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Se, come si sostiene, la correttezza dello storico si vede innanzitutto da un atteggiamento di distacco rispetto alla materia che tratta e dal freno posto alle personali passioni, allora Tamburrano, quando scrive di Silone, corre il rischio di qualche censura. Se però, nel mestiere di storico, essenziale è l'attenzione nel controllo delle fonti, la precisione nell'analisi del documento, la pazienza della ricerca archivistica, nella consapevolezza che una virgola può cambiare il significato di una valutazione, allora nessun rilievo può essergli mosso.
I due elementi coesistono in questo agile libretto, come già nel precedente (Processo a Silone. La disavventura di un povero cristiano, Lacaita, 2001). Anche qui, infatti, la passione c'è, è forte ed è certamente all'origine dell'opera. Ma ciò non deve far velo sull'importanza della ricerca. Perché, di fronte alla nuova immagine di Silone proposta da Mauro Canali e Dario Biocca, che hanno fatto di un maestro della morale e del pensiero socialista e cristiano del Novecento niente più che una spia dell'Ovra, la sua reazione non si è limitata al diniego istintivo (Montanelli) o alla proposizione di qualche ipotesi plausibile, ma indimostrata (Bettiza). Tamburrano ha accettato, da storico, la sfida dei documenti che venivano presentati a sostegno del più intricato caso storiografico degli ultimi dieci anni; ha ripreso la via degli archivi, controllato ogni citazione ed è andato a analizzare, una per una, la validità delle deduzioni prodotte. La mole di contraddizioni, di inesattezze e di errori che ha in questo modo scoperto e rivelato ha così incrinato, dapprima, e ridimensionato, poi, la serietà e la portata della tesi "colpevolista", offrendo un fondamento certo alle tante, iniziali perplessità che avevano accompagnato la rivelazione del Silone spia.
Ora, con quest'opera, forte dei risultati già raggiunti, torna sull'argomento, non tanto per aggiungere altra documentazione di contrasto (che pure c'è, nell'appendice di Gianna Granati), quanto per fare la storia del caso Silone e per indagare sulle ragioni che hanno spinto i mass media, con una campagna a senso unico, a sostenere le tesi colpevoliste, negando pervicacemente spazio alle controdeduzioni sue e di altri e snobbandone le conclusioni. Il perché di questo atteggiamento è analizzato nei capitoli primo e quarto, nei quali il lettore potrà farsi un'idea delle abili manipolazioni che hanno portato alla costruzione del mostro; manipolazioni constatabili (come già in parte rivelato da Michele Dorigatti e Maffino Maghenzani nel loro Darina Laracy Silone. Colloqui, Perosini, 2005) anche nel modo in cui vennero trattate le oneste considerazioni della moglie, Darina, di cui Tamburrano, nel terzo capitolo, pubblica lettere piene di amarezza soprattutto in relazione a smentite mai pubblicate; mentre ne difende la memoria, denunciando l'uso fazioso, fatto da Biocca, di una sua corrispondenza con lei, a proposito dei rapporti tra Silone e i servizi d'intelligence alleati al tempo della resistenza. Né manca un capitolo sul fratello Romolo, la cui tragica vicenda fu all'origine delle dichiarate compromissioni. Difficile dire se questo libro avrà più fortuna del primo. Nessuna tromba e nessuna campana è stata suonata al suo apparire. Ma un "ben scavato, vecchia talpa!" gli si addice.
Sergio Soave
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