Biografi del possibile - Francesca Borrelli - copertina

Biografi del possibile

Francesca Borrelli

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Anno edizione: 2005
In commercio dal: 7 aprile 2005
Pagine: XIII-339 p., Brossura
  • EAN: 9788833915814
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Biografi del possibile

Francesca Borrelli

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Gaia la libraia

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Tra il 1992 e il 2004 Francesca Borrelli ha incontrato, e reincontrato, i più grandi scrittori stranieri, in lunghe interviste apparse sul "manifesto". Il libro che ne è nato non restituisce soltanto l'eccezionalità di quegli incontri con i maggiori esponenti della letteratura portoghese o yoruba, caraibica o americana, giapponese o sudafricana, tedesca o inglese, talora figure notoriamente intrattabili o riluttanti a concedersi: a uscirne ridefinita è l'idea stessa di dialogo, che qui non fa concessioni all'estemporaneità dell'occasione, non si esaurisce nell'ultima opera uscita, per trasformarsi invece in un esercizio di critica militante che mira a connettere, a dare ragione di un percorso, a leggerlo nel singolo testo.
Tra le molte regole che governano la stesura dell'intervista nel giornalismo attuale, sia questa anche di vocazione cosiddetta culturale, ne esiste una, più delle altre ferrea, e inderogabile: la lunghezza della domanda non deve mai superare quella della risposta e, soprattutto, la domanda deve essere il più possibile sintetica per fare in modo che la voce di chi intervista si faccia sentire ma solo come suggeritrice, pungolatrice, puntualizzatrice.
Francesca Borrelli invece sceglie di rompere con questo schema. Consapevolmente, forte di una lunga frequentazione con la psicoanalisi, viola la sua prima identità di giornalista, per scendere, o salire, al livello del dialogo. Queste sue interviste , raccolte a iniziare dal '91 per finire all'anno scorso (gli anni, si badi, sono importanti perché rivelano il successo di alcuni scrittori alla cui parabola discendente abbiamo già cominciato ad assistere), sono dei veri e propri dialoghi dove il rapporto tra chi domanda e chi risponde è alla pari. Nell'introduzione, Borrelli tenta una breve storia dell'intervista d'autore quando ancora i mezzi di comunicazione non consentivano di reperire le notizie con la facilità a cui siamo abituati. Sul finire dell'Ottocento, infatti, i lettori di quotidiani, in Francia e in Inghilterra, si aspettavano di conoscere dettagli biografici, la vita dei loro autori: allora erano celebri gli schizzi, le descrizioni vivaci di un volto, di un modo di vestire, di parlare o di camminare. Oggi di ogni scrittore sappiamo non solo la fisiognomica ma pure i vezzi, la sessualità, le fantasie, i progetti. L'intervista, come genere, sembra un modello superato dai tempi. Borrelli la rivendica tradendone le peculiarità, assumendo su di sé, sul sé di intervistatrice, la responsabilità del critico, fornendo a ogni incontro chiavi di lettura, densi grimaldelli per sconfiggere il già detto, il già sentito, nel tentativo - il lettore si accorge di questa sua pervicace volontà di dare risposte - di capire e far capire l'oggetto che ha davanti.
Così la raccolta ha il pregio di poter essere utilizzato come un primo approccio critico ad alcuni dei più conosciuti autori contemporanei, un avvicinamento, seppur ricco di dettagli e di storia editoriale, ai casi letterari di questo ultimo decennio. Molti degli scrittori sono noti, o notissimi, giunti in Italia per presentare i libri in uscita o in occasione di festival letterari, Mantova, in particolare, dove ha avuto luogo la parte maggiore degli incontri. La scena letteraria che Borrelli presenta al lettore è dominata da autori "einaudiani", quasi che, a parte qualche caso, l'Italia fosse un po' monocolore. E questo dispiace dal momento che, fuor di vetrina, altri arrivi, forse meno clamorosi, hanno raggiunto la nostra editoria. Eppure alcuni dialoghi, in modo speciale, sono davvero preziosi perché rarissime sono state negli anni alcune apparizioni: penso ai silenzi di Agota Kristof, a certo snobismo di McEwan, alla lontananza di Toni Morrison o alla, chiamiamola pigrizia, di Julian Barnes. Altri, penso a Cunningham, a Yehoshua, a Byatt, a Auster, sono abituati a essere più generosi con i giornalisti.
Ora, entrando nel merito, ho trovato in alcune interviste delle perle, o meglio, dei momenti di riflessione, di autoriflessione, altissimi. Torno all'intervista a Agota Kristof, intitolata All'ombra di carezze gelate , dove più che mai emerge una voce stentata, sintetica, al massimo scarnificata nelle brevi, laconiche risposte. Giocata tutta sull'originario strappo dalla terra natale, dalla lingua materna, Kristof risponde alla complessa domanda sul suo stile così: "Ne avevo abbastanza di tutto quel romanticismo (...) poiché il soggetto doveva essere la mia infanzia, mi ispirai a un piccolo giornale stampato nella scuola di mio figlio, che allora aveva più o meno dieci anni. È lì che ho imparato come un ragazzo descrive le cose che ha visto, improvvisandosi cronista della quotidianità. Le frasi erano di questo tipo: Il signore viene verso di noi. Noi gli diciamo buongiorno. Gli chiediamo come funziona la macchina. Il signore ci fa vedere come funziona. E così via, in modo impersonale". Una perla, un corso di scrittura creativa in un pugno di righe.
Di grande interesse, per la simpatia e il fascino, l'intervista in due riprese, a Roma e a Londra, a Julian Barnes. In una domanda Borrelli cita una frase tratta da Amore, dieci anni dopo il seguito di Parliamone che dice "ogni relazione contiene al proprio interno i fantasmi o le ombre di tutto ciò che non è stata. Tutte le alternative abbandonate, le scelte dimenticate, le vite che avresti potuto avere e che non hai avuto". E Barnes tra l'altro risponde: "Quando si viene a conoscenza di una coppia in crisi, dall'esterno ci si fa un'idea che non combacia, di solito, con la versione di chi è direttamente coinvolto nella relazione. Per quel che ne so, la donna tende a dire che tutto andava bene finché non è successo quel che è successo (...) mentre l'uomo tende a pensare che andava tutto male fin dall'inizio. E ognuno riscrive la storia in modo diverso. Ecco, io ho cercato di trovare una tecnica che riproducesse questa dinamica".
Un possibile capitolo di quel corso di scrittura creativa che sorprendentemente richiama la citazione riportata in una domanda a Javier Marías, quando a proposito di Domani nella battaglia pensa a me Borrelli gli ricorda: "Lei ha scritto: Crediamo di poter raccontare le nostre vite in maniera più o meno ragionata e precisa, e quando cominciamo ci rendiamo conto che sono affollate di zone d'ombra, di episodi non spiegati e forse inesplicabili, di scelte non compiute, di opportunità mancate", chiedendogli ragione di un romanzo "saturo di elementi autobiografici". Così risponde Marías: "C'è un passo in cui Faulkner dice che un fiammifero acceso nel buio serve per illuminare l'oscurità e farci capire quanto è più grande di quel che pensassimo. Ecco, questo libro è come un fiammifero, non è chiarificatore di nulla, né per il lettori né per me". Ulteriore capitolo di quel fantomatico manuale. E quanti fili rossi è possibile rintracciare fra un'intervista e l'altra recuperati, via via, dalla voce dialogante di Francesca Borrelli. Al lettore il gusto di andarne a caccia.

Camilla Valletti

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