancora a lungo. Ma quello che forse manca ai suoi lettori, in questi tempi di appiattimento e allineamento su tutti i fronti, moderati ed estremi, è il Benni giornalista e scrittore politico, con una posizione precisa ma del tutto originale e, per usare un termine abusato, veramente "scomoda". Se non sono superati i "Bar sport", lo sono ancora meno le "Tribù di Moro Seduto".


Un po' per ridere e un po' per riflettere sulla società, con la sua evoluzione, i suoi nuovi tic e le manie, in un'Italia che sta viaggiando verso il Duemila. A distanza di vent'anni dal celeberrimo "Bar Sport".

Il primo impatto con il libro è di assoluta comicità. Una presa in giro della nuova moda, nei bar più raffinati come in quelli sperduti e periferici, che vuole, per essere nel giusto "trend", l'inserimento di banconi giganteschi, imprevedibili, dalle forme più avveniristiche. Si tratta di una sindrome che Benni definisce "sindrome del bancone" o megalobancomania. Da questo dato di fatto parte con un'esilarante descrizione di alcuni tipi di banconi, sempre meno razionali e sempre più "spaziali". Dietro questi assurdi banconi compaiono i clienti: l'incazzato da bar, con cui il dialogo è difficilissimo perché su nulla sarà mai d'accordo; l'appassionato di videogame, un pensionato pronto a tutto pur di arrivare alla fine del gioco; le vecchiette nell'angolino, che conoscono ogni malattia, con i più infausti decorsi, e diagnosticano a prima vista ogni sindrome degli altri malcapitati clienti; i due che devono andare al cinema, ma regolarmente per i motivi più disparati non riescono a stabilire un film che interessi entrambi; il neotecnico da bar, un esperto "computerizzato e satellitare" di calcio; l'Uomo Invisibile al Barista (UIB) che in qualsiasi modo cerchi di richiamare l'attenzione sulla sua ordinazione non sarà mai servito e l'Uomo Col Vocione (UCV), che non deve nemmeno fare lo scontrino alla cassa per ottenere ciò che desidera; il DDT ovvero Drogato Da Telefonino, che se il cellulare trilla mentre sta bevendo un cappuccio "continua a bere con la destra e risponde con la sinistra, oppure intinge il cellulare nella tazza e si attacca una brioche all'orecchio"; gli atleti, che vedono il bar come "centro di smistamento di tutta una serie di attività sportive contrassegnate dall'abbigliamento specializzato e da un'assoluta dedizione"...

E tra questi e altri personaggi (minori ma non marginali) come un gruppo di insetti, che tenta di sopravvivere tra contenitori di zucchero, frigoriferi, baristi e avventori, o una coppia di anziani dirimpettai poverissimi che finalmente pranzano insieme (ma sull'esito di questo pranzo Benni ci lascia varie possibilità di scelta...), si dipanano le brevi storie che l'autore racconta: un seguito ideale del notissimo "Bar Sport", pubblicato nel 1976. Fino all'ultimo episodio, intitolato "Il bar di una stazione qualunque", la cui amarezza e drammaticità capiamo solo nell'ultimissima frase ipoteticamente scritta da un anziano su un quaderno all'uscita dal bar: "Oggi, stazione di Bologna, due agosto di un anno vicino al duemila, ore dieci e venti del mattino, tutti sono allegri perché partono, e faccio finta di partire anch'io."

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

PSICOPATOLOGIA DEL BANCONE DA BAR


Una strana e contagiosa malattia ha iniziato a colpire i bar e i locali versi la fine degli anni settanta: il suo nome è "sindrome del bancone", o megalobancomania. Questa sindrome porta a cambiare ossessivamente il bancone del bar ogni quattro-cinque anni. E ogni volta il bancone diventa più grande, più scomodo ed esteticamente incomprensibile. Si possono così incontrare, in piccoli bar di paese, dei monoliti di alabastro nero del peso di dieci tonnellate, portati lì da non si sa quale astronave. Parimenti dei bellissimi banconi di legno perfettamente funzionanti vengono sostituiti con banconi a "esse", a labirinto, pralinati con lapislazzuli, in materiali che vanno dalla bachelite arancione al vetro blindato. Gli stili passano dal rococò-maya al neo-torroncino bugnato, dal liberty-linoleum al Barbie-Goodzilla, dal Cheope-Chippendale al post-Benito, dal gotico-zotico al Luigi-X-Files, dall'assiro-bullonese al techno-etrusco, in una gamma di orrori mineralogici e geometrici senza limiti di spesa, di tonnellaggio e di vergogna. Ecco alcuni dei più strabilianti.

