Buoni si nasce. Le origini del bene e del male - Paul Bloom - copertina

Buoni si nasce. Le origini del bene e del male

Paul Bloom

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Traduttore: S. Prencipe
Editore: Codice
Collana: Le Scienze
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 10 luglio 2014
Pagine: 238 p., Brossura
  • EAN: 9788875784393
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Buoni si nasce. Le origini del bene e del male

Paul Bloom

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Nasciamo già con un profondo senso del bene e del male? O siamo dei piccoli egoisti che la società educa a diventare persone per bene? Paul Bloom sostiene che i bambini non sono "pagine bianche" senza principi morali, ma che ancora prima di parlare sono già in grado di giudicare le azioni degli altri, provare empatia e un rudimentale senso della giustizia. La moralità, insomma, è innata, anche se limitata. Descrivendo il comportamento di scimpanzé, psicopatici, estremisti religiosi e raccontando molti aneddoti, Bloom spiega il modo in cui, crescendo, siamo chiamati a superare questi limiti con l'aiuto della ragione e confrontandoci con il mondo attorno a noi. Questo libro, che spazia da Darwin ad Hannibal Lecter, regala una prospettiva radicalmente nuova sulla vita morale di bambini e adulti.
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    luciano

    09/09/2014 14:13:29

    L'autore, in questo libro, ha come punti di riferimento il comportamentismo, Darwin e Smith. Tutti gli esperimenti, e nel libro ne vengono descritti fin troppi, si basano sulla risposta del soggetto a determinati stimoli, così si misura il tempo di suzione del ciuccio, si valutano le aree del cervello che vengono attivate da un determinato stimolo, si controlla il movimento degli occhi...Dall'esame di tutto ciò si traggono conclusioni, senza domandarsi ciò che succede all'interno dell'individuo sottoposto a esperimento;cioè c'è lo stimolo, c'è la risposta e in mezzo non c'è niente. Tutto viene spiegato con la teoria dell'adattamento di Darwin. Pur essendo un libro di psicologia dell'età evolutiva si rivolge anche agli adulti e non fa mai riferimento al libero arbitrio, ovvero alla responsabilità che ognuno di noi ha nello scegliere ciò che è bene da ciò che è male.L'autore, per fortuna, conclude il libro descrivendo la "regola d'oro" che io ritengo la base di ogni morale e che ognuno di noi dovrebbe applicare quando si relaziona con i bambini e non solo.Il libro, anche se lo promette, non ci dice quali sono le origini del bene e del male che fino ad ora rimangono un mistero. Per questa promessa mancato gli assegno un basso voto.

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    Michele Testa

    27/07/2014 18:24:13

    Questo libro è nato dalla riorganizzazione di una serie di lezioni che il prof. Bloom ha tenuto alla John Hopkins University tra il 2007 e il 2008. In esso si cerca di trovare una risposta alla 'vexata questio' se i principi morali siano innati nell'essere umano, o facciano parte della sovrastruttura culturale che ogni individuo si forma nei primi anni della sua vita. La tesi del prof. Bloom, dedotta da numerosi esperimenti la maggior parte dei quali condotti all'Infant Cognition Center di Yale assieme alla moglie, è che un primo nucleo di principi morali sia ravvisabile già nei primi mesi di vita del bambino. Il libro descrive, con dovizia di particolari ma in un linguaggio facilmente comprensibile ai non addetti ai lavori, gli esperimenti condotti dal suo e da altri team di ricerca su bambini di ogni età; sono inoltre esposti (e citati) numerosi lavori scientifici, nei quali vengono analizzati, in un contesto adulto, particolari temi della psicologia morale (empatia, compassione, senso di equità, altruismo, volontà di punizione, morale sessuale, familismo, religiosità, divieti, solo per citarne alcuni), cercando per ciascuno di essi di delinearne i tratti innati nell'uomo, e quelli acquisiti mediante le interazioni sociali. Personalmente, ho trovato davvero interessanti lo studio delle pulsioni a carattere economico-sociale (altruismo, senso di uguaglianza, appartenenza, volontà di punizione) che spiegano, se considerati nella dinamica delle reti sociali, l'emersione naturale di tratti comportamentali comuni - spesso negativi o quanto meno irrazionali - in ambito sociale. Condivisibile anche il capitolo finale, nel quale Bloom cerca di restituire centralità alla funzione della razionalità nella determinazione del giudizio morale, parendo quest'ultimo - nei capitoli precedenti - molto più influenzato dalle dinamiche psichiche inconsce formatesi nel corso dell'evoluzione umana.

