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Anno edizione: 2014
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E' un libro che ti segna: letto questo, devi leggere tutto Mutis e ti chiedi quando ancora scriverà di Maqroll, di sé, di te... emozione pura, viaggio, avventura e atmosfere "fuori" e "dentro" di noi. Un grande autore.
Una grande scoperta questo romanzo e questo autore. La formula narrativa è simile a quella di Montalban, Camilleri. Si ritrovano ngli altri romanzi di Mutis gli stessi personaggi familiari Maqroll, Abdul Bashur. Mutis è di quegli autori che legge la tua vita.
Recensioni
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recensione di Puccini, D., L'Indice 1992, n. 8
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)
Al terzo volume della trilogia, che risulta composta da "La Neve dell'Ammiraglio", da "Ilona arriva con la pioggia" e da questo "Un bel morir", tutti editi da Einaudi (e tutti qui da me recensiti), Alvaro Mutis, come si vede, ha voluto porre un titolo dal prestigioso sapore letterario, risalendo nientemeno che a un verso del Petrarca. È inevitabile, a questo punto, che il recensore, con il rischio di percorrere strade battute e ribattute, cominci il suo articolo commentando quel titolo, del resto richiamato subito nei distici vari che aprono il terzo romanzo della serie di Maqroll il Gabbiere. L'endecasillabo petrarchesco, per chi non lo ricordi, suona così: "Un bel morir tutta una vita onora" e ovviamente si presta, nel caso specifico, a qualche singolare considerazione. C'è subito da dire che Mutis ha avvertito che egli è sempre stato colpito dal fatto che Petrarca, nel suo verso avesse scritto "tutta una vita onora" e non "tutta la vita onora"... Ora, a parte altre ragioni, inerenti naturalmente al sonetto in cui quel verso appare, a Mutis piace pensare che quella espressione ("una vita") non solo renda il verso ancor più generale ed emblematico, ma che esso possa persino presupporre un'interpretazione, come dire?, metafisica o soltanto fantastica: ovvero che quelle parole si riferiscano a una, e quindi anche a più vite... Ingegnosa ma non peregrina trovata.
Tanto ingegnosa che essa non è senza conseguenze logiche e non è neppure priva di conseguenze narrative: basta pensare solo al fatto che quel "bel morir" si adatta meravigliosamente al suo Maqroll il Gabbiere: uomo e personaggio dalle molte vite e quindi dalle molte morti. Come aveva già fatto Cervantes (il richiamo a simili "alte quote" è d'obbligo per Garc¡a M rquez dei "Cent'anni" e, in minor misura, per l'ambizione eclatante e cosmopolita nonché eversiva e polisemica di Mutis), qui il nostro autore decide di porre provvisoriamente fine alla sua trilogia appunto con la morte del Gabbiere: non per chiudere il passo alle falsificazioni o alle continuazioni apocrifiche, come era forse intenzione di Cervantes, ma, più modestamente, per aprire un'altra serie del Gabbiere, come se morte non lo avesse mai colpito.
Che i tre libri "facciano trilogia" è anche, si può dire, in grazia di questo finale sigillato con la morte. Eppure bisogna aggiungere: ognuno dei tre romanzi - sia pure con i rinvii interni che abbiamo rilevato altrove - si presenta come struttura a sé stante, come narrazione di uno e di un solo episodio della vita del Gabbiere. Unità, dunque, della personalità del protagonista nella diversità concitata delle sue avventure. È una cifra che si addice molto a Mutis, come mi sembra di aver già dimostrato o accennato. Ma la chiusa con la morte, e le pagine ferme, delicate e patetiche che la precedono sono il punto più alto di questo "Un bel morir" che nell'insieme appare inferiore a "Ilona", come questo alla "Neve". L'appendice, tra l'altro, permette a Mutis di mettere in atto una delle mosse più sottili e insieme civettuole del proprio repertorio: autocitarsi in due brani di poesie e prose poetiche incluse in un libro che Einaudi si appresta a pubblicare (la "Summa de Maqroll el Gaviero"). Tuttavia, ripeto a parte ogni civetteria, queste sono pagine tra le più belle uscite dalla penna di Mutis.
