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Michel Leiris

Editore: Einaudi
  • EAN: 9788806146160
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recensione di Maubon, C., L'Indice 1998, n. 4

Moloch che si nutre delle proprie viscere", Michel Leiris non riuscì mai a farla finita con se stesso. "L'Âge d'homme" (1939) appena pubblicato, intraprese la redazione della "Règle du Jeu - Biffures" (1948), "Fourbis" (1955), "Fibrilles" (1966), "Frêle bruit" (1976) - la cui sospensione al quarto volume non significò in alcun modo l'abbandono dell'io autobiografico. Eppure fin da "Biffures" lo scrittore si era interrogato sull'opportunità di prolungare un gesto "che forse si può effettuare una sola volta nella vita". Maniaco o, se si preferisce, specialista della confessione? Leiris fu il primo a riconoscerlo, anche se rifiutò di lasciarsi racchiudere nel "cerchio magico" di un io di cui, lungo tutta la sua esistenza, si ostinò invece a voler varcare i limiti. Un tentativo malinconico che impresse alla sua opera il profilo di una ricerca il cui oggetto - "rompere il vincolo più radicale, più irremissibile, il fatto che l'io è se-stesso" (Levinas) - non cessò di allontanarsi all'orizzonte delle parole che avrebbero dovuto dargli corpo.
"Monumento dell'autopresentazione integrale e della semiologia autobiografica" (come la definisce Ivos Margoni nell'esauriente introduzione a questa edizione italiana così a lungo rimandata di "Fourbis"), l'opera leirisiana si è costruita spingendosi sempre più spericolatamente ai bordi del vuoto che la morte ha aperto al suo centro: la morte "non è solo un'assurdità in sé (...) ma rende assurda tutta la mia vita, degradandola - come ogni vita possibile - al rango di brutto canovaccio che a dire il vero non giungerà mai a uno scioglimento ma finirà unicamente perché, in un modo o nell'altro, la rappresentazione deve pur finire". Sviluppandosi, tramite il patto autobiografico, come "mimesis" di questo "brutto canovaccio", la scrittura leirisiana ha dovuto rinunciare alla continuità del racconto retrospettivo, sforzarsi di rimediare a questa assenza tessendo la proliferazione aracnea dei suoi brancolamenti verso una via di uscita fino alla fine imprevedibile. Frustrata nella sua ambizione totalizzante, "La Règle du jeu", le cui ultime parole rimandano a ciò che, dopo più di mille pagine, lo scrittore non ha "scoperto, saputo formulare, ripugnato a mettere in luce", non sbocca, come l'impresa proustiana, su alcuna rivelazione salvifica. In questo senso, se può considerarsi insieme agli autori della "Recherche" e dell'"Uomo senza qualità", "uno dei massimi scritto-ri-ermeneutici del secolo", Leiris (che aveva intitolato "L'homme sans honneur" le note preparatorie al "Sacré dans la vie quotidienne", nucleo germinale della "Règle du jeu") appare più vicino a Musil che non a Proust.
Va però subito precisato che pur perseguendo una ricerca unitaria - "definire ciò che per me è la regola del gioco (...) la mia arte poetica e il codice del mio saper-vivere che amerei vedere fusi in un unico sistema" - ognuno dei quattro volumi della "Règle du jeu" mantiene ben definita la propria singolarità, le forme dell'espressione adattandosi, volta per volta, a quelle del contenuto. Così mentre "Biffures", costruito su una vertiginosa serie di assonanze e disarticolazioni della materia verbale, è quasi interamente dedicato alla scoperta del linguaggio e al mondo di rivelazioni in esso nascosto, i tre capitoli di "Carabattole - Mors"," "Le Tavolette sportive""," "Vedi? di morte l'angelo..."" - sviluppano tre temi maggiori, così riassunti dallo scrittore: "addomesticare la morte, agire autenticamente, rompere il cerchio magico dell'io".
"L'evento capitale che sono sempre stato incapace di ricordare (...) è (...) quello che per me sarebbe stato costituito dalla mia presa di coscienza della morte". Con "Mors", l'impossibilità di conoscere le cose in se stesse che, di trasposizione metaforica in slittamenti analogici, ha assicurato alla scrittura leirisiana la mobilità di un gioco (euforico finché, "ragione raziocinante, discorso discorsivo, scrittura scrivente", non minacciava di girare a vuoto) non ha più il valore di un postulato ma il peso di una realtà che spinge al parossismo il procedimento di composizione del testo il cui compito euristico non sarà mai stato così arduo. Nell'impossibilità di rappresentarsi il mistero per eccellenza ("Il mistero - se, per le necessità del discorso, vogliamo a ogni costo prestare una figura a quel che per definizione