Categorie

Geminello Alvi

Editore: Marsilio
Collana: I nodi
Anno edizione: 2011
Pagine: 335 p. , Rilegato
  • EAN: 9788831710107
Usato su Libraccio.it € 11,34

Una decina di anni fa, nel corso di una conferenza, l'amministratore delegato di Goldman Sachs fu interpellato a proposito della Cina. Gli fu chiesto se riteneva che il paese, intrapresa la strada del capitalismo, si sarebbe aperto anche alla democrazia. Rispose senza esitazioni: "Sì, è l'ipotesi sulla base della quale conduciamo tutti i nostri affari, in particolare in quell'area. Se è sbagliata, non so più chi sono io". Del resto, fin dal 1989, Francis Fukuyama aveva trionfalmente annunciato la fine della storia e l'avvento di un'umanità definitiva, democratica e capitalistica. Con la caduta del comunismo sovietico, il mondo occidentale si era concepito sempre più come il modello dominante. In effetti, sull'onda della globalizzazione, quel modello, senza più rivali, sembrava destinato ad affermarsi su scala planetaria, diffondendo benessere e pacificando i popoli. Poi è arrivata la crisi. Il capitalismo si è avvitato in un vortice che minaccia di risucchiare il commercio, la società, la politica. Nel frattempo, la Cina continua a far crescere la sua variante di capitalismo a ritmi sostenuti. E continua a non conoscere la democrazia. Un duplice enigma mina, così, l'orgoglio dell'Occidente: la caduta improvvisa del suo progetto egemone e l'ascesa, quasi altrettanto rapida e ancor più indecifrabile, di una potenza capitalistica sotto un regime dispotico. Geminello Alvi offre al lettore spregiudicato una visione poderosa, capace di illuminare i due versanti della questione. Max Weber aveva giudicato, con argomenti persuasivi, che la Cina fosse inadatta a sviluppare il capitalismo, a motivo dell'etica confuciana e di una struttura sociale che non lasciano spazio all'iniziativa individuale. Come si spiega, allora, l'avvento del capitalismo cinese? La tesi di Alvi è che a mutare non sia stata, negli ultimi cent'anni, la Cina, bensì il capitalismo. Il titolo riprende una premonizione lancinante di John Stuart Mill: "L'Europa sta avanzando risolutamente verso l'ideale cinese di rendere simili tutte le persone". E il libro illustra i passi di quell'avanzata. L'affermazione del capitalismo ha coinciso con l'imporsi della sua cieca forza omologante. L'utilitarismo degli economisti ha contribuito a ridurre la società a un aggregato di individui indistinti, e i singoli a un fascio di pulsioni. E, a questo genere di capitalismo, anche l'alternativa marxista ha avuto ben poco da opporre: "Il capitalismo si è dimostrato migliore del comunismo nel rendere tutti più uguali". Si tratta, però, avverte Alvi, non di un trionfo, ma di un equivoco, di una perversione dello spirito epico del capitale. Giacché la vita economica non vive dell'equalizzazione, bensì della libertà che si esprime nell'impresa e della solidarietà che si attua nel lavoro. Il capitalismo, invece, riduce lavoro e impresa a calcolo, comprime salario e profitto a favore della rendita, si affranca dall'economia sostanziale per affidare il proprio instabile equilibrio alla crescita ipertrofica della finanza, pubblica e privata. È qui che gli estremi Oriente e Occidente si toccano: nella concrezione di capitalismo e stato. Da un lato, imprese troppo grandi per fallire invocano interventi massicci di banche centrali e governi. Dall'altro, uno stato troppo vasto per smettere di crescere intraprende campagne neomercantilistiche. "Il presente capitalismo implica a Oriente come a Occidente, in gradi di dispotismo diversi, un capitalismo di stato che falsa la fides del capitale, il suo ritorno effettivo". Proprio per ciò, secondo Alvi, l'anticapitalismo non è un'alternativa. "Giacché l'anticapitalismo vuole invece più stato: non più fratelli, ma più eguali. Ha scelto l'invidia, non l'epica, e di non lavorare". Piuttosto, "i fondamenti di un'economia diversa dal capitalismo sono il dono e una minore crescita". La pars costruens del saggio potrà apparire vaga e velleitaria soltanto a chi non conosca Le seduzioni economiche di Faust, dove Alvi tratta più diffusamente ciò che qui può solo accennare: il fondamento dell'economia nella reciprocità e nel riconoscimento di un debito originario, la necessità di riformare la moneta per impedirne l'accumulazione, la disponibilità a perdere come condizione per ogni vero guadagno, l'idea che al sapere economico appartenga innanzi tutto il riconoscimento dei propri confini. In questo, Alvi è maestro. Può dire, con Bernanos, "conosco gli uomini meglio dei tecnici, per il fatto che un addestratore conosce soltanto due cose dell'animale che ammaestra: la sua paura e la sua fame". Luca Fantacci

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Christian Corsi

    23/06/2014 14.29.44

    Proprio di certi capolavori della saggistica è il sovvertimento delle visioni e dei luoghi comuni, attraverso la forza dei dati, dei classici dimenticati e dello stile evocativo, nel caso in oggetto magistralmente costruito fondendo il taglio storico con una rapsodia di citazione bibliche e di sentenze oracolari, sempre funzionale alla definizione della completa, e complessa, anatomia del tardo capitalismo ad alto tasso di complicità statale. Il risultato - in forma e contenuto - è già di per sé intuizione della migliore risposta possibile a quell'omologazione mandarino-americana a trazione economico-culturale a partire da cui si sviluppa tutta l'analisi. Storica, economica o filosofica che sia, senza dubbio una delle opere più importanti degli ultimi anni.

Scrivi una recensione