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ROSSELLI DEL TURCO, NICCOLò (A CURA DI) / SALVI, FEDERICA (A CURA DI), Bartolomeo Ammannati. Scultore e architetto 1511-1592

KIENE, MICHAEL, Bartolomeo Ammannati
recensione di Rossi, M., L'Indice 1996, n. 1

L'uscita quasi contemporanea della monografia di Michael Kiene su Ammannati architetto e quella, incredibilmente celere, degli atti di un convegno del 1994 impongono una riconsiderazione dell'attività lunga e diversificata del personaggio, della quale si ha in generale una percezione parziale, suddivisa per ambiti disciplinari (scultura, architettura, trattatistica) o geografici (Veneto, Toscana, Roma). Il merito, in particolare, del volume miscellaneo è proprio quello di restituire l'Ammannati tutto intero. Ne viene fuori, in questo modo, una personalità singolare aderente alle sollecitazioni culturali offerte dai diversi luoghi e dai diversi tempi in cui si trovò a operare, e un artista capace, in più di un'occasione, di profilarsi, grazie proprio alle esperienze via via accumulate, assumendo un ruolo guida, in quanto depositario del linguaggio più aggiornato.
Gli interventi presentati al convegno dello scorso anno sono stati ridistribuiti in tre sezioni: scultura, architettura, materiali e restauro. Seguono quelli che vengono definiti con un po' di magniloquenza "Apparati", cioè i cenni biografici e un'utile bibliografia generale, a cura di Emanuele Barletti. Rispetto alla brevità dei trentacinque interventi originari, alcuni davvero superflui, il saggio di Gabriele Morolli, coordinatore dell'opera, inserito ex novo ("Palazzo Uguccioni e il foro mediceo. Un'idea "veneziana" di Ammannati?"), si segnala per la lunghezza (pp. 107-37) ma anche per la centralità del tema e l'interesse della nuova attribuzione del progetto dell'edificio di piazza della Signoria, per il quale si realizza per la prima volta a Firenze, dopo Palazzo Rucellai, un'ortodossa facciata classicista. Va detto che il volume avrebbe tutti i requisiti per risultare un bel libro, se non fosse per la qualità scadente dell'apparato illustrativo e per un numero eccessivo di errori di stampa.
La sezione dedicata alla scultura si apre con un intervento di Maria Grazia Ciardi Duprè Dal Poggetto, veterana degli studi sull'artista, il cui bilancio della letteratura sul tema è indubbiamente da condividere, quando si sottolinea lo scarso interesse fin qui dimostrato nel seguire le tracce diramate dell'influenza dello scultore, ad esempio nelle Marche e nello stesso contesto fiorentino (al quale sarà da aggiungere l'ambito veneto, si pensi al monumento al doge Leonardo Loredan di Danese Cataneo), ma che risulta un po' troppo severo, allorché si sostiene che sul problema centrale della personalità artistica di Bartolomeo e di "quale sia stata la sua risposta ai problemi specifici della statuaria cinquecentesca... gli studi degli ultimi trenta anni hanno complessivamente sorvolato, perché proiettati su problemi prevalentemente di natura iconologica o su contributi documentari". Ora, se è vero che manca ancora un catalogo ragionato e/o una monografia diciamo tradizionale sull'opera scultorea, non mi sembra che i numerosi interventi di Charles Davis e Detlef Heikamp, così come la tesi di dottorato di Peter Kinney sulla prima produzione abbiano tralasciato l'aspetto stilistico delle opere.
Proprio a Heikamp e a Davis si devono gli interventi più suggestivi di questa sezione: il primo, infatti, ribadendo la piena autografia dei fauni e delle Nereidi in bronzo della Fontana del Nettuno di piazza della Signoria, mette in evidenza il virtuosismo dello scultore nel particolare dello scudo attribuito di Teti. A sua volta Davis, impegnato a rintracciare e identificare "una vasta gamma di opere minori scarsamente ricordate nella tradizione biografica e, in gran parte, non tramandate neanche dalle carte d'archivio", collega la raffinatissima acquasantiera in Santa Maria Novella, variamente attribuita, una mensola-cariatide in marmo bianco reggente un vaso di granito verde scuro, a uno schizzo, contenuto nel taccuino della Biblioteca Riccardiana, che ne riproduce i contorni, avanzando, tramite microconfronti che mi sembrano risolutivi, l'ipotesi di una "invenzione" di Bartolomeo.
Luigi Beschi, affrontando il problema dell'"impegno antiquario" dell'Ammannati, interviene su un aspetto fondamentale del quale non è stata ancora riconosciuta la ricchezza di implicazioni. Il ruolo di "organizzatore di spazi espositivi per la scultura antica" viene svolto per la prima volta dallo scultore-architetto durante il suo soggiorno padovano negli anni quaranta. Beschi sottolinea infatti l'importanza dell'allestimento delle antichità possedute dal giurista Marco Mantova Benavides, disposte in monumentali scansie lignee. Non è dunque per caso che Bartolomeo risulta coinvolto in tutta una serie di sistemazioni successive, questa volta su scala monumentale; dall'antiquarium, costituito dal primo cortile di Villa Giulia, alla Sala delle nicchie, realizzata per Cosimo I in Palazzo Pitti negli anni sessanta, fino alla probabile consulenza richiesta dal cardinal Ferdinando per l'allestimento della collezione di antichità destinate a Villa Medici.