ne manca - può essere rappresentato come un margine, una frangia che circonda di un alone l'oggetto, isolandolo mentre ne sottolinea la presenza, nascondendolo mentre lo qualifica") lo scrittore ha dovuto operare un radicale rovesciamento e spostare l'asse del capitolo dal termine del paragone, la morte, ai termini a cui viene paragonato. Viene così isolata e interrogata una serie di esperienze nel corso delle quali il narratore ebbe la sensazione di trovarsi "collocato sul ciglio dell'"altro mondo"", l'illusione "di aver varcato la soglia, e (...) di non aver più da temere l'offesa della morte", l'impressione di scoprire "qualche parcella di verità relativa alla morte". In questo esercizio di alta acrobazia, Leiris si aggrappa quasi esclusivamente alle sue qualità di lettore e interprete dei pochi segni di cui dispone - "modeste esperienze (...) minuscoli frantumi" -, questi "fourbis" che come tutto ciò di cui non si può né si vuole dire il nome - cose, aggeggi più che carabattole - trova il proprio senso soltanto in contesto, nell'atto del discorso. Ma lo scacco è totale. Nessuna di queste esperienze riesce a esplorare il mondo lanuginoso e informe "che nessuna cartografia reale o immaginaria permette di delimitare" dal quale, con tanta fatica, il testo aveva dovuto emergere. E poiché "in fin dei conti non si può scrivere se non per colmare un vuoto, o almeno indicare, in rapporto alla parte più lucida di sé, il luogo ove si spalanca questo incommensurabile abisso" ("L'Âge d'homme"), lo scrittore abbandona ogni tentativo ulteriore di conoscere o dominare ciò che gli rimane da addomesticare: "In mancanza di esperienze capaci di illuminarmi, non dispongo comunque di alcuni punti di appoggio che - bastioni o oasi - potrebbero avere per la mia angoscia la funzione di luoghi di sosta o di tregua?".
Sullo stesso registro minore, si svolge il secondo capitolo in cui, abbandonata ogni postura eroica - i fantini e gli aviatori dell'infanzia e dell'adolescenza - Leiris fa impietosamente i conti con ciò che chiama il proprio disfattismo, il perverso intreccio di pessimismo e pigrizia di cui rintraccia le prime manifestazioni nel lontano ginnasio ove si sottraeva agli esercizi più difficili: "Assai più delle cose, io dispero di me stesso e ciò che mi appare insormontabile non è tanto l'ostacolo in sé e per sé e le difficoltà che esso rappresenta, quanto quell'inerzia di carattere che fa di me l'equivalente di un infermo". Più che altrove si palesa in queste pagine ciò che Margoni chiama la "duplicità" di Michel Leiris, il vincolo organico tra "la sua percezione della propria costitutiva banalità (...) la crepuscolare "platitude" della sua esistenza (...) e il soggetto del discorso autoreferenziale, che è invece contraddistinto dal gigantismo dei mezzi e dei poteri assegnati al pensiero, al linguaggio e alla scrittura".
Una duplicità alla quale il vissuto ha saputo però offrire, qualche rara volta, un riscatto: i momenti - "sacri" - segnati da quel ""formalismo" secondo il quale - scrive Leiris - mi piacerebbe vedere le cose adattarsi fra loro come in un cerimoniale". Perché, aggiunge, è solo allora, che "mi sento portato al di là della mia singolarità, in comunione con l'esterno e assai vicino a una condizione che si potrebbe dire "totale"". Momenti altri come "l'avventura assai volgare (...) ma che - grazie alla complicità di alcune apparenze - si innalza (...) alla dignità di un mito vissuto" condivisa, per qualche giorno, con Khadidja, la prostituta araba elevata a figura biblica ed eroina tragica. Felicità e perfezione formale del vissuto ma anche della scrittura che, nell'ultimo capitolo, ""Vedi? di morte l'angelo..."", si abbandona, per l'unica volta nell'intero ciclo, alla magia, propria all'infanzia, del racconto. Un racconto che resiste alle insidie metadiscorsive perché si svolge come un lento processo di sacralizzazione al termine del quale Khadidja finisce per incarnare "l'equivoco travestimento carnale assunto dall'angelo della morte per insinuarsi fino a me e farmi assimilare, senza che io mi potessi ribellare contro una cosa così naturale come la bellezza, l'idea più di ogni altra venefica della caduta futura". Evocazione del rituale e dell'ambiguità che mette in moto la "dinamica commovente" del sacro, l'episodio appare come una delle punte più alte dell'estetica, d'origine baudelairiana, definita in "Miroir de la tauromachie" (1938) in cui eros e morte, soggetto e oggetto, destro e sinistro tendono a raggiungere un "immaginario punto di tangenza".


