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Il capitalismo. Verso l'ideale cinese - Geminello Alvi - copertina

Il capitalismo. Verso l'ideale cinese

Geminello Alvi

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Editore: Marsilio
Collana: I nodi
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 4 ottobre 2011
Pagine: 335 p., Rilegato
  • EAN: 9788831710107
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Il capitalismo. Verso l'ideale cinese

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Risultato del compromesso tra la prepotenza statale, la mania di spesa dei governanti e la vanità che spinge a consumare beni inutili, il capitalismo si manifesta oggi nel suo esito cinese e omologante. Con l'autonomia di giudizio e la libertà d'intelletto che lo contraddistinguono, Geminello Alvi si cimenta nell'impresa di una nuova definizione del capitalismo. Capitolo conclusivo della trilogia iniziata con "Le seduzioni economiche di Faust" e "Il secolo americano", il libro prende le mosse dalla crisi del 2008 e dall'ambigua posizione dell'economia cinese per tracciare le vicende delle varie spiegazioni e restituzioni del capitalismo, gli errori e gli abbagli, e giungere a una descrizione opposta a quella marxista. Dopo averci mostrato perché il Novecento è stato "il secolo americano" e averne messo a nudo i tratti della storia segreta, Alvi ci guida attraverso la lettura di un percorso storico che sembra, inevitabilmente, condurci verso "l'ideale cinese". E spiega perché il dono debba tornare a essere elemento centrale della vita economica.
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    Marcello

    13/02/2020 06:53:06

    raramente ho letto un libro più sconclusionato

  • User Icon

    Cristiano

    30/08/2018 21:04:02

    Dopo aver letto questo testo non ho potuto far altro che ripulire la libreria da tutti gli altri per fortuna pochi testi di economia letti in precedenza nonché leggere gli altri di Geminello Alvi. Unica pecca: poteva e secondo me doveva essere maggiormente riconoscente verso Rudolf Steiner dal quale proviene la soluzione della "triarticolazione" sociale, ecco, ho trovato Alvi non del tutto onesto in questo senso, ma il libro in sé è super.

  • User Icon

    Christian Corsi

    23/06/2014 14:29:44

    Proprio di certi capolavori della saggistica è il sovvertimento delle visioni e dei luoghi comuni, attraverso la forza dei dati, dei classici dimenticati e dello stile evocativo, nel caso in oggetto magistralmente costruito fondendo il taglio storico con una rapsodia di citazione bibliche e di sentenze oracolari, sempre funzionale alla definizione della completa, e complessa, anatomia del tardo capitalismo ad alto tasso di complicità statale. Il risultato - in forma e contenuto - è già di per sé intuizione della migliore risposta possibile a quell'omologazione mandarino-americana a trazione economico-culturale a partire da cui si sviluppa tutta l'analisi. Storica, economica o filosofica che sia, senza dubbio una delle opere più importanti degli ultimi anni.