Ma è proprio vero che buoni si nasce? Il libro di Paul Bloom, psicologo sperimentale di Yale, convince in parte, ma ci lascia con vari interrogativi. Il libro si apre con un capitolo, che si può considerare fondante, sul senso della morale nei bambini molto piccoli (da pochi mesi a qualche anno). Esperimenti di osservazione del loro comportamento, con tecniche molto raffinate ma anche di interpretazione delicata, come la misura dei tempi di fissazione dello sguardo, indicano che i bambini sanno distinguere molto presto fra "buono" e "cattivo", che sono dotati di quello che l'autore definisce "senso morale". Sono cioè in grado di esprimere giudizi. Le basi di questi giudizi sarebbero quindi un prodotto dell'evoluzione, non dell'educazione. Se questo è uno degli assunti fondamentali del libro, sorge però un problema: saper distinguere fra bene e male non comporta di per sé che le azioni siano conseguenti. Molte persone che compiono atti criminali o violenti sanno cosa stanno facendo. A questo punto l'autore introduce l'altro piano che concorre a formare il comportamento morale degli umani: quello delle emozioni, in particolare empatia e compassione. La seconda viene definita come il coinvolgimento nella sofferenza altrui, la prima come l'identificazione con l'altro. Negli ultimi anni molti ricercatori hanno individuato nei neuroni specchio, alla cui scoperta ha dato un contributo decisivo il gruppo di Giacomo Rizzolatti, la base funzionale che lega queste emozioni alle risposte comportamentali: qui avverrebbe la trasformazione dell'empatia in compassione. L'autore è perplesso, anzi non ci crede, sostenendo che non è necessaria empatia per dare origine alla compassione, e viceversa (sovente, di fronte alla sofferenza, la risposta è "girarsi dall'altra parte e far finta di non vedere"). Altri aspetti fondanti del comportamento morale sembrano comparire molto presto nei bambini: collaborazione, condivisione, desiderio di eguaglianza ed equità, Da una parte possono essere considerati come caratteristici della natura umana, dall'altra sono marcatamente sociali: qui l'analisi delle interazioni sociali diventa importante. Gli strumenti utilizzati dall'autore sono sostanzialmente due, e si basano entrambi sull'uso dei piccoli gruppi come modello di osservazione. Il primo modello sono le società, considerate primitive e semplici, di cacciatori-raccoglitori, che vengono portate come esempio di un egualitarismo fondato sul fatto che "ognuno lotta per assicurarsi che nessuno abbia troppo potere su di lui (…) l'egualitarismo è in effetti un genere singolare di gerarchia politica, in cui i più deboli uniscono le forze per dominare attivamente i più forti". Perché questo non possa funzionare nelle società più complesse non è spiegato in maniera del tutto convincente. Venendo alle nostre società, il "modello sperimentale" considera i gruppi coinvolti nei tipici giochi della psicologia cognitiva (il gioco del dittatore, il gioco del carrello ferroviario impazzito, ecc.), in cui i soggetti devono scegliere fra opzioni predefinite e rigidamente determinate dai parametri impostati dallo sperimentatore: è meglio deviare il carrello impazzito su un binario su cui sono legate cinque persone o su quello dove è legata solo una? Oppure, è meglio deviare il carrello o buttare da un ponte una persona corpulenta, che cadendo sul carrello, lo fermerà e salverà le persone sul binario? Buttarlo giù deliberatamente è moralmente differente da azionare la leva di una botola che lo farà precipitare? Quanta informazione utile ci possono fornire simulazioni del genere? Qual è il peso di potenziali artefatti sperimentali? Alcuni risultati sembrano avvalorare questi dubbi, come quello per cui dei bianchi liberal americani bene intenzionati giudicherebbero accettabile uccidere un bianco per salvare cento neri, ma non viceversa. Pare tuttavia che il mondo non funzioni proprio così, di questi tempi. Viene da chiedersi se il mondo reale, quello cosiddetto primitivo e quello in cui viviamo oggi e facciamo le nostre scelte morali, siano riconducibili a questi schemi. Stupisce, tra l'altro, che nell'amplissima bibliografia non compaia un'opera