L'altro momento felicissimo della narrazione sta nel sogno (ancora un sogno!) che visita la mente del Gabbiere durante una notte di stremo e di incubi: quando si figura, nelle nitide pieghe dell'immaginazione notturna, con apprensione e dolore, un incontro fallito, o meglio frustrato e ingannevole, con la Ilona, la indimenticabile triestina del precedente romanzo, e, sulla scia di quel ricordo ora angoscioso, rievoca la figura fugace di Fior Estévez, l'amica non più rincontrata nella locanda di montagna che portava la bizzarra insegna de "La Neve dell'Ammiraglio". Di Fior Estévez le parla, proprio nelle ultime pagine del libro, la cieca Donna Empera: il personaggio centrale e più corposo di "Un bel morir": intelligente, saggia, preveggente e finemente protettiva come solo sanno essere certi ciechi (che Mutis abbia voluto "omaggiare" sotto queste vesti inusitate il grande Borges?).
Meno importante, come in tutto Mutis, l'avventura che provoca o "produce" il romanzo, il tema o plot che dir si voglia: una storia che coinvolge il Gabbiere in una vendita clandestina di armi, in un pericolosissimo contrabbando, con rischio serio della vita. Stando in un imprecisato paesino dal nome diffuso (in America latina) de La Plata, in riva a un fiume e in un ambiente, come sempre in Mutis, equivoco e con vaghi sentori di delitto o di droga, un personaggio poco raccomandabile ma incontrato durante una sbornia all'osteria gli dà l'incarico, ben remunerato, di portare certe casse su un ciglio di montagna a soma di muli, là dove dovrebbe sorgere una ferrovia... Ed è questo appunto che alla conclusione si rivela come un grave contrabbando di armi, con finale intervento del controspionaggio, dell'esercito e con prodromi di guerriglia. C'è un altro punto però che va ancora segnalato: nei suoi viaggi, con i muli, e aiutato da un ragazzo del luogo, il Gabbiere frequenta una piantagione di caffè, che non solo appartiene ai ricordi più teneri dell'infanzia colombiana di Mutis, ma dove il suo personaggio incontra una giovane, simile a una mala andalusa di Goya, Amparo Maria, che procura al Gabbiere, le ultime sue gioie e delizie d'amore.
Vengo infine alla traduzione. Non escludo che l'effetto per così dire "degradante" che hanno prodotto in me i tre romanzi einaudiani di Mutis ("L'ultimo scalo del Tramp Steamer" edito da Adelphi, è tradotto benissimo, e io l'ho scritto) sia dovuto alla sempre minore attenzione traduttoria che essi via via denotano. Qui, in "Un bel morir" fioccano le frasi piene di goffaggine dove s'intuisce facilmente in trasparenza la costruzione spagnola: per esempio, vi troviamo frasi di questo tenore, come "il giovane che gli inviò don Anibal risultò essere un mulatto vivace e ciarliero"; oppure come "Vennero ricevuti dal proprietario con mostre di cordialità e di preoccupazione". Vedo che Michel Tournier, nel suo libro di saggi "Il vento Paracleto" (Garzanti) consiglia ai traduttori di adottare questo metodo: "Sceglievo un autore che avesse un'affinità, anche lontana, con l'autore straniero che dovevo tradurre, e me ne impregnavo prima di mettermi al lavoro... E in questo modo che ho tradotto due romanzi di Erich Maria Remarque 'in Zola', influenza che è certamente percepibile nelle mie traduzioni". Insomma, molto spesso chi traduce dimentica l'italiano e soprattutto l'italiano letterario. In questo caso, chissà, l'autore italiano che avrebbe dovuto leggere il traduttore di Mutis poteva essere, forse, Comisso o Bontempelli...
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