Una decina di anni fa, nel corso di una conferenza, l'amministratore delegato di Goldman Sachs fu interpellato a proposito della Cina. Gli fu chiesto se riteneva che il paese, intrapresa la strada del capitalismo, si sarebbe aperto anche alla democrazia. Rispose senza esitazioni: "Sì, è l'ipotesi sulla base della quale conduciamo tutti i nostri affari, in particolare in quell'area. Se è sbagliata, non so più chi sono io". Del resto, fin dal 1989, Francis Fukuyama aveva trionfalmente annunciato la fine della storia e l'avvento di un'umanità definitiva, democratica e capitalistica. Con la caduta del comunismo sovietico, il mondo occidentale si era concepito sempre più come il modello dominante. In effetti, sull'onda della globalizzazione, quel modello, senza più rivali, sembrava destinato ad affermarsi su scala planetaria, diffondendo benessere e pacificando i popoli. Poi è arrivata la crisi. Il capitalismo si è avvitato in un vortice che minaccia di risucchiare il commercio, la società, la politica. Nel frattempo, la Cina continua a far crescere la sua variante di capitalismo a ritmi sostenuti. E continua a non conoscere la democrazia. Un duplice enigma mina, così, l'orgoglio dell'Occidente: la caduta improvvisa del suo progetto egemone e l'ascesa, quasi altrettanto rapida e ancor più indecifrabile, di una potenza capitalistica sotto un regime dispotico. Geminello Alvi offre al lettore spregiudicato una visione poderosa, capace di illuminare i due versanti della questione. Max Weber aveva giudicato, con argomenti persuasivi, che la Cina fosse inadatta a sviluppare il capitalismo, a motivo dell'etica confuciana e di una struttura sociale che non lasciano spazio all'iniziativa individuale. Come si spiega, allora, l'avvento del capitalismo cinese? La tesi di Alvi è che a mutare non sia stata, negli ultimi cent'anni, la Cina, bensì il capitalismo. Il titolo riprende una premonizione lancinante di John Stuart Mill: "L'Europa sta avanzando risolutamente verso l'ideale cinese di rendere simili tutte le persone". E il libro illustra i passi di quell'avanzata. L'affermazione del capitalismo ha coinciso con l'imporsi della sua cieca forza omologante. L'utilitarismo degli economisti ha contribuito a ridurre la società a un aggregato di individui indistinti, e i singoli a un fascio di pulsioni. E, a questo genere di capitalismo, anche l'alternativa marxista ha avuto ben poco da opporre: "Il capitalismo si è dimostrato migliore del comunismo nel rendere tutti più uguali". Si tratta, però, avverte Alvi, non di un trionfo, ma di un equivoco, di una perversione dello spirito epico del capitale. Giacché la vita economica non vive dell'equalizzazione, bensì della libertà che si esprime nell'impresa e della solidarietà che si attua nel lavoro. Il capitalismo, invece, riduce lavoro e impresa a calcolo, comprime salario e profitto a favore della rendita, si affranca dall'economia sostanziale per affidare il proprio instabile equilibrio alla crescita ipertrofica della finanza, pubblica e privata. È qui che gli estremi Oriente e Occidente si toccano: nella concrezione di capitalismo e stato. Da un lato, imprese troppo grandi per fallire invocano interventi massicci di banche centrali e governi. Dall'altro, uno stato troppo vasto per smettere di crescere intraprende campagne neomercantilistiche. "Il presente capitalismo implica a Oriente come a Occidente, in gradi di dispotismo diversi, un capitalismo di stato che falsa la fides del capitale, il suo ritorno effettivo". Proprio per ciò, secondo Alvi, l'anticapitalismo non è un'alternativa. "Giacché l'anticapitalismo vuole invece più stato: non più fratelli, ma più eguali. Ha scelto l'invidia, non l'epica, e di non lavorare". Piuttosto, "i fondamenti di un'economia diversa dal capitalismo sono il dono e una minore crescita". La pars costruens del saggio potrà apparire vaga e velleitaria soltanto a chi non conosca Le seduzioni economiche di Faust, dove Alvi tratta più diffusamente ciò che qui può solo accennare: il fondamento dell'economia nella reciprocità e nel riconoscimento di un debito originario, la necessità di riformare la moneta per impedirne l'accumulazione, la disponibilità a perdere come condizione per ogni vero guadagno, l'idea che al sapere economico appartenga innanzi tutto il riconoscimento dei propri confini. In questo, Alvi è maestro. Può dire, con Bernanos, "conosco gli uomini meglio dei tecnici, per il fatto che un addestratore conosce soltanto due cose dell'animale che ammaestra: la sua paura e la sua fame". Luca Fantacci
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    Geminello Alvi è economista, saggista e giornalista. Già assistente del governatore della Banca d'Italia presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea, ha lavorato come economista per banche ed altre istituzioni. È stato membro del Consiglio degli esperti del Ministero dell'Economia e delle Finanze ed editorialista per, tra gli altri, «Il Corriere della Sera», «La Repubblica» e «Il Giornale». Fa parte del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, è stato consigliere di amministrazione dell'Acea e fa parte del Consiglio scientifico della rivista «Limes», nonché della fondazione ENI, dedicata ad Enrico Mattei. Copiosa la sua produzione editoriale: tra le sue opere, citiamo Le seduzioni... Approfondisci
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