fondante dell'antropologia del XX secolo, il Saggio sul dono di Marcel Mauss (1923). Anche Bloom, comunque, avanza dubbi e perplessità su questi risultati. Partendo dalla critica ai filosofi morali che "escogitano dilemmi complessi e artificiosi" la estende all'approccio degli psicologi. Come afferma in maniera un po' sconsolata, se dici delle verità magari banali, ma solide, non riesci a pubblicarle: se vuoi arrivare alle riviste di serie A devi avere dei dati che appaiano sensazionali. Materia di riflessione. Nella continua e non facile navigazione fra meccanismi adattativi e prodotti culturali, Bloom affronta altri aspetti fondanti dei comportamenti morali. Uno è l'egualitarismo in negativo, cioè le punizioni, a partire dalla vendetta individuale fino alla punizione affidata alla legge, definibile come "punizione altruistica"; la discriminazione del diverso, condizionata da componenti irrazionali come il disgusto, alla base della formazione di pregiudizi; infine la morale sessuale. Secondo Bloom, "La maggior parte dei giudizi morali (…) può essere compresa in quanto forma di adattamento evolutivo" ma "la morale sessuale è diversa". I giudizi morali (ad esempio, i tabù sessuali) non hanno alcuna spiegazione evolutiva (sarebbero un "incidente biologico"). Ma per l'incesto bisogna pensare ad una logica evolutiva? La matassa è difficile da dipanare. In realtà, qui come in altri passaggi, il tema del rapporto fra biologia evoluzionistica e psicologia è richiamato ma non esaurientemente indagato e approfondito. Il capitolo conclusivo, con il primo forse il più interessante e significativo, prova a tirare le fila di questa storia complicata. Fra i punti fermi, viene ribadito che molti giudizi morali non sono innati, ma frutto del contesto: vedi l'evoluzione (e in qualche caso involuzione) dei giudizi sulla schiavitù. Altro punto critico: l'espansione del cerchio morale oltre la famiglia, come base dell'allargamento delle regole che si applicano all'in group, il gruppo con cui si condividono i giudizi e le regole: ma lo si può allargare troppo? Gli stessi diritti per il feto o lo zigote? L'autore è giustamente perplesso, ma allora quale è la natura della cesura? Quali forze e criteri la determinano? Un aspetto cruciale è ovviamente il rapporto fra religione e morale. Su questo Bloom ha una posizione netta: la religione non determina la morale, la riflette; se mai è un rinforzante, servendo come strumento per giustificare giudizi che si sono formati in base ad altri meccanismi (qualcosa del genere a quella che una volta si chiamava "falsa coscienza"?). Al termine del percorso, l'autore riafferma il primato della ragione, in contrasto con le tendenze prevalenti a mettere l'enfasi su "sentimenti istintivi e motivazioni inconsce". Posizione importante e assolutamente condivisibile, che mette però un po' in ombra molte delle storie raccontate nel libro. Libro che, alla fine, risulta una interessante e coinvolgente narrazione sulle basi della morale umana e sui dilemmi connessi, ma lascia molte caselle vuote. Da una parte, non affronta il problema delle basi biologiche, né dal punto di vista funzionale (Bloom dichiara esplicitamente di non occuparsi "di neurofisiologia, ma di una teoria più estesa di psicologia morale") né da quello di un legame non aneddotico con la biologia evoluzionista; dall'altro, come abbiamo rilevato sopra, l'analisi dei meccanismi che portano alla formazione dei giudizi morali collettivi si basa su campioni sociali ristretti o molto artificiali e prescinde, salvo alcuni accenni, dalla materialità dei contesti sociali e delle basi economiche e istituzionali che agiscono da potente motore di condizionamento. Un esempio solo: quando l'autore parla di come si è modificato l'atteggiamento degli americani rispetto alla schiavitù, giustifica l'accettazione del passato sulla base di una "ingenua" convinzione che quel sistema fosse il migliore per tutti i membri, inclusi gli schiavi". Siamo sicuri di essere sulla giusta strada? I rapporti di produzione non contavano proprio niente? E le basi materiali delle ideologie?    

Davide Lovisolo

 

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