In quest'ottica mi sembra importante riconsiderare la lunga lettera inviata nel 1555 dall'Ammannati proprio al Benavides, nella quale è contenuta una preziosa descrizione di Villa Giulia. La "comparatione" tra la facciata posteriore concava della villa e la configurazione architettonica di un teatro antico e il riferimento ai colonnati del cortile nei quali "vi sono accomodate quattordeci nicchie, sette nella faccia a man destra, e sette alla sinistra; et in ciascuna nicchia vi è una statua antica", non poteva non interessare a chi aveva commissionato una decina d'anni prima al suo affezionato corrispondente un "anphitheatrino in sette nicchi compartito in semicircolo", nei quali si trovavano le statuette delle sette divinità planetarie. D'altra parte, a riprova della validità delle osservazioni di Beschi, è difficile trattenersi dal sovrapporre alla doppia columnatio ionica del cortile di Villa Giulia, quella, corinzia, della scansia padovana.
Michael Kiene presenta la sua monografia all'insegna dell'understatement: il suo "è solo un contributo per chiarire, sulla scorta dei documenti, vicende di per sé piuttosto intricate"; in base dunque all'assunto che "l'attribuzione a questo grande artista di opere, tra cui alcuni dei più grandi e importanti edifici del sedicesimo secolo, deve trovare un riscontro documentario" (per l'assenza del quale viene escluso dal corpus per esempio il progetto del Collegio romano), l'autore non intende offrire "riattribuzioni rivoluzionarie, ma piuttosto solo precisazioni su nomi e date".
Senza dubbio il volume mantiene la promessa, risultando, in sostanza, un utile catalogo ragionato dell'opera architettonica. Mi sembra allora che le acquisizioni più interessanti vengano dalla riconsiderazione del progetto di "Trattato architettonico", che l'Ammannati non pubblicò mai, e il cui testo è andato perduto mentre rimangono, agli Uffizi, una serie di disegni raccolti in volume e pubblicati da Mazzino Fossi nel 1970. Contestando giustamente il titolo tutto moderno di "Città ideale", Kiene riconduce ciò che resta dell'originaria trattazione a una pragmatica casistica di tipi architettonici sacri e civili, "alti" e umili o utili: dall'ospedale al brefotrofio, dalle scuole e mercati pubblici alle carceri e ai granai.
Un recupero importante è infine quello della sezione, dedicata alla matematica, redatta dall'Ammannati assieme a Giuseppe Valeriano, nella "Biblioteca selecta" del gesuita Antonio Possevino, uscita a Roma nel 1593, e conclusa da una "Ratio struendi et fundandi aedificia".
Integrando la lettura del volume con la sezione dedicata, negli atti, all'architettura, si recupera una personalità ancor più notevole di quella che si è abituati ad apprezzare, capace di mantenere sempre un ruolo di grande prestigio, anche in tarda età, quando la carriera di scultore è ormai finita, ma quella di architetto è tutt'altro che in ribasso, grazie all'affidamento del progetto del nuovo Palazzo Pubblico di Lucca, la ristrutturazione di Villa Medici, la consulenza, durante il pontificato di Sisto V, per il trasporto dell'Obelisco Vaticano, la Cappella del Presepio in Santa Maria Maggiore e addirittura il Palazzo del Laterano (argomento del saggio di Maurizio Fagiolo) e, non ultimo, per via dell'engagement nella Compagnia di Gesù e del conseguente finanziamento e progettazione del Collegio fiorentino e della chiesa di San Giovannino.
Un aspetto sul quale, in relazione a diversi esempi, sia Kiene che, negli atti, Tancredi Carunchio e Gabriele Morolli insistono è l'importanza delle soluzioni sperimentate in proprio o ricavate dagli esempi normativi di Jacopo Sansovino, per le successive realizzazioni a Roma e a Firenze: dalla perduta fontana vicentina di Ca' Gualdo (sulla quale si veda l'intervento di Lionello Puppi), prototipo verosimile per il ninfeo di Villa Giulia, alla facciata della Zecca spesso evocata per il triplice prospetto del cortile di Palazzo Pitti, nel quale si allude, così come nel modello veneziano, al raffinamento progressivo, ascensionale, della natura attraverso l'arte, grazie alla varietà del bugnato e della morfologia delle semicolonne imprigionate. Ma se il cortile della Villa Garzoni a Pontecasale del Sansovino, "sovrastato dal terrazzamento incombente del piano nobile, incassato su tre lati all'interno della fabbrica", può aver suggerito, come pensa giustamente Carunchio, la soluzione adottata per la seconda loggia e il ninfeo di Villa Giulia, perché non pensare a una variazione in chiave monumentale, proprio nel cortile di Palazzo Pitti, villa e insieme nuova residenza medicea, dello stesso motivo?