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Il giudice Torellino è un personaggio tanto abominevole, aberrante e aberrato che, se non fosse per la particolare prosa di Busi, questo potrebbe essere un romanzo Horror. Non saprei come definire la prosa di Busi ... non è particolarmente scorrevole, è molto articolata, e alle volte mi fa pensare al "flusso di coscienza". Ad ogni modo - d'accordo con Subi/Busi -, nella misura in cui la religione si configura come una infrastruttura ideologia che opprime l'uomo, chiedo: Non la libertà di religione ma, piuttosto, la libertà dalle religioni. La religione vicina all'Umanità è quella che riconosce Dio all'altezza dei tuoi occhi, "caro il mio lettore".
Difficile non dare commenti entusiastici a questo romanzo: potente, efficace, coinvolgente nel racconto. Il monologo del protagonista, che praticamente occupa tutto il romanzo, scava con chirurgica precisione nell'animo di umano, cercando di rispondere alla domanda: "Si conosce veramente chi si ha vicino?".
Scrittura straordianria, frutto di una vita di ricerca e di capacità che solo un grande scrittore può raggiungiengere. Non adatto a chi non sa cogliere la reale differenza tra "letteratura" colta e lettura-di-consumo-usa-e-getta!
Recensioni
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recensioni di Siti, W. L'Indice del 2000, n. 06
L'ultimo romanzo di Aldo Busi è utile a chiarire che differenza ci sia tra l'autobiografia come fine e l'autobiografia come mezzo. La prima è il racconto che uno fa delle proprie vicende, nella convinzione che siano esemplari e/o istruttive, e ha come obiettivo (che può essere o no letterario) quello di illustrare (o di far riflettere su) la vita dell'autore stesso; la seconda è un artificio esclusivamente letterario e viene usata dall'autore come pretesto - l'io, in quel caso, non è che uno strumento particolarmente sensibile che serve minare gli stereotipi della realtà, ripartendo da quel che si conosce meglio: è insomma l'equivalente romanzesco del cogito cartesiano. La prima esalta l'autore, la seconda lo sfrutta e lo distrugge.
Busi fa finta di rimpiangere l'autobiografia di primo tipo, l'Histoire de ma vie di Casanova, ma in realtà brucia di curiosità e di interesse per questo nostro tempo, in cui sembra che non esistano più "vite intere" capaci di essere raccontate senza esplodere. Sono molti anni che, con la scusa dell'autobiografia, Busi fa ricerca usando il romanzo; ma stavolta sottolinea il carattere di "pretesto" dando al se-stesso-che-scrive-di-sé un altro nome, Aldo Subi (con falsa etimologia da "subire"). Questo Aldo Subi, che dice "io", non è a stretto rigore il protagonista del libro, ma non è nemmeno, a stretto rigore, un semplice testimone (come lo è, mettiamo, Watson nei romanzi di Sherlock Holmes). I due protagonisti della storia sono il giudice Eros Torellino e il maestro elementare Amato Perche: Torellino è ossessionato dal bisogno di possedere tutte le donne di Perche - e riesce effettivamente a farsi la madre, la moglie, la sorella, l'amante e la figlia del maestro -, finché, in un'estrema resa dei conti, i due vengono trovati morti (e nudi) in uno chalet sul lago d'Iseo. Per essere un semplice testimone, Subi parla troppo di sé; ma più ancora, le vicende di Subi (per esempio la sua amicizia con un "plurindustriale" che poi gli mente e lo delude) assomigliano, per struttura psicologica profonda, a quelle dei due protagonisti. Insomma, la "storia esterna" di Torellino e di Perche illumina le radici inconsce ("l'avevo già vissuta tutta senza saperlo") della biografia di Subi - come dire che, nel processo di autosvuotamento, Aldo Busi è arrivato all'idea dell'autobiografia "delegata": "mi vengono bene solo i ricordi decisamente altrui, con quelli riesco a fare giustizia dei torti subiti".