Il monolito


È un bancone di marmo, o travertino, di colore scuro, del peso pari a quello di un sottomarino nucleare, che viene calato nel bar con tecniche ancora più misteriose di quelle usate per le piramidi egizie. Anche se ingentilito con zuccheriere di Murano e scalinate di caramelle, mantiene l'aspetto di una grossa lapide, o mausoleo funerario. In un bar di Vigevano, negli anni ottanta, si presentò agli occhi dei clienti un gigantesco blocco di marmo grigio. Non appena fu lucidato, apparve la scritta A Matteo sposo esemplare la vedova inconsolabile. Questo potrebbe confermare l'ipotesi che gran parte di questi banconi siano residui cimiteriali riciclati. Il pregiato catafalco può essere impreziosito con rifiniture in oro, pietre preziose, bassorilievi, mosaici e soprattutto gadget. Abbiamo così alcune varianti.

Il superaccessoriato


Tipo di bancone usato nelle città ricche e in zone abbienti. In esso si sposa l'ideale estetico dei più alti esempi di pacchianeria e cattivo gusto mai raggiunti nel nostro paese: l'arte souveniristica e il défilé di moda televisivo. Il materiale è un vetroresina rosa da bordello di emiro, o un lastrone di iceberg salmonato. L'importante è che sotto il sapiente gioco di luci, impostato da uno specialista in discoteche, tutto brilli e mandi riflessi accecanti sugli avventori. Su questo apparato si ergono alcuni distributori di caramelle alti fino a due metri, un'edicola di biscotti, quattro bidoni di yogurt di diversi colori, una cioccolatiera che rimesta la stessa cioccolata dal giorno dell'inaugurazione, una macchina che fa cubetti, sfere e ottaedri di ghiaccio, e un gigantesco rotore che agita una fanghiglia verde che potrebbe essere granita o cremolato di iguana. Sul bancone sono allineate decine di vassoietti contenenti pizzette, pistacchi, pannocchiette, anacardi, capperi, olive nere, olive verdi, salatini, arachidi, cetrioli, patatine e affini. Frequentando uno di questi banconi un bevitore di Campari può vivere a sbafo per tutta la vita. Mazzi di bustine di zucchero, zucchero di canna, zucchero dietetico e zucchero per mancini occupano le zone restanti. Nell'unico spazio libero ci sono la pubblicità del Beaujolais nouveau, e un vaso criselefantino con le offerte per il rifugio del Levriero. L'inconveniente di questo prodigioso bancone è che nessuno sa dov'è il barista, sepolto dietro la parata di optional. Se riuscite a scoprirlo, tra il distributore di yogurt e la cioccolatiera, o dietro una palizzata di bottiglie, potete provare a chiedergli un caffè. - Mi dispiace signore, - risponderà affranto, - ma non saprei proprio dove mettere la tazzina.

Il Transilvania superstar


Detto anche "Bara di Dracula. Blocco di marmo nero con disegni in oro, distributore di birra alla spina in avorio, sgabelli in osso. Il barista apre solo dopo la mezzanotte.

Il girotondo della morte


Semicerchio di alabastro verde pisello con ringhierina rococò, e sedili formati da tronchetti traballanti che spesso crollano al suolo senza motivo apparente. Se uno solo dei clienti perde l'equilibrio, trascinerà tutti gli altri in una caduta circolare, e l'ultimo precipiterà giù per le scale della toilette.
  • Stefano Benni Cover

    Giornalista, scrittore e poeta, collabora con numerose testate, tra cui il giornale francese Libération. Ha diretto per Feltrinelli la collana Ossigeno. Ha curato la regia e la sceneggiatura del film Musica per vecchi animali (1989), scrive per il teatro e ha allestito, tra gli altri, col musicista Paolo Damiani uno spettacolo di poesia e jazz, Sconcerto (1998). È ideatore della Pluriversità dell'Immaginazione. È autore di numerosi romanzi di successo pubblicati da Feltrinelli, tra cui La compagnia dei celestini (1992), Achille piè veloce (2003), Margherita Dolcevita (2005), Pane e tempesta (2009), Bar sport Duemila (2010), Di tutte le ricchezze (2012), Cari mostri (2015), La bottiglia magica (2016), Prendiluna (2017), Teatro... Approfondisci
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