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Ernst Voltmer

Traduttore: G. Albertoni
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1994
Pagine: X-252 p. , ill.
  • EAN: 9788806135942

recensione di Guglielmotti, P., L'Indice 1995, n. 3

Con questo bel volume, che esce in edizione italiana, lo storico tedesco consegue risultati definitivi sul tema del carroccio, ben distinguendo innanzitutto tra realtà e mito del 'plaustrum cum vexillo'. Voltmer pratica l'unica strada in grado di portare a risultati solidi e innovativi, se consideriamo la lunga diacronia adottata: una ricerca davvero esaustiva delle attestazioni (e delle raffigurazioni, tuttavia mai coeve all'oggetto "reale") che presenta la diffusione del carroccio nei secoli XII e XIII, la molteplicità delle sue funzioni originarie e infine le evocazioni e gli usi simbolici che ne sono fatti già a partire dal secolo XIV, quando grazie alle implicazioni affettive e ideologicbe, si avvia un processo che lo fa scegliere come oggetto "esemplare" tuttora ricorrente nelle nostre cronache politiche. Una parte consistente del libro è perciò dedicata proprio a tracce e a tradizione e studi sul carroccio, e si fonda su un complesso di attestazioni in cui le testimonianze dal vivo sono sovrastate dal numero di quelle indirette e posteriori. La presentazione, svolta con cura notevole per gli aspetti e le mutuazioni lessicali, risponde a un duplice scopo. In primo luogo, mettere in evidenza attraverso quale drastica selezione documentaria (di fonti in prevalenza non letterarie e italiane, a scapito di quelle di altre aree europee) si trasmetta la memoria e si costituisca una leggenda del carroccio prettamente lombarda, che ha assolto nel tempo a scopi diversi; inoltre, liberare dalle incrostazioni successive il ruolo effettivamente svolto dal carroccio in un preciso arco cronologico.
Ma che cosa ci insegna Voltmer di questo simbolo militare per eccellenza, contraddicendo buona parte di quanto si è appreso dai più tradizionali manuali scolastici e quanto si evoca nel linguaggio politico attuale? Il carroccio è allestito dapprima da re e signori, ma ha pieno sviluppo in regioni con una cultura urbana ben sviluppata. Inghilterra, Fiandre, Lorena, Ungheria e Italia sono la vasta area in cui è attestato, ma è in uso anche nel regno teutonico e in Terrasanta da parte dei crociati; in Italia poi figura inizialmente più di frequente in Toscana e Romagna che non in Lombardia. La sua diffusione, piuttosto che a influenze reciproche, si deve alla capacità di assumere molte funzioni. Il manufatto, che è riduttivo definire una robusta macchina da guerra, è anche infermeria, ricovero per i feriti, punto di riferimento per i combattenti e vessillo militare specifico dei fanti, pur essendo oggetto nel quale poteva identificarsi tutta la collettività cittadina (un simile impulso alla coesione interna è già dato dalla devozione tributata al santo patrono). Infatti soprattutto in Italia una particolare forma di governo come il comune - mirante a superare i cronici conflitti tra le fazioni cittadine - trova nel carroccio uno strumento adatto a rappresentare una "signoria senza signore" e a fornire elementi di ritualità alle attività belliche interne ed esterne alla città: e la sua decadenza si spiega proprio con il disarmo della popolazione attuato dai governi signorili a fine Duecento.