La parte più decisamente autobiografica (con episodi bellissimi, come l'addio al fantasma del padre: "non è possibile andare avanti così, papà, io sono diventato troppo vecchio, ormai, sono più vecchio di te quando mi picchiavi") è talmente legata al cosiddetto "affresco sociale", la struttura è così necessaria e congegnata in un così commovente impulso conoscitivo, che fa a pezzi i discorsi di chi dice: Busi è bravissimo a raccontare, peccato che la sua infelicità lo renda tanto narcisista, perché non racconta e basta, risparmiandoci i suoi sproloqui? Il lettore a cui Subi si rivolge non è un lettore "elegante" e "raffinato", è un lettore tignoso che vuole soprattutto capire, il lettore da "tirar su" in futuro.
Però è vero che Subi parla troppo spesso ci si parla addosso quando non si hanno interlocutori. Ma la ragione è anche un'altra, ed è connessa a ciò che Subi scopre di sé scrivendo la propria "autobiografia per procura': "l'unico ruolo che ho io qui dentro è quello dell'Infangato e del Vendicatore". La motivazione narrativa per cui Subi si trova a dover fare da testimone è che i maschi eterosessuali non hanno il dono della parola: se lo scrittore non raccontasse per loro, loro non saprebbero mai raccontarsi. Ma, come risulta dal rapporto con il "plurindustrale", i maschi eterosessuali (che qui coincidono con i "borghesi riusciti") non parlano allo scrittore anche perché non lo considerano degno delle loro confidenze, e lo scrittore risponde con uno slancio d'amore-odio: "questo me lo rende oggi ancora più dolentemente odioso". L'antica "pena di essere socialmente inferiori sempre" si combina a una più inconfessabile inferiorità psicologica, a formare un corto circuito che era ben noto a Baudelaire: Signore, concedimi di non essere inferiore a coloro che disprezzo. Subi parla e parla anche perché non vuole ascoltarsi e preferisce esibire il dono della narrazione al posto dell'autoanalisi. È vero che, raccontando la storia di Torellino e Perche, capisce la complicità che lega la vittima al persecutore e l'ambiguità del servo contento di esserlo. Ma preferisce pensare a se stesso come a un uomo buono che non diventerà mai un persecutore; intuisce che, nell'inferno della reciprocità affettiva, si corre sempre il rischio di diventare il "padrone" o il "borghese riuscito" di qualcuno, e perciò respinge la reciprocità: "non apparterrò mai a nessuno, ma non odierò mai". L'unico affetto realmente reciproco è, al solito, quello che lo lega alla madre, e lei sola può permettersi di smontare le sue pose eroiche, come quando smitizza il suo desiderio di adottare una zingarella; per il resto, quanto all'amore "di passione e compassione" che Subi dice di cercare, beh quello lo porterebbe a "essere nel male sociale", a recitare il proprio ruolo, insomma a essere inevitabilmente inautentico. Preferisce evitare, innamorandosi di "un maschio vero", "un borghese di sogno", uno che "non era mai stato a letto con un uomo" - garantendosi quindi una fine rapida del rapporto e un ritorno, conclamato, alla castità. La castità, tra l'altro, è una caratteristica dell'eroe epico.
Altro che satira della borghesia lombarda post-industriale! C'è anche quello, naturalmente, ma compreso in un percorso ben più serio ed emotivamente impegnato. Senza paura per il proprio dolore, ma anzi usando il proprio dolore come un grimaldello. Di fronte a una società che si presenta nuova e ricca di mutazioni sorprendenti, Busi concepisce il romanzo come un "meccanismo testimoniale" che ricava dai particolari privati indicazioni sui fenomeni pubblici, sapendo che in indagini del genere è impossibile non essere personalmente coinvolti, fino ai nodi più oscuri e alle resistenze più profonde. Ogni romanziere importante, in Italia, deve reinventarsi una tradizione romanzesca: Busi si appoggia al Settecento inglese, a quel miscuglio di curiosità sfacciata, di aggressività economica, di empirismo razionalista e di audacia strutturale. Busi sta dalla parte del romanzo come conoscenza e rivendicazione, contro il romanzo come "arredamento"; ma mentre in molti lo auspichiamo, lui lo fa.