1901 Michel Leiris nasce a Parigi, in una famiglia della media borghesia. Il padre è impiegato presso un agente di cambio. In "Biffures" scriverà: "Accanto alla Vergine, sposa mistica dello Spirito Santo, c'è l'artigiano San Giuseppe, che fa un po' la figura dell'intruso nella sacra famiglia, l'uomo onesto e dabbene che una creatura semi-angelica si è stranamente abbassata a sposare. Così mi appariva mio padre".
1913-17 Compie gli studi liceali a Parigi.
1925 Dopo aver esordito in poesia, sotto l'egida di Max Jacob, con "Simulacre", attraverso l'amico pittore André Masson si avvicina al gruppo surrealista, alle cui manifestazioni parteciperà attivamente. Pubblica su "La Révolution surréaliste" i testi di "Glossaire: j'y serre mes gloses", sorta di controdizionario in cui le parole smontate e ricomposte creano impreviste costellazioni di senso.
1926 Sposa Louise Godon.
1927 Viaggia in Egitto e in Grecia. Comincia la stesura del romanzo "Aurora", che pubblicherà soltanto nel 1946.
1929 Inizia un'analisi .Rompe con Breton e con il movimento surrealista. Si distacca dalla poetica del gioco linguistico e della "follia volontaria" per volgersi all'uso del linguaggio come strumento introspettivo e per interrogarsi sui suoi rapporti con il sacro e con la trasgressione; proprio questi interessi lo avvicinano alla rivista "Documents", animata da Georges Bataille e attenta a quei temi etnologici che diverranno un elemento centrale della sua riflessione.
1931-33 È segretario-archivista della missione etnografico-linguistica Dakar-Gibuti diretta da Marcel Griaule.
1934 Pubblica "L'Afrique fantôme", diario amaro e disincantato di questa esperienza che è da lui avvertita insieme come auspicato abbandono della prospettiva etnocentrica e come colpevole violazione dei segreti di un'altra cultura. Completa la sua formazione scientifica e comincia a lavorare per il Musée de l'homme.
1937 Partecipa con Georges Bataille e Roger Caillois alla fondazione del Collège de Sociologie; vi svolgerà un ruolo marginale, ma proprio nell'ambito del Collège redigerà l'importante saggio "Le sacré dans la vie quotidienne" (1938). Vi sono racchiusi in nuce tutti i temi della sua futura opera autobiografica; in particolare, quello dell'archeologia del linguaggio infantile, sola chiave d'accesso agli strati più antichi del nostro vissuto.
1939 Pubblica "L'Âge d'homme". Segnato dall'esperienza psicoanalitica, questo volume rievoca ricordi d'infanzia, ossessioni e sogni catalizzati dalle figure leggendarie di un'affascinante e sinistra mitologia personale di eros e di morte; grande risalto, oltre alle eroine del melodramma, hanno la Giuditta biblica e la matrona romana Lucrezia. Mobilitato dopo la dichiarazione di guerra, viene mandato in Africa settentrionale.
1943-47 Tornato a Parigi, aderisce al Fronte nazionale di lotta per la liberazione e fonda insieme a Jean-Paul Sartre la rivista "Les Temps Modernes". Pubblica poesie, racconti di sogni e un saggio su André Masson.
1948 Esce "Biffures", a cui lavorava dal 1940; è il primo volume del grande ciclo autobiografico "La Règle du jeu". Si reca per la prima volta nelle Antille francesi, dove tornerà nel 1952. Per tutti gli anni cinquanta e sessanta, alterna la pubblicazione di testi letterari a quella di lavori etnografici: letteratura ed etnografia sono per lui, lo scriverà nel 1967 in un proprio "curriculum", "due facce di una ricerca antropologica nel senso più completo della parola".
1955 Partecipa a una delegazione ufficiale nella Repubblica popolare cinese. Pubblica il secondo volume di "La Règle du jeu", "Fourbis".
1957 Tentativo di suicidio con i barbiturici, che rievocherà in "Fibrilles".
1961 Raccoglie in volume i propri racconti di sogni ("Nuits sans nuit et quelques jours sans jour").
1964 Viaggia in Giappone.
1966 Pubblica "Fibrilles", terzo volume de "La Règle du jeu".
1967-68 Compie due soggiorni a Cuba.
1976 Pubblica "Frêle bruit", quarto e ultimo volume de "La Règle du jeu".
1981 Pubblica "Le Ruban au cou d'Olympia".
1985 In "Langage Tangage ou ce que les mots me disent" torna a riflettere sui giochi di parole, sull'atto della scrittura e sulle sue regole.
1990 Muore nella sua casa di campagna di Saint-Hilaire (Essonne), il 30 settembre.

Recensioni dei clienti

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    Federico Rossin

    14/09/2010 23.44.09

    Questo libro è un capolavoro del '900: perchè Einaudi ha pubblicato il primo volume del ciclo tetralogico La Règle du Jeu nel 1979, e il secondo solo nel 1998? e dove sono gli altri due volumi che mancano? è uno scandalo che questi libri siano tradotti in tutto il mondo e non Italia.

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