"Per il resto, gli altri sentimenti delle cose umane sono ferite aperte e chiuse a intermittenza in una caotica rincorsa fra tempo e spazi... il tempo che impieghi a fuggire dal luogo della pena al luogo dell'oblio momentaneo... cui si riesce a dare un capo e una coda solo per convenzione, fino al prossimo dolore immane per un accadimento netto e improvviso che raggrumerà tutte le passate e inavvertite intermittenze in un unico cono di luce dentro il buio circostante... "
Un mondo che annovera molti Don Giovanni e ben pochi Casanova, molti predatori e pochi amanti, molti rapaci e pochissime colombe: questo è l'universo in cui si svolge la storia dell'ultimo romanzo di Aldo Busi, e, ahimè, anche la nostra vita. Essendo, su dichiarazione del suo autore, il romanzo conclusivo, quasi un testamento morale senza "messaggi", Casanova di se stesso, è un testo ricchissimo e complesso. La vicenda si intreccia con la riflessione, la "storia narrata" diventa strumento di analisi del ruolo e della funzione del narratore (ma anch'esso è un personaggio), che si fa specchio, talvolta fedele, talvolta deformante dell'autore.
Una funzione nuova, ma esplicitamente richiesta, è quella del "lettore" (è anch'esso un personaggio?), che integra, taglia, recide e accumula, che interpreta e giudica (non dovrebbe mai giudicare però, così intima l'autore!).
La vicenda è essenziale, ma non pretestuosa: i due cadaveri, trovati nudi in un letto di uno chalet sul lago, sono quelli di Eros Torellino e di Amato, il maestro elementare. Il suicidio dei due è stato attuato con un veleno di gloriosa e nobile memoria, la cicuta, e questo tipo di morte prevede una lunga agonia in cui la mente non rimane offuscata, quindi è pensabile che una socratica conversazione li abbia accompagnati lungo la strada verso il nulla e con ogni probabilità - questo almeno suppone il narratore scrittore Aldo Subi - l'argomento dibattuto dai due morituri era il biglietto posto nel dodicesimo volume delle Memorie di Casanova, (volume non casualmente trovato tra i due cadaveri) su cui si leggeva "Casanova di se stessi..." scritto dalla mano del padre di Carità Starace, un prete spretato e libertino, fascista nell'animo, più don Giovanni (predatore) che Casanova (amante).
La storia è tutta qui, ma non è di certo solo qui: i personaggi, quelli femminili soprattutto, sono guardati con l'occhio pietoso, e spietato nello stesso tempo, dello scrittore Subi che fa ampie incursioni nel testo e parla di sé, della sua visione del mondo e della scrittura e dà spazio anche all'autore Busi di fare il punto sulla propria scelta etica, anche se questo termine forse non gli piacerebbe. Eppure questo è un libro profondamente etico, essenziale e complesso nel significato: il dolore è l'unica autentica conquista, resta l'elemento di contatto tra esseri umani e di trasmissione tra le generazioni, diventa il senso e dà senso all'esistere. Ma deve essere un dolore senza vendetta e senza rabbia, vissuto anche con l'allegria della propria innocenza, della propria autentica purezza. Se, più di una volta, nel corso del tempo e dei suoi libri, Aldo Busi parla di sé come dello "Scrittore", in questo romanzo lo è pienamente, perché questo non è un prodotto, ma finalmente (merce davvero rara) un'opera di letteratura in cui si avverte il lavoro attento, preciso dell'autore, il dialogo con il lettore al cui consenso fa ben poche concessioni, a cui non permette tregue nel riflettere e nel "soffrire". Ma, se si accetta la sfida, si potrà capire che esseri Scrittori non è essere istrioni da talk show (il "personaggio Busi" che gioca col mondo della comunicazione è altro) né pennivendoli da supermercato della cultura.
A cura di Wuz.it
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